spirito natalizio


A quanto pare, a Charlie Brown fa difetto lo spirito natalizio.
Ma cos'è lo "spirito natalizio"?
È forse quella voglia di allegria, il calore che ti danno le lucine accese sull'albero, i riflessi argentati sulle palline di vetro e il clima di festa che si respira mentre si impastano i dolci di Natale e si incartano regali confezionati a mano.

E la carenza di spirito natalizio dipende dal fatto che pochi impastano i dolci e creano regali con le proprie mani?

I racconti e le poesie di questa pagina hanno lo spirito natalizio?

A volte gli amici che mi mandano i loro contributi, mi chiedono se il testo rispecchia "il Natale". È difficile dirlo: non per tutti 'Natale' significa la stessa cosa.

Perciò scrivere ma anche disegnare, comporre, creare, qualcosa per il Natale, non significa che debba per forza essere pieno di buoni sentimenti, allegro, delicato, "buono".
Significa rappresentare ciò che sentiamo e che non è mai uguale tutti gli anni.


Sono grata a tutti gli amici, e quest'anno abbiamo anche molte new entry tra noi, che si sono impegnati per fare più grande e più bella questa nostra pagina natalizia.

Grazie a tutti.
E grazie ad Arthur che ha creato il logo per la testata e che si sta prodigando per impaginare un magazine degno di questa bella festa, dove la festa è essere tra noi e unire le forze per realizzare qualcosa di bello.


Auguri a chi ci legge e buon 2013!

Morena


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Come se questo Natale fosse l'ultimo

 

Come se questo Natale

fosse l'ultimo

da passare

dentro il nostro atomo

instabile,

mi fissi con occhi

meravigliosi, un poco stupiti

per le mie braccia

tese verso te e l'Amore.

Attorno al nostro sincrono

respiro

particelle luminose

ruotano lente,

si staccano,

si posano al bacio

sull'albero adorno

solo di versi.

E non importa quanto durerà,

non importa

se chino il capo

sul tuo seno,

sul mio dono,

e non so più nulla

del mondo,

di me,

dell'uomo che un tempo

voleva morire

sul rosso tappeto.

 

Carlo Bramanti


















 

 






Il regalo di Babbo Natale

Anche questa volta ce l’aveva fatta!
Babbo Natale era tornato a casa soddisfatto: il tempo si era fermato come ogni notte del 25 dicembre per dargli la possibilità di consegnare, accompagnato dalle sue fedeli renne, tutti i regali che i bimbi del mondo gli avevano chiesto.
Sulla strada del ritorno, gustava già la cioccolata calda che sua moglie gli avrebbe preparato, insieme alla soffice poltrona e alle pantofole di panno rosso. Lì si sarebbe riposato almeno per un paio di mesi, prima di ricominciare a preparare i giocattoli per il Natale successivo.
- Fulmine, Ballerina, Donnola, Salterello, Donato, Cometa, Freccia, Cupido! Anche quest’anno avete fatto un ottimo lavoro e vi meritate proprio una bella scorpacciata di zuccherini. Coraggio, un ultimo sforzo e siamo a casa!
Appena videro la slitta arrivare, gli elfi aprirono i cancelli e le renne poterono atterrare tranquille sul prato davanti alla fabbrica.
- Tutto bene, Babbo?, chiese Green, il capo elfo.
- Tutto perfetto come sempre. Grazie anche a voi, amici elfi! Ora, se volete scusarmi, mi ritiro a riposare.
- Certo, Babbo, non preoccuparti. Ci pensiamo noi a sistemare la slitta e rifocillare le renne.

Ma non aveva ancora messo piede in casa, che Green lo raggiunse di corsa, gridando.
- Babbo, Babbo!!! C’è rimasto un pacchetto sulla slitta! C’è un regalo non consegnato!!!
Babbo rimase un istante a fissarlo senza parole, poi girò sui tacchi e si diresse al laboratorio.
- Presto, presto, tutti alla sala comandi!
Green e gli altri elfi lo seguirono immediatamente e si misero alle loro postazioni.
- Quadrante ovest pronto!
- Quadrante est pronto!
- Quadrante nord pronto!
- Quadrante sud pronto!
- Bene! Allora, controllatemi tutti i bambini. Guardate se c’è una luce rossa da qualche parte nel mondo. Non posso credere di averne dimenticato uno!
Mentre gli elfi facevano i dovuti controlli, Babbo se ne andava pensieroso su e giù per la stanza, rimpiangendo la cioccolata calda e la sua poltrona. Più di tutto, però, si sentiva in colpa perché non poteva immaginare il Natale di quel bambino che era rimasto senza regalo.
Dopo qualche minuto, arrivarono i risultati.
- Quadrante nord: luce verde!
- Quadrante ovest: luce verde!
- Quadrante sud: luce verde!
- Quadrante est: luce verde!
- Siete sicuri?
- Sì, Babbo. Abbiamo fatto tutti il doppio controllo.
- Bene, Green. Sono molto più sollevato, ora. Probabilmente abbiamo preparato un pacco di troppo.
- No, Babbo. Impossibile! Di quello mi preoccupo sempre io e sono certo che i regali erano dell’esatto numero necessario.
- Mmmh, davvero strano. A questo punto, apriamolo!
Green portò il pacchettino a Babbo Natale, che si mise seduto su una sedia, appoggiandoselo sulle ginocchia. La scatola era leggerissima, con la carta rossa ed un bel fiocco dorato al centro.
Babbo la scartò: dentro c’era un foglio ripiegato.
Era un disegno, certamente di un bambino. Raffigurava tantissimi bimbi in un grande girotondo: bianchi, gialli, rossi e neri, con gli abiti di mille altri colori.
Sul retro, una lettera.

Caro Babbo Natale,
                                  scusami se ti ho lasciato il pacco sulla slitta di nascosto, ma so che tu non puoi farti vedere da noi e non ho voluto metterti in difficoltà.
Sono stato incaricato, a nome dei bambini di tutto il mondo, di farti questo semplice regalo, per ringraziarti di essere sempre presente per noi e per mostrarti che, nonostante gli adulti sulla terra non si vogliano proprio tanto bene, noi piccoli invece ci teniamo sempre per mano.

Grazie Babbo!

                                        Luigi
                                   Presidente dell’Associazione
                                    Bambini del Mondo



Babbo guardò Green con le lacrime agli occhi.
- Questa proprio non me l’aspettavo! Sento che sarà proprio un bel Natale quest’anno!
E si diresse tutto contento verso casa, per gustare finalmente la sua cioccolata.


Daniela Giorgini



 

 




bollettino ai naviganti



siamo tutti a tavola
so che non può durare per sempre

e vi guardo con gli occhi
e abbiamo avuto così tanto

spero solo che un giorno possiate capirlo
siete il mio processo alla storia
perchè io si ho avuto molti padri

e adesso vi guardo
e mi riconosco

vi siete fatti grandi
lo capisco dalle voci che puliscono i piatti
dai contorni che cercano le mani

e ce ne sarebbero ancora
di cose da dire
se le labbra della radio
non mi rubassero il silenzio:

Natale calmo
Adriatico poco mosso

Vincenzo Celli

 





 


Duomo di Fidenza – Tre Re magi – Bassorilievo


Senza Balthazaar
(Breve racconto epifanico in due tempi)


Uno
Guardo il cielo sopra di me, come tutte le notti,  da questa terrazza da quando  Balthazaar è partito, ormai da tempo, per il suo lungo viaggio, e tutte le notti mi sorprende il buio, questo immenso buio che tutto avvolge, nonostante le infinite luci che vi appaiono accese.  È come se milioni e milioni di candeline non riuscissero a schiarire le volte della sala più grande di questo palazzo, che pure è una reggia.
Sì, la reggia del cielo è certamente ancora più vasta, ma non riesco a immaginare a questo punto quanto, ed il pensiero mi confonde.
Balthazaar è partito lasciandomi qui sola da molto tempo ormai, anni che non riesco più a contare, e non ho più notizie di lui da allora. Questa reggia è diventata triste e fredda, le giornate interminabili e noiose e sento il tempo che avanza come l’assalto di una tigre feroce, desiderosa di affondare i suoi artigli e poi le zanne affilate, dentro le nostre carni. E intanto la sola paura di lei consuma le nostre anime, lentamente, giorno dopo giorno.
Il regno va in malora, i ciambellani non sanno prendere decisioni, tutti aspettano il ritorno di Balthazaar come se solo la sua presenza potesse ridare speranza a queste terre che vanno inaridendosi, e a questa gente, che invecchia senza più capacità, né voglia, di generare figli.
Io guardo il cielo, ogni notte, sperando di scorgere quell’astro che il mio sposo  scrutava già da tempo prima di partire  per inseguirlo.  Diceva che gli avrebbe indicato un luogo, un evento, forse la nascita di qualcuno che avrebbe portato una nuova era di pace e di prosperità per tutti. Ma io non lo vedo, tra tutti questi milioni e milioni di stelle nessuna luce  mi indica una strada, una via sulla quale inviare un drappello di soldati che possa andare in cerca di Balthazaar per riportarlo tra noi.
Diverse volte ho inviato ambasciatori nei  due regni qui vicini.  Anche i re di quelle terre, sapienti e saggi quanto il mio sposo, avevano visto i segni nel cielo e lo hanno voluto seguire. Ma neanche lì è mai più giunta alcuna notizia della carovana.  E i miei messaggeri hanno riferito di avere incontrato solo tristezza e rassegnazione.
Mi chiedo dove sia lui adesso, se sia ancora vivo, se abbia trovato questo nuovo Messia, questo annunciatore di felicità e ricchezza e si sia unito a lui per assecondare i suoi piani, per crescerlo  e istruirlo come conviene a un Re, e per servirlo nel suo disegno di realizzare la prosperità nel mondo. Ma in questo caso, può avere dimenticato così la sua amata sposa, i suoi fedeli sudditi che lo hanno servito con tanta lealtà, la sua terra che con tanta sapienza ha vigilato? Oppure è morto, assalito durante il lungo viaggio da feroci briganti e assassini?
Oppure ancora, spentosi per chissà quale oscura ragione l’astro che lo guidava dal cielo (e chi può dire quale fu l’altrettanto oscura causa che lo accese e lo mosse tra le costellazioni), si è perduto tra terre sconosciute e ancora vaga in cerca del neonato, incapace di tornare, sconfitto, tra i suoi cari.
Io mi arrovello e mi struggo tra questi pensieri, ogni notte sotto questo cielo, sempre più buio e muto, fino a diventarmi odioso. E comincio a detestare anche questo nuovo Re, se mai sia nato e regni da qualche parte di questo mondo.

Due
Balthazaar è tornato già da qualche tempo, ma in realtà non saprei dire neanche quanto. Ho perso il senso della percezione del passare delle ore, dei giorni, dei mesi, degli anni. Lui dice che il suo viaggio, tra andata e ritorno, è durato alcuni mesi, sicuramente meno di un anno, ma qui da noi sono certa siano passati anni ed anni prima di vederlo tornare. E la cosa strana è che mentre io mi sento ogni giorno più vecchia, inutile e sola, lui pare ringiovanito rispetto a quando era partito, e sembra ringiovanire ancora, ogni giorno di più.
Tra un po’ avremo un Re bambino, e io, con questo grembo sterile, che non ha mai ricevuto dal cielo questo immenso dono,  non saprei neanche come allevarlo. Non saprei più che farmene.
Dice di avere visto il nuovo Re del mondo, nato in una spelonca tra bestie e pastori, e di avere provato una strana, immensa gioia al cospetto di questo neonato. Io mi chiedo chi o che cosa abbia visto in realtà, se non sia diventato pazzo, o se lo sia diventata io. Ma se è un Re, o addirittura un Dio, come Balthazaar continua ad asserire lui sia, che dio è, che dona la giovinezza ai folli mentre condanna alla vecchiaia i savi, avvicinandoli alla morte? Dobbiamo dunque inchinarci ed adorare il nuovo dio di questa ebbrezza? E che fine hanno fatto i nostri amati antichi dei, dopo tutte le nostre preghiere, i giuramenti di fedeltà, i sacrifici che abbiamo riservato a loro? Si sono nascosti di fronte a un marmocchio ancora in fasce? Dove è finita tutta la loro ferocia, la potenza, la saggezza?
Questo continuo a chiedermi, e ormai continuerò a farlo fino alla mia fine, che sembra sempre più, dolorosamente, vicina.

Carloesse (Carlo Sirotti)
Novembre 2012

(Nell’immagine: Duomo di Fidenza – Tre Re magi – Bassorilievo)






 

 

 








È sempre Natale

 
Natale è nel cuore,
non dura poche ore.
E' una fiamma
che brucia per sempre,
una luce che risplende
negli angoli nascosti di noi.
E' l'Amore del Bambino
che illumina e riscalda
ogni giorno della nostra vita.

Daniela Giorgini



 


 



foto tratta da questo post


  Francesco


 
   Il paese deserto sembrava preda di fantasmi.
   L’uomo camminava nella notte come uno spettro spaurito e la strada che percorreva gli era ignota. Nell’aria umida di recenti piogge mormorava parole lamentose e frammenti di frasi biascicate. Un bagliore di luci colorate, intermittenti, filtrò  dai battenti socchiusi d’una finestra.
    L’uomo piegò le spalle e il capo nel suo giubbotto troppo leggero per il mese di dicembre. Un vinaccio da pochi soldi lo aveva stordito un po’.
   “Dovrò trovare qualcosa per attendere l’alba,” pensò. “E per dormire.” 
   Uscì dal paese. Ebbe l’impressione d’essere seguito da ectoplasmi che come lui avevano varcato il confine del territorio abitato. Imboccò un sentiero che distinse appena. Rivoli d’acqua si impigliarono nei suoi passi e nelle scarpe già inzuppate di pioggia e fango.
   Un casolare abbandonato, con la porta di legno spalancata e spezzata, comparve sulla destra. L’uomo lasciò il sentiero e si graffiò oltrepassando un intrico di arbusti. Giunse sulla soglia della catapecchia, sulla bocca triste di quella specie di faccia. Con un accendino rischiarò la desolazione dell’ambiente, forse un giorno adibito a stalla. Gli sembrò di intuire una mangiatoia di pietra sul muro di fondo. Ma nella catapecchia adesso non c’era nient’altro che una vecchia automobile abbandonata. Si avvicinò. Tutti i vetri erano ancora intatti. Provò ad aprire la portiera a fianco al posto di guida. Ci riuscì con un certo sforzo. Lo stridore del vecchio metallo quasi lo spaventò.
   Si rifugiò sul sedile posteriore, più spazioso. Tre posti non divisi tra di loro che potevano contenere il suo corpo ripiegato in posizione fetale. Chiuse gli occhi e li riaprì.
   Come accade spesso nel flusso bizzarro dei pensieri, apparve nella sua mente, senza una ragione ben precisa, il suo nome simile a un ricordo. Mosse le labbra, sillabò pian piano quel nome, come assaporandolo. Lo aveva quasi dimenticato, talmente poche erano ormai le occasioni in cui gli capitava d’ascoltarlo. E poi pensò che quella era la notte del 24 dicembre e per la prima volta gli era andata male. Negli altri anni, tra Vigilia e Natale, lui era diventato un barbone, un povero o addirittura un homeless. Pasti e letto garantiti per un paio di giorni. Nessun nome però, nemmeno allora.
   Ricordò il tempo in cui il suo nome esisteva ancora. E dal turbine caotico dei pensieri, riemerse  d’un tratto, e ne sentì tutta la meraviglia, il torpore dei viaggi in macchina con i genitori e le voci abbassate come in una nenia. Il suo corpo bambino, protetto, aveva bisogno di così poco spazio e il sonno lo coglieva dolcemente.
   Adesso, nello sporco giaciglio della vecchia automobile, era solo. Cercò di difendersi dal freddo che lo accerchiava. Riuscì finalmente a raccogliere un po’ di calore con le braccia e le mani strette tra le gambe, aiutandosi con uno straccio di coperta, l’antica compagna della sua vita disgraziata. Poi, in quel misero spazio, in un miracolo dimenticato, provò per un attimo un sollievo indicibile. E vide le figure luminose e diafane dei suoi genitori chinarsi in un sorriso sopra di lui.

Subhaga Gaetano Failla





 



 

Ho raccolto le chiavi

Ho raccolto chiavi lungo le strade della vita ,
percorrendo vicoli e perlustrando angoli
con nel cuore la disperata e dolorosa ansia
che nasce nel cercare di cogliere
il senso segreto, nell’immobile bellezza,
dell’atmosfera creata da un bacio appassionato.
Ho raccolto chiavi lungo il cammino
dall’aspetto malinconico nell’apparenza,
mentre la luna diafana e trasparente
impotente udiva parole intrise di menzogne
che come pulviscolo ricoprivano
le orme lasciate dal mio passaggio.
Ho raccolto chiavi nel mio peregrinare
nell’illusione, di trovare ancora
in un futuro intatto e armonioso,
gocce sanguigne sul virginale candore
di una pagina in attesa di parole
nate dal cuore di chi non ha paura della verità.

©  Patrizia Mezzogori
10.06.2012

* Con questa poesia, Patrizia Mezzogori ha ricevuto il terzo premio, la Medaglia di Bronzo, per una poesia inedita al concorso XXX Premio Firenze per la poesia.

Questo è il link del Premio

 

 








 Vigilia di Natale nella casa dove si stava bene insieme
 
Due foto incorniciate sul piano della vecchia credenza, uno di fronte all'altra i due coniugi si guardano:                                       
-Sembra ancora più vuoto lo scantinato stasera.
-Hai ragione, fa anche più freddo, ci vorrebbe qualche pezzo di legna nella stufa per diffondere  calore in questa  stanza.
-A cosa servirebbe, oramai la vigilia di Natale la festeggeranno da qualche altra parte.
-Mi sarebbe piaciuto vedere le bambine scartare i regali degli zii.
-Per Rachele certamente un gioco, ma Clothy,  non hai visto come si è fatta grande? A dodici anni è una signorina, le zie sicuramente avranno pensato a qualcosa d'altro.
-Eh, sì, io non ci arrivo mai a queste cose, non me ne sono mai accorto del passar degli anni  mentre figli e nipoti diventavano grandi e uno alla volta se ne andavano per la loro strada;  ora che me ne sono andato anch'io chi consumerà tutta la legna che avevo accatastato?
- Ti preoccupi per la legna, a me mancano tanto le lucine del presepe che aveva montato  nostro figlio; ogni anno illuminava a festa questo ambiente. Quando rimanevamo  noi due  soli spegnevamo tutto e stavamo a guardare le  statuine mentre fuori soffiava il vento o fioccava.
-Sì,  poi  mi mandavi  a portare le briciole ai passerotti  infreddoliti che saltellavano e pigolavano nell'orto.
-E' stato tutto così bello.
-Così breve.
-La nostra vita...Arriva qualcuno!
-Da come ha sbattuto la portiera  credo sia nostro genero, il marito di Neli.
-Sì, è proprio lui, nessun altro scavalca il cancello, hai sentito il tonfo?  È già alla porta, vedo la sua figura dietro ai vetri.

-Brrr che freddo! meno male che questa  porta  è sempre aperta. Ho fatto bene a non ascoltare Neli, ho anticipato gli altri per preparare la sorpresa della vigilia. Le  tre sorelle  e il fratello  hanno deciso di aprire i regali  su nell'appartamento al primo piano, ed io invece allestisco qui  per la festa, come piaceva ai miei suoceri.
 Accendo  la stufa, senza risparmio di legna, tanto c'è  n'è ancora una montagna là fuori da far sparire, poi tirerò il tavolo in mezzo alla stanza per allestire  il presepio che sicuramente troverò ancora nella  scatola di cartone chiusa in  ripostiglio e starò qui ad aspettare che arrivino gli altri e quando entreranno farò partire il lettore Cd con le  cornamuse  scozzesi.
Eccoli lì al loro posto gli sposi, li farò stare al caldo, riscalderò il cuore di tutti.

-Che bel pensiero. Come mi fa star bene  pensare di vederli qui tutti, lui ha sempre qualche trovata per coinvolgere la nostra famiglia, eppure non è nostro figlio.
-Per come mi ha accompagnato negli ultimi mesi per me è come lo sia stato sempre.
 Quando mi  vegliava la notte,  passavamo ore a parlare. Mi confermava  quanto i nostri figli ci amassero e voleva sapere tutto della nostra storia.  Gli ho raccontato momenti che nessuno ha mai ascoltato, che non si raccontano ai figli, i nostri momenti  più intensi.
-Anche io ho sempre sentito questo suo affetto. La sera prima di andarmene per sempre, mentre  si abbassava per darmi l'ultimo bacio, lisciandogli  la guancia con una carezza gli ho sussurrato all'orecchio di prendersi cura di te al mio posto se non fossi tornata a casa.
-Hanno mandato lui ad avvisarmi della tua morte, i nostri figli non avevano il coraggio oppure non sapevano come fare, invece lui, che grinta!  mi  ha dato quel colpo ed è stato lì fermo davanti a me, si è lasciato scrollare, mi ha lasciato imprecare e poi mi ha accolto tra le braccia come un bambino.  Come un bambino mi sono affidato a lui quando con il peggiorare della malattia le forze non mi hanno più sostenuto. La delicatezza con la quale mi lavava, mi vestiva! come se le sue mani fossero le tue...
-E' vero, ero vicina a lui in quei momenti ti toccavo con le sue mani, ti ho stretto con le sue braccia e ti ho baciato con le sue labbra quella sera  quando tu  sfinito e senza forze ti sei accasciato tra le sue braccia.
-Mi sto commuovendo, si sta facendo l'umidità sul vetro della mia cornice.
Guarda che bel fuoco, si è ricordato di mettere anche il padellino dell'acqua sui cerchi di ghisa della stufa. Non  troverà il presepe, non sa che lo ha preso nostro figlio.
-Non preoccuparti. Ha talmente tanto estro che non  mi stupirei se in quattro e quattr'otto inventasse dei personaggi con le pannocchie di granoturco  appese  nel pollaio o con qualche pezzo di carta; ricordi i suoi origami?
-Eccolo  sta trafficando qui davanti a noi per cercare qualcosa nei cassetti di questa credenza.

-Il presepe deve averlo preso qualcuno, spero non l'abbiano buttato via. Dove passano quelle tre matte fanno il  repulisti totale , mia moglie spazza via tutto con la rapidità di un tornado... qui non c'è niente... niente neanche qua... oh qui c'è una scatola di lumicini di cera,  è già qualcosa, mi sembra che ci fossero ancora delle statuine... eccolo qua il Gesù! bellino, deve essere quello del lavoretto  fatto alla scuola materna da uno dei nostri figli, lo prendo ... non c'è più niente... ho poco tempo per inventare qualcosa.
 
Mette un pezzo di carta in centro al tavolo. Lo copre col muschio  raccolto dietro al muro del pollaio. Una  foglia secca di pannocchie per la culla accoglie il Bambino Gesù. I  lumini. Li accende.
-Mi dispiace per le statuine di Giuseppe e Maria, a saperlo li  avrei portati  da casa ora è troppo tardi stanno arrivando, vedo i fari al cancello, spengo la luce...
Giuseppe e Maria ... Giuseppe e Maria... Giuseppe e Maria...

Le bambine sono le prime a scendere dalla macchina:
-Clothy c'è una luce in cantina.
-Mamma vieni giù anche tu, chiama le zie io ho paura ad entrare, si sente una musica come di zampogne.
-Rosa, Marina, Guido,venite a vedere.
-Chi ha acceso la stufa?
- C'è qualcosa sulla tavola tra i lumini accesi.

-Guarda Maria, sono qui tutti attorno i nostri figli, guardano il presepe.
-Guardano  san Giuseppe e la Madonna nelle cornici d'argento, qui sul muschio accanto al Gesù  Bambino di gesso.

-Credo di sapere chi ha messo la foto dei nonni lì  sul tavolo.
- Clothy ma dov'è lo zio?
- Rachele  scommetti che lo so dov'è? apri la porta dello sgabuzzino!

Fausto Marchetti



 


 







Testo e disegni di Pani.    Il blog di Panirlipe

 

 

 
 














Il natale di Milano

Il nostro incontro avvenne verso la fine di marzo.
Uscimmo insieme l’ultimo giorno di agosto.
Firenze era bellissima quella notte.
Tutto fu talmente perfetto che restammo a dormire proprio lì,
in quella città piena d’arte e fascino indiscusso.
Seguirono tante giorni , tante sere e tante notti.
Al mare, al campo, sotto l’albero al fresco, lungo le strade cittadine.
Camminavamo uno accanto all’altro, per mano, abbracciati. I passi avevano la stessa lunghezza.
Nessuno passava oltre il nostro limite. L’amore cresceva. Prendeva le viscere.
Belli. Belli e pazzi .
Con l’autunno nulla cambiò.
A volte, quando le cose sono così intense, pensi che non sia vero.
Pensi che domani ti sveglierai e non ci sarà più niente, che tutto era solo un sogno.
 
Invece arrivò l’inverno. Arrivò quella festa che poco ho amato in passato.
Tu invece eri talmente felice che ogni sera , quando rientravi, mi chiedevi di sedermi
con te, poggiavi la testa sulle mie gambe e mi chiedevi di raccontarti qualcosa.
Qualunque cosa. Ti serviva per capire quello che volevo dalla vita.
Ma ti bastava guardarmi negli occhi e sapevi già qualunque verità.
 
Milano era una città che non conoscevo. E tu mi proponesti di passarci il Natale ,
Il nostro primo natale insieme doveva essere speciale.
Non seppi che dire. Ti dissi solo di aspettare.
Dovevo prima sistemare delle cose. Organizzarmi.
Ecco. Avrei dovuto assumere quell’aria responsabile che mi ha sempre distinto
sino a quel momento.
Ma non fu così.
Dopo qualche giorno arrivasti a casa con una grande scatola e tre buste di plastica piene di addobbi .
Avevi comprato l’albero e tutto il necessario per renderlo un albero bellissimo!
Il rosso, il tuo colore preferito, l’oro, l’argento, le lucine, e i fili d’angelo.
 
Fu una serata diversa.
Quell’albero prese forma. Si gonfiò d’amore. I tuoi occhi erano orgogliosi.
Brillavano come brillano quelli dei bambini.
“ E’ la prima volta che compro un albero di Natale, che bello! E’ bello! ”
Quell’entusiasmo non lo scordo davvero.
Eri musulmano.
Ed eri musulmano anche quando sei andato in chiesa. Per me.
Perché per te l’amore non aveva che un solo nome: Amore.
 
Fu un Natale diverso. Unico. Irripetibile.
“ Ti porto a Milano. Vedessi quanto è bella, è piena di luci,
di mucche colorate, di bella gente, e tutto è bello, ma bello bello! ”
E sia.
Milano si scoprì ai miei occhi come si scoprono i sogni d’amore.
L’amavo perché tu l’amavi immensamente.
A tratti cattiva e indifferente , ma l’amavi.
In ogni cosa riuscivi a trovare il meglio.
E quello che guardavi si trasformava in calore umano, in un sorriso .
Le tue smorfie di dolore divennero così poche.
C’era il tuo amore accanto e non sentivi che amore a oltranza.
Poi quell’immenso albero in Piazza Duomo…solo per noi.
Vorrei sentire di nuovo la tua voce che ridendo mi chiamava.
“Amore mio, vedi quanto è bianco il mio cuore?
Ti amerò per tutta la vita”.  Ed era vero. Lo sentivo, come sento adesso
i nostri passi nella notte, la notte di Natale.
Noi che camminammo tutta la notte per le strade quasi deserte.
Eravamo felici. Eravamo noi due.
Ci scambiammo i regali, un bacio e quel ti amo si cicatrizzò sul mio cuore.
Non è mai andato via.
 
Tra poco sarà di nuovo Natale.
Ma noi non ci siamo più. Ci siamo persi nella vita.
Io ho lasciato la tua mano. Ti ho voltato le spalle.
Impaurita dall’immenso, folgorata dalla tua preghiera nel chiedere al mio Dio un bambino,
nell’inginocchiarti al Tuo purificando l’anima, affinché ti rendesse padre.
 
Ieri e oggi e domani e sempre
vorrei che quel bianco cuore trovasse ancora la mia mano.
Niente torna e nulla accade.
Non ci sarà più un Natale bello come il Natale di Milano.

Semprevento






 

 
 

Io e te, a Natale
 
Sedici anni. Sono sedici anni che festeggio il giorno di Natale con mio padre, noi due insieme a casa mia. Ogni anno sempre il solito menu sardo perché mio padre è sardo e sulla tavola non devono mancare i suoi piatti preferiti: “malloreddus alla campidanese”, “gallina al mirto” e “sebadas”.
Mio padre è un uomo innamorato della sua isola con quella trasparenza del mare di un azzurro limpidissimo, il rosa dei graniti, il verde cupo delle sughere rossastre e la macchia di corbezzoli e lentischi. Innamorato di quell’azione combinata del vento e della pioggia, del sole e del gelo che ha modellato orsi, leoni, elefanti come in un giardino pietrificato. Brillano gli occhi a mio padre quando parla della sua terra dove spesso in cielo si avvistano pure i rapaci, prigioniero di una magia selvaggia e rocciosa.
Mio padre ha trascorso la sua vita a Sant’Antioco in miniera, per diversi mesi all’anno, lontano da noi che abitavamo a Grosseto. Sottoterra ha sputato l’anima ma ha lasciato il cuore, ogni volta che tornava a casa ci parlava degli amici persi là sotto in un modo assurdo, perché la miniera è un’assurdità. Mentre tutti fuori erano impegnati a costruire, mattone dopo mattone, lui scendeva nel pozzo sprofondando nell’umidità grigia, lasciandosi la luce e il cielo alle spalle e demoliva, tirando via tutto il materiale specularmene opposto verso l’esterno. Materiale che sapeva di piombo, zinco, rame e carbone.
Il giorno di Natale mio padre era sempre con noi in famiglia e quel giorno era un uomo sereno.
La miniera dove lavorava è stata definitivamente chiusa sedici anni fa e qualche mese prima, in quella miniera, mio padre è morto. Sono sedici anni che festeggio il giorno di Natale con mio padre, noi due insieme a casa mia.
Io e quella sedia vuota.

Carla



 

 






L'alberello di perline


Materiale:

•    Filo d'argento 50 cm da 8 mm ( in alternativa filo metallico della stessa misura oppure da 6 mm )

•    2 Monachelle

•    Perline di conteria verdi, rosse e bianche AB (in alternativa colore che si preferisce)

•    2 baguette marrone (in alternativa 3 o 4 perline marroni)

•    2 perline di vetro blu a forma di stella

•    Pinze coniche

•    Tronchese

Procedimento:

1.    Prendere il  filo metallico e creare a circa 15 cm l'inizio della spirale; afferrare il filo tra la pinza a punte coniche e ruotarla su se stessa, ottenendo un'asola.

2.    Riposizionare la pinza e accompagnare la parte più lunga del filo metallico intorno all'asola appena creata.

3.    Continuare ad avvolgere il filo su se stesso riposizionando di volta in volta il filo tra i becchi della pinza.

4.    Ripetere questa operazione fino ad ottenere circa 8 giri.

5.    Infilare sul dito la spirale appena ottenuta, facendo in modo che essa prenda così forma in altezza. In alternativa tirare delicatamente, in modo che la spirale non si deformi troppo, gli estremi dei fili.

6.    Infilare le perline di conteria sul filo e farle scorrerle all'interno della spirale.

7.    Una volta ricoperta tutta la spirale, infilare la baguette marrone ( o in alternativa 3 o 4 perline marroni), piegare quindi prima all'insù e poi in giù il filo metallico e tagliare con il tronchese l'eccesso.

8.    Inserire quindi la perlina di vetro a forma di stella e creare un'asola con le pinze coniche, girando la pinza su se stessa; avvolgere il filo intorno all'asola appena ottenuta. Tagliare quindi l'eccesso con il tronchese.

9.    Aprire la monachella con le pinze, inserire l'abete appena creato e richiuderla.

10.    Ripetere questi passaggi per ottenere il secondo orecchino.

Il tutorial e le immagini sono di Lely, un'artista che con le perline sa creare qualsiasi bellezza, in questo caso un alberello di Natale da appendere alle orecchie, altrsì denominato 'orecchino' ;)
Il suo blog è Pensierieperline




 

     

 

 

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La grafica presente in questa pagina l'ho recuperata da vari siti. Purtroppo, avendo io ormai 99 anni, o 103, dipende da quale biografia consultiamo, ho perso la memoria  e non ricordo più dove ho prelevato sfondi e immagini. Chi riconosce i propri lavori è pregato di dirmelo e inserirò i crediti. Grazie. Morena