È con emozione che scrivo queste righe: il Natale 2010 [rac]chiude un ciclo di dieci anni di pagine natalizie; sono dieci anni che ci troviamo insieme a raccontare il Natale attraverso i testi ricchi di sentimenti ed emozioni che i nostri Autori ci regalano.

Quest’anno la Pagina Natalizia ci riporta a un Natale ricco di tradizione, con storie classiche e sentimenti dal sapore buono, come quello dell'infanzia. Ma anche un Natale che non si dà troppe arie e che si ride un po' addosso, ribaltando la visione troppo perfetta e idealizzata che a volte abbiamo. Le Festività devono anche portare allegria e condivisione e cosa c'è meglio di una risata per unire e rasserenare?

Il Natale è spesso snobbato nelle conversazioni, molti dicono che non lo sopportano, che è una ‘festa’ dei consumi e niente altro, tralasciando il significato che questa festa ha e può ancora avere.

L’aspetto che ho sempre evidenziato è quello del Natale come festa familiare, come occasione di gioia per i bambini, un momento in cui le famiglie si trovano insieme e fanno attività creative e divertenti. Questa pagina ha sempre raccolto testi adatti anche alla lettura dei più piccoli, a sottolineare proprio questo elemento.

Il "regalo aggiunto" che Scriveregiocando quest’anno fa [per mano di Arthur, il nostro geniale Art Director, che ringrazio] a tutti i suoi lettori, e ai suoi Autori, è un magazine da sfogliare e da tenere accanto per avere sempre una scorta di emozioni natalizie da regalare. 

 

 

Un regalo pieno di dolcezza e di ironia, di tradizione ma anche di irriverenza e giocosità, un regalo che scalda il cuore e che fa riflettere. Troverete molti racconti, storie che nascondono spesso delle sorprese nel finale e delle poesie che, con la loro scrittura stringata e precisa, ci regalano emozioni intense.

Spero che possiate apprezzare la lettura e auguro a tutti Buon Divertimento e tante belle giornate serene con Scriveregiocando-pagina e Magazine

Un ringraziamento speciale a tutti gli Autori, ormai Amici consolidati, che tutti gli anni mi seguono in questa iniziativa e mi regalano i loro testi e le loro emozioni. Grazie di cuore.

 

Buon Natale e Buon 2011 a tutti.

Morena Fanti

 

Christmas countdown banner

   

 
 
 
 

 
 

 

 
 

Good morning, Mr Birillo

 

 

La prima neve, sulle vie silenziose e buie di Augusta. Birillo sentì la fragranza di un panettone lontano provenire da una finestra accesa, che odorava di tepore e famiglia. Si sforzò di chiudere le narici, di non pensare e proseguì nella fioca luce di un lampione rotto. Odiava con tutto il cuore i tappetini rossi davanti ai negozi, gli alberi pieni di neve finta di cui la città ora pullulava. Il suo ex padrone l’aveva abbandonato proprio la mattina di natale. Che tempista. Erano passati due anni da allora, due anni di vagabondaggio per le strade, di stenti e sofferenze. Il piccolo barboncino, adesso, aveva un solo desiderio: entrare in chiesa per confessarsi, per purificare l’anima da tutti i peccati che credeva d’aver commesso. Era tutto chiaro nella sua mente. Dopo la chiesa si sarebbe diretto verso l’autostrada, verso il ponte vecchio, per mettere fine a una vita che non aveva più senso.

La chiesa era aperta, piena di persone con una gioia incomprensibile dipinta sul volto. Birillo si abbassò e strisciò fino al primo banco. Nessuno lo vide. Aveva imparato a vivere di espedienti negli ultimi due anni, per procurarsi il cibo. Non si fidava più degli uomini. Acquattato, lanciò un’occhiata di sottecchi davanti a sé. Anche quella sera officiava la messa Monsignor Sbigottini, un prelato basso, con un’eterna espressione blasé e un evidente parrucchino corvino.

"E’ l’uomo giusto", pensò Birillo.

Monsignor Sbigottini, allergico al pelo di qualsiasi creatura a quattro zampe, riuscì a dire "Benvenuti fedeli", poi starnutì ventisette volte di seguito. Prese fiato e al ventottesimo starnuto il parrucchino partì per atterrare sulle ginocchia di un’anziana fedele. La donna, sgomenta, sgranò il rosario e gli occhi.

"Scu-scusi" disse il monsignore, abbassando lo sguardo.

La sua pelata splendeva di una luce rosea, ma tra uno starnuto e l’altro riuscì stoicamente ad arrivare alla fine delle messa.

Birillo la seguì attentamente, aprendo il suo cuore a ogni parola di speranza.

"Scambiatevi un segno di pace", disse con voce provata il monsignore.

L’anziana fedele, che si era spostata all’ultimo banco per evitare altri shock, tese la mano a una bimba che le stava accanto, continuando a guardare Sbigottini.

Birillo non resistette: fu lui ad anticipare la bambina e a stringerle la mano con la sua zampetta. In un lampo, senza farsi vedere. Quando la vecchietta sentì la diversa consistenza del gesto di pace, le scappò un gridolino isterico: guardò la bambina, ancora più sgomenta di prima. La bimba aveva visto tutto. Non disse nulla. Anzi, sorrise a Birillo, nascosto dietro di lei.

 

Fuori continuava a cadere, copiosa, la neve.

La messa era finita da dieci minuti. La chiesa sfollata.

Sbigottini aveva anche recuperato il suo parrucchino.

Sì, era il momento giusto.

Birillo, con passo da velocista, corse verso il confessionale e in un baleno vi si infilò.

Per attirare l’attenzione del monsignore grattò la grata con le zampette, riuscendo nel suo intento: Sbigottini, infatti, si voltò immediatamente.

"Si, vengo". Avrebbe voluto riposarsi un po’il monsignore, quella messa era stata un po’… pesante… Ma corse subito verso il fedele e si sistemò dietro la grata per ascoltarne i peccati.

"Auuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu", Birillo ululò quello che riteneva il suo peccato più grande. Aver fatto pipì nel divano del suo ex padrone, il motivo che secondo lui aveva scatenato la rabbia dell’uomo che poi, senza esitare, l’aveva abbandonato in strada.

"La prego, non pianga su…. Dio perdona tutti".

"Auuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu Auuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuuu".

"Non pianga, la prego. Se no fa piangere pure me…" il monsignore estrasse dalla tasca un grande fazzoletto rosa e, dopo essersi soffiato il naso, si asciugò le lacrime.

"Se non riesce a parlare fa niente. A volte, anche il silenzio può dire tanto. Io… io la assolvo in nome del padre e dello…."

Birillo lasciò Sbigottini a parlare da solo dietro la grata. Aveva confessato il grande peccato.

Si sentiva libero. Ora poteva dirigersi verso l’autostrada e il ponte vecchio.

 

Le auto sfrecciavano a grandi velocità.

Birillo sentì il cuore stringersi. Le zampette si muovevano da sole, i pensieri ormai erano soltanto macigni sul cuore. Poi un auto… quell’auto….

La fiat uno bianca che l’aveva abbandonato giaceva al centro dell’autostrada, capovolta e ammaccata. Il suo ex padrone riverso a terra a un passo dalla macchina, col braccio insanguinato, chiedeva aiuto. Le auto continuavano a sfrecciare, schivando la fiat uno e l’uomo, nell’indifferenza più assoluta. Birillo non esitò. Corse subito verso l’uomo e, afferrandolo per il bavero della giacca, provò a trascinarlo in salvo. Troppo pesante. Per un attimo desistette. Le macchine continuavano a schivare lui e l’ex padrone a velocità sostenute. Poi, un ricordo vivido illuminò la sua mente:

l’uomo che lo carezzava quando ancora era poco più che un cucciolo. Ululò e afferrò di nuovo il bavero della giacca. Mentre un’orda di motori rombava feroce, trascinò l’uomo per metri e metri, con una forza che pensava di non avere. La margherita che campeggiava sul bordo della strada e della salvezza adesso era vicina. Una cinquecento rossa non sterzò in tempo. Birillo riuscì a spingere l’uomo oltre la margherita, prima che la cinquecento lo colpisse in pieno.

 

Aprì gli occhi su uno scomodo divano.

L’uomo che aveva salvato lo teneva tra le braccia.

Davanti a loro, un imponente albero di natale con palline piene di brillantini dorati.

"Good morning, Mr Birillo. Ti sei svegliato finalmente. Scusa, scusa per quello che ti ho fatto. Non ti abbandonerò più. Sono stato uno stupido".

La coda, fasciata per intero, gli doleva terribilmente. Ma ora era di nuovo a casa, a godersi quell’abbraccio inatteso, su quel divano a quadretti che proprio non sopportava. Sì, più tardi ci avrebbe fatto di nuovo pipì, così l’uomo si sarebbe deciso a cambiarlo. Un plaid di lana con la scritta "PERDONAMI BIRILLO" scaldava le zampette del barboncino. L’uomo aprì la finestra che dava sul giardino. "Buon Natale", disse semplicemente. Fuori nevicava, sulle rose rosse, sul parrucchino caduto a monsignor Sbigottini e nel cuore d’ogni creatura.

 

Carlo Bramanti

 

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 

Doni

ci hanno già ucciso
e anche noi
abbiamo già ucciso

ha piedi freddi
questo inizio inverno
che viene in rami d'acqua

ripenso a quel Natale
che usciva dai rubinetti
e scendeva per le scale

certo poteva andarci molto peggio

ed infatti
è così che è andata


Vincenzo Celli
 
 
 
 

 
 

 

 

 

Hanno ucciso Babbo Natale

 

 

 

"Commissario, Commissario!" Torrisi spalancò la porta dell’ufficio senza bussare. "Commissario, hanno ucciso Babbo Natale!"

Poco mancò che il Commissario non gli scoppiasse a ridere in faccia, ma nel suo ruolo di superiore si trattenne. "Torrisi, se consideriamo che Babbo Natale non esiste, dubito fortemente che qualcuno lo abbia ucciso."

"Nemmeno io ci credevo, Commissario, ma quando sono arrivato lì, ho potuto solo constatare che era vero. La slitta è ribaltata e piuttosto malridotta, c’è un uomo anziano con la barba bianca ed un vestito rosso fuoco schiacciato sotto una montagna di pacchi regalo e nove renne. Una di queste ha un vistoso muso rosso. Si vede che sono addomesticate, perché si sono lasciate avvicinare, ma non siamo riusciti ad allontanarle dalla slitta. Il medico legale ha stabilito la morte per infarto e la scientifica sta procedendo con i dovuti accertamenti. Vista l’eccezionalità del soggetto, ho disposto comunque l’autopsia. Ho fatto bene, Commissario?"

"Sì, sì, hai fatto bene. Anche se da tutto quello che mi hai detto non sono in effetti convinto che si tratti di Babbo Natale, quello vero – se esistesse, beninteso – visto che vestiti, slitta, renne e regali non sono cose così originali da non poter essere messe insieme da un qualsiasi comune mortale!" "Beh, Commissario, ha ragione. Però abbiamo alcuni testimoni, attendibilissimi, che giurano di aver visto cadere la slitta dal cielo."

Il Commissario, piuttosto scettico, ordinò a Torrisi di proseguire le indagini e di tenerlo informato.

Il giorno dopo arrivarono i risultati della scientifica e dell’autopsia: per Babbo Natale nessuno aveva chiuso occhio quella notte.

Il referto autoptico confermava la morte per arresto cardiaco. Il cuore era praticamente esploso, tanto che nei corridoi dell’obitorio girava la voce che qualcuno lo avesse ucciso con la tecnica dell’esplosione del cuore con cinque colpi delle dita.

È la tecnica più letale di tutte le arti marziali: si comprimono cinque punti diversi del corpo con la punta delle dita, e poi il cuore esplode dentro al petto e si muore all’istante.

Anche il Commissario ne aveva sentito parlare. Suo figlio Gianni, dieci anni, non perdeva una puntata di Ken il Guerriero e gli aveva fatto una testa così per mandarlo a judo. O era karatè? Mah, a lui sembravano tutte uguali!

Le analisi della scientifica erano invece più semplici: sul vestito di Babbo erano stati trovati residui di DNA femminile – "magari avrà una moglie, ‘sto poveraccio!", pensò il Commissario – e, incastrati sul fondo della slitta, alcuni frammenti di saggina – "beh, la slitta ogni tanto la dovrà pur pulire!", pensò sempre il Commissario.

Insomma, le indagini a questo punto erano, appunto, ad un punto morto.

Se fosse stato Babbo Natale, quello vero beninteso, magari per l’infarto aveva perso il controllo della slitta e si era capottato sull’asfalto.

Il Commissario stava per chiudere il fascicolo, quando Torrisi arrivò trafelato, spalancando la porta. "Sempre senza bussare, eh?"

"Scusi, Commissario, ma è urgente. L’abbiamo trovata!"

"Chi?"

"La donna che ha ucciso Babbo Natale."

"Eh?"

"Sì, Commissario. Abbiamo fatto un controllo incrociato del DNA negli archivi internazionali e lo abbiamo trovato in un caso di aggressione al Coniglio Pasquale avvenuto lo scorso anno in Florida. Per fortuna lui se l’era cavata solo con qualche graffio, perché - data la sua velocità - era riuscito a fuggire. Ma aveva riconosciuto e denunciato il suo aggressore. Del quale però si erano perse le tracce."

Il Commissario stava sudando copiosamente: "Torrisi, cosa cavolo stai dicendo? Mi sembri fuori di testa! E chi sarebbe allora l’aggressore?"

"Ma come, Commissario, non ha ancora capito? È la Befana!"

 

Il Commissario, madido di sudore, spalancò gli occhi e si ritrovò nel buio della sua camera da letto. Sua moglie dormiva beata al suo fianco.

Il Commissario bevve un sorso d’acqua dal bicchiere che teneva sul comodino e si girò sul fianco. "La prossima volta la peperonata la mangiamo a Ferragosto!"

 

 

Daniela Giorgini

 

 

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 

A chi di competenza

 

Ad ogni natale si chiedono "cose":

salute, affari, amore

ciascuno secondo esigenza…

Ad ogni natale speriamo "che cambi":

si scrivono letterine

si usa la carta di credito

si mette mano ai salvadanai

per rinnovare la girandola dei regali.

Tutto giusto, tutto bello,

tutto nella tradizione:

ma io… ma io…

Nel sacco accanto al camino

nella cesta sotto l’albero

nella capanna del presepe

desidererei trovare

un nuovo me stesso

che sapesse vedere tutti voi

ed il mondo intero

con occhi e cuore diversi.

 

Roberto Barbato

 

 

  

 

 
 
 
 

 
 

 

 

 

Il contadino si tolse il berretto

 

L’asinello non ce la faceva più a sorreggere il peso di quella madre gravida e di quel sacco che conteneva tutti gli averi dei due sposi.

"Tutta colpa di Quirino e del suo maledetto censimento!"

"Giuseppe! Non imprecare che porta male!"

L’uomo diede uno strattone alle redini dell’asino che non voleva saperne di camminare.

"Avevamo già abbastanza problemi: la casa, il bambino che sta per arrivare e quel furbone di Quirino si inventa la storia del censimento…"

"Giuseppe, lo fanno tutti, è un dovere civico".

"Sì, sì, ho capito, è un dovere civico ma guarda quanta strada mi tocca fare. E non trovi un buco da dormire neanche a pagarlo oro".

"Prova in quella locanda" disse Maria indicando una bettola lungo la strada.

Giuseppe fece per entrare nella locanda ma un cartello appeso sulla porta parlava chiaro:

"Tutto esaurito per censimento".

"Maria, niente da fare, c’è pieno anche qui. Proviamo appena fuori dal paese".

Ogni locanda portava appeso lo stesso cartello e solo la pazienza della sposa teneva a freno i nervi tesi di Giuseppe.

Bussarono ad un’altra porta.

"Buonuomo, avete una camera doppia con bagno o doccia, solo per qualche notte?"

"Avete la prenotazione?"

"No".

"Quindi non avete visto il cartello appeso alla porta? Siamo al completo. Se non avete una prenotazione non andate da nessuna parte".

"Mia moglie è incinta…"

"Che peccato!" esclamò il locandiere.

"Perché? Ha qualcosa contro i bambini?" chiese Giuseppe socchiudendo gli occhi.

"No, assolutamente. Intendo dire che lei è molto sfortunato a viaggiare con la moglie gravida e senza un posto dove dormire".

"Già, ha ragione" disse Giuseppe andandosene.

Al limitare del paese trovarono un contadino che stava tornando dai campi.

"Buonuomo, saprebbe indicarci un posto dove dormire?" chiese Giuseppe. "Siamo in viaggio da parecchi giorni, mia moglie è incinta e il bambino può nascere da un momento all’altro".

"Anche voi?" esclamò il contadino.

"Anche noi cosa?"

"Anche voi siete qui per il censimento e avete la moglie gravida?".

"Già, anche noi".

Il contadino si tolse il berretto e poi si passò la mano sui capelli madidi di sudore.

"Se foste arrivati prima avrei potuto darvi la stalla ma c’è già un tale di nome Giuseppe. Sua moglie aspetta un bambino, anzi, dalla confusione che vedo intorno alla stalla credo che sia già nato".

"É quella stalla laggiù, quella avvolta da un fascio di luce e sembra che mille angeli ci volteggino intorno?"

"Sì, è proprio quella. Ora, se volete scusarmi sono curioso di andare a vedere…"

"Prego, grazie lo stesso".

Il contadino stava allontanandosi quando gli venne in mente una cosa:

"Hey, voi! Se vi interessa qui avanti c’è una grotta. C’è della paglia, forse c’è anche una mangiatoia e un bue. Se volete potete occuparla per qualche giorno. Buona fortuna!"

"Hai sentito Maria? Qui avanti c’è una grotta, su, corriamo prima che ce la freghi qualcun altro".

"Vai! Vai avanti tu a prendere il posto, io arrivo con calma".

"Va bene, allora vado… vado io. Ma guarda che luce intorno a quella stalla… guarda quanta gente… devono essere persone importanti".

 

Paolo Perlini

 

 
 
 
 

 
 

 

 

 

Natale

 

 

Ingoio quest’universo tiepido,

impuntito presepe

di stelle di cartone.

In attesa di un giro di allegria

che non sia canto di sirene,

otre sfatta che non dice,

veglio la polveriera nella testa

e non ne temo i rombi.

È solo un giorno di dicembre, dico

e torno a vivere,

predatrice senza luminarie.

 

Ketti Martino

 

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 

Il sogno di Lumihiutale

 

 

Caro Babbo Natale,

mi chiamo Lumihiutale e sono un fiocco di neve.

Passo le mie giornate invernali assieme ai miei compagni adagiato su di una nuvola. Tranquillamente.

Il tempo scorre felice, due chiacchiere e qualche semplice volo, un po’ più in qua e un po’ più in là.

Molti dei miei compagni non si curano degli uomini, ma io amo stare ad osservarli.

Tutti coperti nei loro cappotti, sciarpe colorate e con quei buffi cappelli. Per non parlare di quel guazzabuglio di forme che si vede da quassù quando escono con gli ombrelli. Una miriade di girandole multicolori che cozzano fra loro, si scansano e poi tornano a scontrarsi.

Sono sempre così indaffarati, di corsa. Immagino sia un gran divertimento. Corrono con le auto, corrono per i parchi e, quando le mie amiche gocce di pioggia cadono sulle loro teste, loro scappano a correre su delle buffe macchine nelle palestre. Si sono inventati quei tappeti rotolanti che girano all’infinito. Che fantasia che hanno e come li invidio! Loro corrono, corrono ma restano sempre lì, in ogni caso, senza un preciso scopo.

Anche io amo muovermi. Avessi le gambe vorrei correre come loro. Ma tutto ciò che posso fare è staccarmi ogni tanto dai miei amici, e leggiadro, lasciarmi trasportare dalla brezza su un’altra nuvola. Nuovi amici, nuove chiacchiere, fino a quando con l’inverno non dovrò scendere giù a terra. Ogni anno scelgo il vento giusto, avvisto un bel cumolonembo grigio e mi unisco al suo percorso.

Fino a oggi i nuvoloni che ho scelto hanno sempre scaricato noi fiocchi di neve sui monti, dove ho finito per trascorrere tranquillo in silenzio il resto dell’inverno.

Però, caro Babbo Natale, quest’anno vorrei tanto avere un regalo da te. Vorrei la magia di poter scendere vicino agli uomini il giorno di Natale. Vorrei poter scegliere la nuvola giusta, quella che mi farà adagiare nel giardino di una casa. Vorrei potermi soffermare, almeno per una notte, sul davanzale di una finestra. Vorrei poter sbirciare dal vetro di una casa in festa, piena di bambini, con le luci e le fiaccole sull’albero. Vorrei poter vedere da vicino dei bambini, con i loro nasini deliziosi schiacciati sui vetri della finestra e gli occhietti esultanti di gioia per il mio arrivo. Me li immagino già scorrazzare in casa, pronti a correre fuori la mattina con i loro guantini per giocare con me. Vorrei, almeno per una volta, essere coccolato fra le loro mani. Qui fra le nuvole si racconta dell’emozione che si prova a divenire una palla di neve. Ecco, io quell’emozione vorrei provarla. Vorrei provare il solletico di ruzzolare fra le dita, di essere stropicciato e unito assieme ad altri fiocchi di neve per poi volare in alto, verso il cielo e atterrare con un grande botto.

Lo so di chiedere molto. Ma credimi, caro Babbo Natale, questa estate sono stato un bravo fiocco di neve sciolto e ci terrei davvero