La pagina natalizia 2013 raccoglie molti contributi di autori nuovi; Scriveregiocando e si arricchisce di contenuti sempre più vari e originali.

Non mancano i racconti dei "soliti noti" che ci onorano con la loro presenza e costanza: da Carlo Bramanti a Subhaga Gaetano Failla, Fausto Marchetti, in arte Il Falconiere, a Paolo Perlini, CarloEsse, Vincenzo Celli, Daniela Giorgini e Claudia Giacopelli.
Quest'anno, grazie a Elle, abbiamo anche un tutorial per realizzare una ghirlanda dell'Avvento. Tra le novità non manca una riflessione sul Canto di Natale di Dickens, firmata da Luna.
Abbiamo anche delle riflessioni, a firma di Erik e Antonella, e un racconto di Elle che ci mostrano come lo 'spirito natalizio' sia sfuggevole e come sia destinato a cambiare nel corso della nostra vita.

E c'è, special guest, Arthur, che, con un suo racconto ci parla anche di affetti familiari, argomento che abbiamo sempre molto caro, e Semprevento con una bellissima poesia.

Alcuni racconti sono allegri e divertenti, e ci riportano all'infanzia, come il racconto di Calo, altri riflessivi e introspettivi, e persino romantici, come il racconto di Maria Rosaria.

Il Natale è un momento in cui ci troviamo spesso in compagnia, a volte si festeggia ma altre ci si chiede cosa stiamo facendo: è giusto essere allegri, che motivo abbiamo di festeggiare?

Se guardiamo fuori, nel mondo che sta oltre le nostre finestre, vediamo angoscia e disperazione. Il momento storico è difficile per tutti, e per alcuni è insopportabile. Il lavoro scarseggia e gli stipendi, o le pensioni, sono spesso insufficenti. I poveri aumentano [la copertina di Arthur è una scelta precisa] e le situazioni di crisi cambiano il modo di vivere, costringono a comportamenti che prima non si pensavano possibili.

Allora, sempre più spesso, ci domandiamo: che senso ha tutto questo? Le foto colorate, le luci, i racconti fiabeschi, le poesie di speranza: a cosa servono?
Chiuderò con le parole di una nostra affezionata autrice:


"E così sta arrivando Natale.
Ancora una volta.
Quante cose da chiedere, quante da sperare!
Ma in fondo, poi, di cosa abbiamo davvero bisogno?
Ciò che auguro a me e a tutti è la semplicità.
La semplicità di un Bambino che nasce in una grotta, senza nulla di superfluo e a malapena il necessario.
La semplicità di una tavola imbandita di persone, di cuori.
La semplicità di un sorriso sincero come regalo.
La semplicità dell’Amore gratuito.
E anche se amare non è poi così semplice, basta provare e riprovare e riprovare.
Alla fine, è come andare in bicicletta: quando hai imparato, non lo scordi più."

 © Daniela Giorgini




Anche quest’anno abbiamo il nostro "regalo aggiunto", che Scriveregiocando fa per mano di Arthur, il nostro geniale Art Director, che ringrazio, a tutti i suoi lettori, e ai suoi Autori: è il magazine natalizio da sfogliare e da tenere accanto per avere sempre una scorta di emozioni da regalare. 

 



 

Un regalo pieno di dolcezza e di ironia, di tradizione ma anche di irriverenza e giocosità, un regalo che scalda il cuore e che fa riflettere.

Spero che possiate apprezzare la lettura e auguro a tutti Buon Divertimento e tante belle giornate serene con Scriveregiocando-pagina e Magazine. 

Un ringraziamento speciale a tutti gli Autori, ormai Amici consolidati, che tutti gli anni mi seguono in questa iniziativa e mi regalano i loro testi e le loro emozioni. Grazie di cuore.

 

Buon Natale e Buon 2014 a tutti.

Morena Fanti

 

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Mamma, ho perso il Natale

 



"Sòrbole" direbbe una mia amica. "Quante carte a terra!".
Ho dimenticato la porta aperta e uno spiffero s'è portato via l'ennesimo castello di carte che chiamavo amore. "Eh già, sorbole, amica mia d'aquiloni blu e cucine gialle".
Nessuna bugia. Il mio Natale non c'è. C'era e ora non c'è più, semplicemente.
Il destino sa essere un abile prestigiatore, quando vuole.
Il Signor Destino muove le sue carte con destrezza, in un nanosecondo, roba da far impallidire Silvan. E le sue carte, per inciso, siamo noi.
Potrebbe lasciarci in mutande, se solo lo volesse, ma è un tipo originale, non copierebbe mai i trucchetti dei politici italiani. Il mio Natale non c'è, però ho appena ritrovato un vecchio baule verde speranza, pieno di fumetti di Lupo Alberto, e se mi rannicchio ci entro pure. Caro Destino, dal suddetto baule ti chiedo: puoi farmi sparire e apparire lontano, lontano anche da me stesso?
Qui si gela. Mio fratello è un estraneo e mio padre raccoglie nel sonno i momenti felici perduti. Sono solo in questa casa che pare immensa: non c'è tepore, non c'è nulla. O quasi. Sì, perché posso ancora chiudere gli occhi e tornare ai sorrisi di mia Madre, posso ancora prendere la mia magica tavola da surf e cavalcare l'onda del ricordo di mestoli con grandi occhi. Posso ancora volare attraverso le parole di bambini che non ho mai visto. A volte non è necessario vedere, basta sapere, sentire che altrove c'è un filo di luce per chi, come me, ha il buio nel cuore e lo xanax in tasca.

Bavero della giacca blu alzato. Il Bianco Natale di Bing Crosby, che ho ascoltato in tv, mi suona in testa. E' notte fonda. In una strada deserta, uguale alle altre, l'eco dei miei passi, la speranza di raggiungere quel filo di luce. Tutto è vago, indistinto, ma cosa importa?


 

Carlo Bramanti

 


 

 
 
 
 

 
 

 

 
 


per tutti coloro i quali




probabilmente
resterò seduto a guardare
anche il prossimo Natale

è che a un certo punto
il corpo decide a quale famiglia appartenere
se prendere i problemi dei reni di tuo padre
oppure il tumore della pelle di tua madre

così questi Natali mi passano davanti
come quest'erba scura che cresce dentro
con la certezza che in cielo c'è una serratura
ma che purtroppo non sono io la chiave




Vincenzo Celli
 
 
 
 

 
 

 

 

 

La scopa della Befana

 

 


“No no no, non è possibile! Ma dov’è finita?”
Befana si aggirava nervosamente per tutto il magazzino, ma della Scopa non c’era traccia.
Per scrupolo, guardò anche nel ripostiglio della cucina, dove teneva le scope che servivano solo per spazzare. Sapeva però che non l’avrebbe trovata lì, la sua Scopa.
Non avrebbe mai lasciato che si confondesse con le altre.
Dopo aver guardato ovunque, telefonò a Babbo Natale.
Le rispose Green, il capo elfo: “No, Befana. Babbo si sta riposando e sai che non vuole essere disturbato. Riprenderà il lavoro solo dal 7 gennaio. Vorrei esserti d’aiuto, ma sono appena arrivati i nuovi elfi apprendisti e ho dato ordine di mettere in moto le catene di montaggio dei giocattoli di legno per mostrar loro il lavoro. Devo sorvegliarli per evitare che combinino guai.”
“Ma non potresti provare a scandagliare la zona con i vostri radar, solo per un minuto?”
“Sarebbe inutile, Befana. Se tu avessi accettato di inserire nella Scopa il chip di localizzazione che Babbo ti regalò qualche anno fa, sarebbe stato davvero questione di un minuto. Ma così, è come cercare un ago in un pagliaio!”
“Lo sai che io odio tutte le cose tecnologiche!” gridò Befana. E chiuse la comunicazione.
Triste e sconsolata, pensò a quanto era tutto più semplice, quando bastava sorvolare i tetti delle case e gettare la calza nel camino.
Quando i bambini si accontentavano di un pugno di caramelle, una cipolla e un po’ di carbone.
Adesso c’era il rischio di intercettare la rotta di aerei di linea, a volte anche militari, e finirci contro.
Nelle case i camini erano solo decorativi e, tra condomini e grattacieli, perdeva un sacco di tempo per entrare e uscire dagli appartamenti.
Inoltre il sacco pesava ogni anno di più, tra giocattoli interattivi, elettronici e computerizzati.
A volte le veniva voglia di mollare tutto.
In fondo, Babbo Natale portava già milioni di doni a questi bambini incontentabili.
Uno più, uno meno, per lui non avrebbe fatto differenza.
Tanto aveva gli elfi che lo aiutavano e gli organizzavano tutto.
Però quando pensava alle faccine di quei bimbi che avevano poco o nulla e che speravano di trovare due caramelle nella loro calza, scacciava i brutti pensieri e continuava a preparare il suo sacco.
Certo, senza la sua Scopa, non sarebbe riuscita ad andare da nessuna parte quest’anno.
Su Babbo Natale non poteva fare affidamento: come aveva detto Green, dopo la Notte Santa entrava in una specie di letargo fino all’Epifania.
E lo sanno tutti che le renne obbediscono solo e soltanto a lui.
Doveva ritrovare la sua Scopa ad ogni costo.
Già li immaginava, al raduno annuale di Ferragosto, quando avrebbe dovuto dichiarare che non era riuscita a svolgere il suo compito.
Avrebbero riso tutti di lei, dal Coniglio Pasquale alla Fatina dei Denti.
No, non poteva accettarlo.
Si mise alla scrivania e buttò giù una specie di piano organizzativo.
1)    Leggere gli ultimi messaggi dei bambini.
2)    Mettere i giochi richiesti nel sacco.
3)    Chiudere il sacco.
4)    Cercare la Scopa.
5)    Trovare la Scopa!!!
Non era un piano da 007, però poteva andare.

Dopo tre ore, Befana era ancora al punto numero uno: trovava ingiusto che ogni bambino potesse chiedere più di un dono, ma doveva esaudire i loro desideri, per quanto possibile.
Carlotta voleva la pace nel mondo (santa bambina!), ma per fortuna anche una bambola parlante.
Luigi desiderava un cacciatorpediniere (vero, Befana, non il modellino), ma si sarebbe dovuto accontentare di uno in scala ridotta. Molto ridotta.
La lettera successiva era strana, non scritta a mano o a macchina, ma con strisce di carta ritagliate probabilmente da riviste e poi incollate sul foglio a formare le frasi.
Diceva più o meno così: Befana, se quest’anno non vedrò ciò che ti chiesi e non mi hai mai portato, non ti restituirò più la scopa. Ti aspetto davanti al magazzino per lo scambio alla mezzanotte del 5 gennaio. Giangi
Giangi?
Befana era sorpresa.
Non ricordava nessun bambino si chiamasse Giangi. A meno che…
“No, non è possibile. Non può essere quella peste di Giovanni Maria, avrà almeno quarant’anni adesso! Abitava vicino al mare e una volta mi chiese un gatto delle nevi. Ho sempre pensato fosse strano, ma deve essere impazzito. Vado a prendere i registri.”
Allergica alle nuove tecnologie, Befana aveva un suo archivio – oramai stracolmo – diviso per continenti, dove indicava per ogni bambino, rigorosamente in ordine alfabetico, i regali ricevuti.
“Mmmh, vediamo… Gio… Gio… Gio… Giovanni Maria, ecco qua la sua scheda!”
La scheda era perfettamente compilata, divisa anno per anno:
1980 un pallone
1981 una macchinina
1982 una scatola di costruzioni
….
“Ah, il 1990 è stato l’anno del gatto delle nevi. Gli ho consegnato un canotto, mi sembrava più appropriato. Comunque è questa l’unica richiesta che non ho soddisfatto. Deve essersela proprio legata al dito! Non sarà difficile trovare un gatto delle nevi adesso. Stanotte è nevicato un bel po’.”

***

Dopo aver ricontrollato velocemente tutti i regali e aver chiuso il sacco, Befana cominciò ad aggiornare l’archivio, in attesa che giungesse la mezzanotte.
Più ci ripensava, più quella faccenda era davvero strana.
Innanzitutto, Giovanni Maria era un uomo, ormai, e quella storia non poteva averlo segnato così tanto. E, da quando Befana consegnava i regali, si contavano su una mano i bambini che erano riusciti a scoprire dove abitava.
Come aveva dunque fatto Giangi a trovarla?
Mancava un minuto alla mezzanotte.
Befana chiuse il registro alla lettera “D” e si avviò fuori dal magazzino, spingendo il gatto delle nevi, l’ultimo modello messo in vendita dai negozi specializzati.
Fuori era buio, ma uno spicchio di luna accarezzava i contorni delle cose.
Befana vide l’ombra di un uomo che si avvicinava.
Non fece in tempo ad aprire bocca che l’uomo alzò le braccia di fronte a lei e le riabbassò, infilandole un sacco in testa e poi legandola all’altezza della vita.
La gettò a bordo del gatto delle nevi e partì.
Befana, confusa e spaventata, non riusciva a ragionare. Troppi pensieri le si accavallavano in testa, ma non ultimo quello dei bambini che non avrebbero ricevuto i loro doni.
Quando il gatto delle nevi si fermò, Befana avvertì un vento gelido e tagliente attraversare il sacco.
Rabbrividì.
L’uomo che l’aveva rapita non era Giangi, ma Bruto, il servo fedele della Strega del Nord.
Solo nel suo regno il vento poteva essere cattivo quanto lei.
Pochi istanti dopo, attraversato il pesante portone del castello, Befana si ritrovò in un ampio salone, freddo e cupo.
La Strega era seduta sul trono di ghiaccio e neve, stretta nel suo abito nero più della notte.
“Bene, Befana. Eccoci qua. Ho pensato che ti sarebbe piaciuto riposarti un po’ da questo tuo lavoro così faticoso, perciò prenderò il tuo posto quest’anno. Magari, se ai bambini piaceranno i miei regali, potrei sostituirti definitivamente!”
“Ma sei impazzita! Che idea ti è saltata in testa, dico io. Sono centinaia di anni che questo compito è stato assegnato a me.”
“Sì, ma avrei voluto farlo io! – gridò la Strega del Nord – Nessuno me lo ha chiesto, tutti hanno dato per scontato che fossi troppo cattiva per farlo. Beh, avevano ragione. E quando tutti i bambini riceveranno carbone vero e caramelle avariate…”
“No, non puoi fare una cosa simile!”
“Oh, sì che posso. Il mio sacco è pronto e la tua Scopa è perfetta. Bruto ti terrà compagnia mentre io sarò fuori.”
“Aspetta, non andare! No!” Befana cadde in ginocchio, singhiozzando.
Cos’avrebbero pensato i bambini di una Befana tanto cattiva?
Come avrebbero potuto fidarsi ancora di lei, dopo aver ricevuto doni così perfidi?
La Strega del Nord aveva di certo scoperto con la sua magia uno dei pochi “errori” commessi nella consegna dei regali e ne aveva approfittato per attirarla in trappola e metterla fuori gioco.
Nessuno sapeva che aveva perduto la Scopa.
Nessuno sarebbe venuto a salvarla.
Nessuno…
Mentre la Strega del Nord si preparava a lasciare il salone, guardando Befana con sdegno, un boato la colse di sorpresa.
Le renne avevano divelto il portone del castello e Babbo Natale, in piedi sulla sua slitta, lanciò alcuni grossi pacchi regalo contro la Strega del Nord, che cadde a terra.
Bruto cercò di fuggire, ma una ventina di elfi gli fu addosso in un attimo.
Babbo, sceso dalla slitta, si avvicinò alla Strega, le tolse la Scopa di mano e le intimò di non provarci mai più: “Non sfidare il mio spirito natalizio un’altra volta, Strega!”
Poi fece salire Befana sulla slitta e la riportò a casa.
Doveva riposare un po’ prima di partire per il lungo giro.
“Sai com’è fatto Green. – le disse – Prima dice di no perché ha davvero tante cose da fare, poi si pente. Ha avviato la ricerca della Scopa con i radar, ci è voluta quasi una giornata, ma quando ha visto dove si trovava, mi ha svegliato subito.”
“Beh, grazie Babbo. E ringrazia anche Green da parte mia. Mmmh, quel chip di localizzazione che mi avevi regalato…ce l’avresti ancora per caso?”



© Daniela Giorgini




 

 

 
 
 
 


 
 

 

 
 

Canto di Natale

Un camino scoppiettante. La luce del fuoco che ti inonda gli occhi.
Un calore che pervade l'anima.
Un libro. I nipotini.
Questo è il Natale per me. Questa è la storia che leggerei.
Ad alta voce, senza far rumore...
La vita è davvero breve per viverla da soli, ma non tutti riescono a condividerla.
A volte non si riesce veramente a capire come un giorno, passato da soli, è un giorno perso. Sprecato.
Ciò non vuol davvero dire, che bisogna stare sempre in compagnia.
Sarebbe veramente difficile e faticoso.
Ma disporre l'animo verso gli altri è qualcosa che non si apprende a scuola.
Si trova dentro di noi.
Un'esistenza spesa ad accumulare denaro, proprietà, ricchezze.
Mica male davvero. Viaggi, cene stupende, una casa con mille comodità e scarpe da urlo.
E se invece quello ricco è pure taccagno?
Se per lui è faticoso l'approccio con gli altri esseri umani?
Se non vede niente di buono nelle opere altrui?
Se è Natale... e lui è solo… in una sera qualunque…
Non si può non immaginare questa scena. E da qui inizia la magia.
L'incanto del Natale travolge chi apre il proprio cuore.
La musica invita al suono e alle cose belle.
La speranza si fa strada tra mille lacrime e paure.
Le voci portano risate e gioia di vivere.
Che sia un Natale sereno e "che Dio benedica tutti quanti".


Luna


 

 

  

 

 
 
 
 

 
 

 

 

 

Una barba lunga un anno

 



Era il 6 gennaio, giorno dell’Epifania, quando Antonio prese il rasoio e lo portò in cantina, per metterlo dentro una scatola di legno che già conteneva qualche oggetto in disuso.
Dopo due giorni, sua moglie Agata, notando quel velo bianco che copriva le guance del marito, gli chiese:
“Che hai? Non ti radi più?”
“No”.
“E perché?”
Lui alzò le spalle, come per dire, “lo faccio così, tanto per provare”.
Ma dopo una settimana, quando quella barba si allungò di un centimetro, Agata disse:
“E allora? Mi spieghi il motivo di questa barba?”
Lui alzò ancora le spalle, come per dire, “non preoccuparti, prima o poi me la taglio”.
“Beh, allora vedi di tenerla in ordine”.
Dopo un mese la barba era bella folta e lunga più di tre centimetri. Antonio era diventato un altro, a fatica i vecchi amici lo avrebbero riconosciuto.
“Dunque?” chiese di nuovo Agata passandogli le mani sul mento.
“Mi piace” disse lui. “Vedi, voi donne siete fortunate, potete passarvi le dita fra i capelli, giocarci e perfino soffiare con la bocca di lato e vedere i ciuffi salire. Io non posso più farlo e allora mi diverto a strofinare la barba con il palmo della mano, e poi passarci l’indice dentro e perfino metterla in bocca. Mi piace pizzicarla con le dita e impugnarla qui, sul mento. Del resto, le mani devo pur metterle da qualche parte”.
“Se è per quello ci sarebbero posti migliori della tua barba. E’ da un paio di mesi che non mi rivolgi più alcuna attenzione” osservò sua moglie.
“Lui alzò ancora le spalle, come per dire “cara mia, potrei dire altrettanto. Ma ho pure ottant’anni e due infarti alle spalle. Non ti pare di pretendere un po’ troppo?”
Trascorsero i mesi e ad agosto sua moglie disse:
“Non ti pare che ci sia troppo caldo per tenere tutto quel pelo?”
La barba di Antonio era cresciuta di circa dieci centimetri e lui se la curava ogni giorno, la profumava e spesso l’ammorbidiva con dell’olio.
“Come protegge dal freddo, il pelo protegge anche dal caldo” sentenziò lui.
Arrivò infine il mese di dicembre e sua moglie si stupì quando la chiamò:
“Agata, vieni qui un momento”.
Era in camera, mezzo nudo, con un costume da babbo natale in mano.
“Su, aiutami a indossarlo”.
“Ma che vuoi fare? Ti metti a fare il pagliaccio alla tua età?”.
“E’ l’ultima occasione che ho per farlo”.
Indossò il costume e prese un sacco di iuta che aveva riempito di dolci e piccoli giocattoli.
“Vado in piazza” disse.
E giunto in piazza, si sedette proprio al centro, vicino al monumento ai caduti. Poco dopo alcuni bambini gli andarono vicino, ne giunsero altri, da soli o accompagnati dalle loro madri. Per tutti aveva una buona parola, una caramella o un gioco e rimase lì, tutto il pomeriggio per poi tornare il giorno seguente e quello dopo ancora, sempre con il suo costume, la sedia e il sacco pieno.
Sua moglie non ci fece più caso, scuoteva la testa e basta.
“Almeno indossa la maglia di lana” disse una volta, e lui, per accontentarla si mise anche le braghe del pigiama sotto il costume, si profumò la barba e poi diede un bacio ad Agata.
“Era da una vita che volevo farlo, da una vita”.
“Bene, ci sei riuscito. Ora va, i bambini ti aspettano”.
E lui andò in piazza, tutti i giorni fino alla vigilia di Natale e proprio mentre iniziava a nevicare raccontò l’ultima storia e regalò l’ultimo giocattolo. Poi, con il sacco vuoto tornò a casa dove sua moglie stava allestendo la tavola per il cenone.
“Finalmente! Su, sbrigati, fra poco arrivano!”
“Eh...quanta fretta. Fai gli onori di casa, io ho un po’ di lavoro da sbrigare”.
Si chiuse in bagno, armato di forbici e di un rasoio ancora sigillato, per dare di nuovo luce alla pelle del viso che così a lungo era stata coperta.
Con qualche imbarazzo si sedette a tavola: i suoi amici, ancora una volta non lo riconoscevano e poi aveva il viso di due colori, abbronzato in alto e rosa come un porcellino in basso.
“Non preoccupatevi” disse alzando il bicchiere di vino. All’epifania la faccio ricrescere, mi sono divertito troppo e questa potrebbe essere l’ultima volta”.
Agata sbuffò alzando gli occhi verso il soffitto.
“E io ti farò compagnia, diventerò un befana, con un bitorzolo sul naso, gli occhi cisposi e i capelli grigi e arruffati. Da domani comincio ad impegnarmi seriamente”.
Antonio rimase con il bicchiere sospeso a mezz’aria, la bocca aperta e gli occhi stralunati. Sapeva che sua moglie, la sua bellissima Agata era capace di farlo. Si grattò il mento, come per cercare quella barba che non c’era più, gli scappò un sorriso e disse:
“Va bene, domani ne riparleremo. E ora…Buon Natale!”


 

Paolo Perlini


Quadro: Konrad Faber Von Kreuznach (1500 c. - 1552)
Ritratto di Franta Kolb
Dalla collezione Bernasconi, Verona






 

 
 
 
 

 
 

 

 

 


Natale

Cos'è rimasto
del nostro abbraccio?
Un albero
di Natale
di carta,
la marmellata
all'arancia
mai aperta,
una finestra da mesi
chiusa al mondo.
E noi,
labbra livide,
null'altro che fantasmi
pieni di paure,
a rincorrerci,
a cercare nella nebbia
le nostre mani
intangibili, e quel giorno
di passaggio
in cui pensammo
di vivere.

Carlo Bramanti

 

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 


Cicciù e la magia del Natale



Qualche giorno fa mi sono donata un tuffo nel passato. Non ricordo bene il motivo che mi aveva portata ad aprire lo sportello di quel mobile, ma ricordo benissimo la trepidazione che mi ha pervasa tutta alla vista di una scatola variopinta e ricordo benissimo il desiderio di avere ancora una volta tra le mani uno dei regali più belli della mia infanzia, la mia cinepresa a manovella, compagna di tanti pomeriggi spensierati coi fotogrammi della storia di Heidi, quelli della storia di Remì. E quelli della storia di Cicciù.
 
Cicciù??
 
Vabbè che con l’età qualche vuoto di memoria ci può stare, ma non mi ricordavo proprio di questa compagna di giochi! Mi sono resa irreperibile al mondo, alle sue pressioni e oppressioni, e via in camera mia, con l’intima gioia che di lì a poco avrei ritrovato un’amica perduta. Mi sono sdraiata sul letto, ho appoggiato bene la testa sul cuscino, ho avvicinato agli occhi l’obiettivo della cinepresa, ho iniziato a girare la manovella e…
 
“C’era una volta una bambina ricciolina dall’incarnato roseo e vellutato e la boccuccia a forma di cuore, figlia primogenita di due giovani sposi, per cui era semplicemente “Cicciù”. Una bimba vispetta, con un’innata calamita per le coccole, una fantasia galoppante, una curiosità martellante, e uno stupore disarmante, nel suo manifestarsi e nel suo emozionarsi”.
 
Giro la manovella ed eccola lì, col suo scamiciato di velluto blu e il maglioncino panna, mentre aiuta la mamma che sta preparando l’albero di Natale e il presepe. Eccola lì, intenta a sistemare le pecorelle e a cantare. Mi sembra di sentirla: “Andarono i pastori ad adorare il bambino, andarono i pastori ad adorare Gesù. Sul fieno e sulla paglia e niente di più, sul fieno e sulla paglia e niente di più…”
Altro giro di manovella, ed eccola apparire, buffamente imbacuccata nel suo cappottino rosso. L’immagine si allarga: Cicciù è in braccio al suo papà, sono sul balcone e guardano giù,verso un gruppo di uomini vestiti con velli di ovini che suonano ocarine e zampogne e vanno in giro per le vie a cantare la “nannaredda”, la ninna nanna a Gesù Bambino. Fa’ freddo fuori ma quelle melodie riscaldano il cuore.
Comincio ad appassionarmi a questi fotogrammi e… ta-ta-ta-ta-tà… altro giro di manovella, ed ecco Cicciù, sorella maggiore di un pargoletto tutto pepe che, per tutti, è “Giuggiù”. Eccoli correre a perdifiato per casa, in una corsa a chi arriva primo sotto l’albero a prendere i regali, per poi scartarli sul lettone di mamma e papà. Ed eccoli, sempre loro, qualche anno dopo, mandare “in pensione” la mamma e fare testa o croce per chi deve fare il presepe e chi l’albero, e impegnarsi perché la propria opera sia più bella di quella dell’altro.
Scorrono i fotogrammi, al tocco della mia mano sulla manovella. Ritorna in scena Cicciù, ormai signorinella troppo sensibile, ma meravigliosamente bella nella sua sensibilità, nei suoi occhi che si riempiono di lacrime, che scorrono libere e senza freni ogni qual volta sente Happy Christmas di John Lennon o anche Astro del Ciel (anche nelle versioni Silent Night e Stille Nicht), specie se cantata “a cappella”, senza accompagnamento musicale. E chi se ne frega se accade quando è sola o in mezzo a tanta gente: è qualcosa di grande che le scoppia dentro, qualcosa che non può, non vuole, e non deve trattenere.
A un certo punto, panico! Vado per girare la manovella, ma l’ingranaggio sembra essersi ingrippato! Faccio mezzo giro indietro e poi provo a ripartire… ta-ta-ta-ta-tà… Evvai! Meno male! Non mi piace lasciare le cose a metà. Eccola lì Cicciù comodamente sdraiata sul suo letto e intenta a giocare e ricordare, coi fotogrammi di una piccola cinepresa. È serena e sorride. Perché ci vuole davvero poco per renderla felice. A Natale e non solo.


Calo

 

 

 
 
 
 

 
 

 

 
 
 




Non c'è posto per te


Grande fermento nell'ultima classe della scuola materna: la recita del Natale come ogni anno toccava ai “grandi”. I ruoli di Giuseppe, Maria, i pastori, gli angioletti, erano stati assegnati; mancava l'oste, quello che avrebbe dovuto negare l'alloggio ai futuri genitori del Bambino Gesù.
La maestra aveva puntato gli occhi su Paolo, l'osso duro dai capelli all'umberta, pettinati all'indietro con le dita delle mani bagnate d'acqua a sostituire la brillantina; ogni tanto qualcuno per fargli dispetto gli diceva: «Te li sei fatti leccare dalla mucca?».
Il biondino determinato e testardo faceva solo ciò che gli andava di fare e lo aveva dimostrato fin dal primo giorno nel refettorio ignorando il pranzo; braccia conserte e bocca ermeticamente chiusa si rifiutò di mangiare finché cedettero alla sua richiesta: latte caldo e pane raffermo. Il latte lo portava lui ogni giorno, appena munto. Dopo colazione, il piccoletto attraversava il cortile di corsa fino alla stalla di Luigì e Velina, si faceva riempire il pentolino di alluminio, lo richiudeva col coperchio dello stesso metallo e s'incamminava da solo sulla strada sterrata, fino all'Asilo Infantile. All'ora del pranzo accumulava i pezzetti di pane sbocconcellando due mantovane rafferme, li immergeva nel latte bollente della grande scodella realizzando un pastone color biscotto talmente denso che il cucchiaio piantato nel mezzo stava in verticale come il palo della cuccagna. Nessuno doveva disturbarlo fino alla fine del pasto, quando, a braccia ciondoloni si abbandonava allo schienale della sedia in attesa dell'immancabile ruttino.
Il bambino dalle pagliuzze dorate nei capelli, dopo tanta insistenza aveva ceduto alla richiesta della maestra, ma non voleva saperne di rivolgere la frase “Non c'è posto per voi” a Giuseppe e Maria quando avrebbero bussato alla sua postazione dietro la porta montata sui cardini nell'apertura  ritagliata in un pannello di compensato.
L'alloggio dell'oste, la capanna, le case, le montagne erano disegnati su carta da pacchi incollata con un impasto di farina e acqua sui pannelli incernierati a formare un lungo paravento in equilibrio precario. Sullo sfondo il cielo di carta blu - la stessa che si usava per ricoprire i libri scolastici - incorniciava lo scenario della Notte Santa. Nella Betlemme dei bambini il cielo scende sulla terra, tempestato di stelle ritagliate in carta stagnola.

«Devi dire solamente quelle tre parole. Coraggio non farti pregare».
«Ho vergogna, mi guardano tutti e se poi sbaglio? E se... »  trovava sempre mille scuse, finché, dopo tanta riluttanza, la frase alla fine la urlavano all'unisono i suoi compagni di classe.
Il blocco emotivo aumentò un paio di settimane prima della recita, quando nell'uscire dalla stalla con la sua razione giornaliera si scontrò col Barbone: un vagabondo, che da qualche giorno aveva trovato riparo per la notte nel fienile della cascina ripagando l'ospitalità con la mungitura e il rigoverno della stalla.
Un sorriso aperto nel pertugio tra baffi e barba e due occhi buoni sul viso nero come la notte bastarono a creare l'intesa tra i due. 
Ogni sera dopo il vespro, il piccolo, col permesso della zia che lo aveva in custodia, raggiungeva la stalla per ascoltare incantato le storie di quell'uomo.
Barbone, chiamato così dalla gente del paese dove tutti avevano un soprannome, per via della barba e della sua vita da senzatetto, prima di raggiungere il suo giaciglio nel fienile, puntando il dito verso est nel cielo di dicembre tracciava i cateti che collegano i tre vertici del triangolo d'inverno per mostrare Betelgeuse, Sirio e Procione a Paolo e al vecchio Luigì. Proprio per la conoscenza delle stelle e delle storie dei popoli, il padrone della stalla, gli aveva appioppato il nome Re magio come Gaspare Melchiorre e Baldassarre, i sapienti guidati dalla cometa fino alla grotta del Re dei Re.
 
Una sera, Paolo dopo aver raccontato al vagabondo la storia del bambino Gesù, la stessa della  rappresentazione natalizia, gli confidò il motivo principale della sua non voglia di salire sul palcoscenico:
«Sarò da solo. Il mio papà e la mamma lavorano lontano da casa  e non ci saranno la sera del saggio di Natale».
«A me piacerebbe vedere la vostra recita, se può esserti di conforto sarò in fondo, vicino alla porta, al buio, così la mia presenza non disturberà nessuno».
Sì, per lui lo avrebbe fatto, per lui soltanto, per Barbone. Non poteva rifiutare ora che sapeva che quel soprannome non definiva solo l'aspetto esteriore. Quando aveva chiesto alla zia come mai quell'uomo dormisse