Marettimo





1 dicembre 2014

Cosa c'entra una barca con il Natale?

Presentando questa nuova, e bellissima, pagina natalizia, vorrei fare insieme a voi una riflessione. Non parlerò del senso delle "feste", non solo. La mia riflessione è più ampia e comprende un certo senso di straniamento che mi ha preso durante i pochi giorni che ho trascorso a Marettimo (vedi foto sopra). L'isola è piccola ed è ancora abbastanza selvaggia. Gli abitanti sono pochi, si conoscono tutti e si salutano con amicizia; anche i 'turisti' diventano subito abitanti del luogo e camminano lentamente nei vicoli del paese, dove non transitano le auto e dove i cani dormono in mezzo alla strada e i bambini giocano tranquilli.
Gli orologi non servono a Marettimo: le ore sono scandite dall'arrivo dell'aliscafo, momento clou di una giornata che scivola all'insegna degli impegni che tali non sono. All'arrivo dell'aliscafo si va al porto per vedere chi sbarca, sentire le novità che arrivano dalla terraferma, scambiare due chiacchiere con chi naviga avanti e indietro. Dopo pochi giorni di questa vita, ci si sente già del luogo, marettimani doc; si cammina e si saluta tutti, tutti ti salutano e ti chiedono cosa hai fatto, dove sei andato, cosa hai visto. Si va al porto vecchio e si osserva i pescatori che rientrano, lavano il pesce, sistemano le reti.
Dopo tre giorni di Marettimo ci si abitua a questi nuovi ritmi e si apprezzano meglio alcune cose, come il tempo lento, l'assenza di fretta. il godere dell'attimo.
Forse è questo il senso di questa pagina, forse questo è il motivo per cui mi piace lavorarci ogni anno anche se è impegnativo, anche se 'rubo' ore al resto: questo è il mio "tempo marettimano". E ciò che abbiamo creato, anche quest'anno, è un piccolo miracolo di passione e gioia condivisa.
Spero che voi che leggete, anche se passate da qui per caso, possiate trarre qualche attimo di serenità dalla lettura di questa pagina e dei testi che i nostri Autori hanno scelto di regalarci.
Buone feste a tutti e buon 2015


























Dono





Natale non c'entrava

coi tappeti
al tramonto
e gli alberi adorni.
Natale era un dono
non materiale,
un'atmosfera
scolpita negli anni.
Natale era la neve
che non conoscevo,
il braccio materno
schivo e aperto
sull'infinito.





Carlo Bramanti 










       















 







IL SOGNO DI NATALE


Adoro il Natale e la sua atmosfera: le luci, i sorrisi e i regali. In questa casa, in particolare, la proprietaria spende un sacco di energia per dare un tocco natalizio in ogni angolo. Non c’è una stanza che non venga addobbata con lucine, stelline, ghirlande e piccoli gingilli natalizi, persino in camera da letto e in bagno. E devo dire che la signora ha un gusto eccellente. Non un ammasso di oggetti, ma per ogni cosa c’è dietro uno studio dedicato e viene riposta con gusto. Gli oggetti più disparati, acquistati o realizzati dalle abili mani dalla proprietaria o piccoli doni dei suoi amici, vengono collocati per colore, materiale, forma, dimensione e tema. In ogni stanza c’è almeno un albero, grande o piccolo, addobbato con un colore diverso, un Presepe e lucine colorate.
E io sono felicissimo di partecipare a tutto questo. Qui ho trovato il mio posto, lo scopo della mia vita. È da quando sono nato che attendo di crescere per essere scelto e diventare un bellissimo Albero di Natale, addobbato e luminoso. E non mi poteva capitare un posto migliore di questo!
La padrona di casa mi ha collocato al centro del soggiorno, e mi riempie di complimenti: «Sei un abete proprio bello. Il tuo posto è al centro della casa. Vedrai, quando avrò finito, non ci saranno che sguardi per te!»
Ha passato un intero pomeriggio a farmi bello. Per me sono state riservate gocce di cristallo, lucine bianche molto piccole ma luminose, pigne raccolte dalla padrona di casa nel bosco e da lei stessa colorate di bianco e guarnite da un grosso fiocco, bianco pure esso. Lo avrete capito: a me è stato dedicato il colore bianco. E il bianco mi dona davvero: fa risaltare il verde dei miei aghi. Ai miei piedi sono raccolti e riposti tanti doni per parenti e amici, tutti meravigliosamente confezionati.
Ve l’ho detto, è da tutta la vita che aspetto di diventare un Albero di Natale e finalmente il mio sogno si è avverato.
Peccato, però, che mai nessuno mi aveva avvertito che questa sarebbe stata l’ultima cosa che avrei visto, perché appena finite le feste, sarò spogliato da tutti gli addobbi e fatto a pezzi per essere bruciato.

Angélique Gagliolo






























Preghierina di Natale





Natale, Natale,
Natale che vieni
negli adulti e nei bambini

Natale, Natale,
Natale che rimani
negli occhi e nelle mani

Natale, Natale, cosa mi combini?

Ti prego ricordati anche di loro,
quelli che non hanno voce e non hanno viso,
quelli che non ci sono mai

spegni la televisione, dagli un' occasione,
prendili per mano e portali con noi.


Vincenzo Celli




Presepio in lanterna - Massimo Carli Ballola












Buon Natale, Max



- Devo dire che in linea di principio non sono contrario al Natale. E’ che mi urta tutta questa serie di incombenze creata dalle consuetudini che si pretende spacciare per sincero affetto,  i regali a “quello tanto so che me lo fa e dovrò pur ricambiare”, i biglietti di auguri che guai a dimenticarsi di qualcuno che poi si offende, il pensiero per quello che ti ha fatto un favore, che dovrai pur ringraziare, ma sotto sotto non è che un implicito riconoscimento di sudditanza che lui si aspetta …
- Sì, vabbè, ma a parte questo, devi riconoscere che in questo periodo l’atmosfera è diversa, i bambini e la loro frenesia in attesa dei regali …
Max rispose dapprima con una piccola smorfia, ma subito riprese il discorso:
- I bambini! Ma non vedi che non è che addestramento? L’addestramento di nuovi consumatori in attesa di diventare grandi o piccoli ingranaggi  di questa società basata sull’inganno, sull’insincerità, sui rapporti di dipendenza. Ipocrisia. Ecco cos’è Natale, pura ipocrisia!
- Ma dai, Max, non ti pare di esagerare? In fondo sono ancora anime innocenti, per loro ricevere un regalo è la conferma di un diritto a sognare, a sperare di vedere concretizzato il loro desiderio, il riconoscimento di esistere e per questo di essere amati, protetti, di potersi fidare di qualcuno, in cielo o in terra che sia…
- O l’abituarsi all’idea che basti desiderare per ottenere, senza bisogno di fare alcuno sforzo, alcun sacrificio, e trovarsi poi improvvisamente incapaci di costruire il proprio futuro senza l’aiuto di qualcun altro!
- Ma anche il confidare in qualche aiuto mi pare non sia una cosa così spregevole: viviamo in una società complessa, ma chi può dovrebbe sempre poter dare una mano a chi non può, o non riesce. La solidarietà, l’affetto…
- Sì, ma perché solo a Natale? Se la società si basasse su questi principi, ci si aiuterebbe sempre, e disinteressatamente.
- La società è imperfetta, caro Max, lo sappiamo tutti, ma ci sforziamo lo stesso nel dare il nostro piccolo contributo per correggerla, per migliorarla, sperando che possa, anche minimamente, raggiungere lo scopo.
- E invece peggiora di giorno in giorno. Ecco, lo chiamano progresso ma mi pare che viviamo peggio di vent’anni fa. O anche solo di dieci. Progredisce la tecnologia, progrediscono le scienze, ma la società regredisce, s’imbarbarisce; l’occidente indietreggia, la povertà si diffonde a vantaggio di pochi ricchi, sempre più ricchi, lo dicono anche le statistiche no? E fuori di qui la barbarie avanza: i talebani, le Jihad, le pulizie etniche, i fanatismi, le guerre di religione…, ma ci pensi? Nel XXI secolo e ancora a combattere gli infedeli, come alle crociate!
- Sì, ma i progressi della scienza intanto allungano la vita media e alcune malattie, veri propri flagelli, vengono sconfitte, e poi internet,  essere al corrente di ciò che accade in tempo reale, il facile accesso a qualsiasi genere di informazione, la facilità di potere dialogare ovunque, con chiunque, in qualsiasi parte del mondo…
- Ed essere osservati e spiati, magari schedati da chissà chi, che potrebbe essere ovunque, in qualsiasi parte del mondo!
L’altro si fece più serio, ma dopo pochi istanti fu lui a riprendere la discussione:
- Max, ho l’impressione che tu stia diventando leggermente paranoico.
- Paranoico?
- Ma sì, paranoico! E’ Natale, porca puttana, siamo tutti più bendisposti, cerchiamo di pensare un po’ di più alle nostre famiglie, alle persone che ci sono più vicine, più care, almeno a quelle e tu, tu te ne esci con tutte queste …
- Beh, sì, … forse hai ragione. Forse non è il momento più adatto per…
Se ne stettero ancora lì, per un attimo, a guardarsi negli occhi.
Questa volta fu Max a interrompere quel silenzio che improvvisamente era calato tra loro:
- Hai ricevuto la mia letterina almeno?
L’uomo vestito di rosso sospirò profondamente sollevando l’enorme pancia, e prese un pacchetto accuratamente infiocchettato dal grosso sacco di iuta che teneva al suo fianco. Sorridendo bonariamente glielo tese, dicendo:
- Buon Natale, Max.

Carlo Sirotti (carloesse), Natale 2014













Si fa presto a dire Natale!



Si fa presto a dire Natale!
Amore, Pace, regali e stelle comete.
Ma viverlo come Dio comanda, magari tutto l'anno, non è mica così semplice e scontato.
Perché altrimenti andremmo in crisi in questi giorni di festa?
Perché ci viene chiesto qualcosa che non siamo capaci di fare o di dare.
Non siamo abituati, impegnati nelle nostre corse giornaliere tra casa e lavoro.
Il Natale non è facile da vivere per un giorno, figuriamoci per sempre!
Ma è per questo che torna ogni anno: per farci fare un altro tentativo.


Daniela Giorgini
















Non ci saranno pecore a Natale

Il dodici dicembre del 2013, giorno che in paese tutti vogliono dimenticare, quella che doveva essere una normale assemblea scolastica si trasformò nella più violenta rissa che mai si ricordi.
Come sempre avviene, la colpa ricade su più teste ma da qualsiasi punto di vista la si guardi non si può negare che coloro che hanno il potere di decidere hanno anche maggiori responsabilità, e in quel caso gravavano sul dirigente scolastico e il sindaco.
Perché, nel corso di quell’assemblea si dovevano assegnare le parti per la processione della notte di Natale e per i personaggi del presepe semi-vivente. In paese lo chiamavano così, semi-vivente perché le pecore mica erano vere, erano solo dei bambini travestiti da agnelli, con un vestito o una maschera. E pure il bue, l’asinello e perfino la cinciallegra - che nessuno sapeva cosa ci facesse in un presepio, perché manco poteva volare - erano raffigurati con maschere o costumi di cartapesta.
“Allora, la parte di Maria la diamo a Chantal” disse il dirigente.
 “E ti pareva…” bofonchiò un genitore, “sempre sua nipote…ma diventerà vecchia prima o poi…”
“…Giuseppe lo fa Kevin…” continuò il dirigente.
“E ti pareva…” bofonchiò lo stesso genitore, “sempre il figlio del sindaco…”
“Per Gesù Bambino ho pensato a Roxanne…”
“E ti pareva, sempre la figlia del sindaco…” borbottò di nuovo il genitore, che non potendone più si alzò in piedi e prese la parola.
“Mi scusi, eh…ma questa Roxanne è da tre anni che fa Gesù Bambino, mi pare un po’ cresciutella, o sbaglio?”
Il dirigente scolastico allargò le braccia.
“E non parliamo di Giuseppe e Maria… sempre assegnati agli stessi. Penso che dopo tutti questi anni anche loro ne abbiano le ciuffole piene”.
“No, loro sono felicissimi!” protestò il dirigente.
“E voglio ben crederlo! Il fatto è che mio figlio è stufo di fare la pecora, aspira a qualcosa di più, mi ha inteso?”
“Possiamo assegnargli la parte del pastore”.
Ma il genitore era veramente alterato e a lui si unirono le proteste degli altri presenti, stanchi pure loro di avere i propri figli così poco stimati.
“Sa che le dico? Che quest’anno non ci saranno pecore a Natale!”
“Ce ne faremo una ragione” rispose il sindaco, entrato proprio in quel momento, “le pecore si trovano facilmente”.
“Sì? Se per lei è così facile trovare le pecore, perché non ha trovato dei nomi più intelligenti per i suoi figli?”
Fu così che iniziarono a volare parole grosse, ceffoni e calci proibiti. E in quell’occasione, anche la cinciallegra imparò a volare.

Paolo Perlini






















Alberello da appendere


Per questo alberello servono:
1) panno lenci e una matita per disegnare l'alberello sul panno;
2) forbici per ritagliare l'alberello, bottoni e nastrini per addobbarlo;
3) ago e filo da ricamo per attaccare gli addobbi.

Disegnate il vostro alberello sul panno a mano libera, oppure prima su un foglio di carta, che ritaglierete, e poi sul panno lenci usando la vostra formina di carta come guida.
Ritagliate il panno seguendo le linee a matita e ricamate il bordo con punto festone usando il filo da ricamo (che è un po' più grosso di quello da cucito) o un filo di lana sottile (ce ne sono anche coi brillantini). Con lo stesso filo create un'asola per appendere l'alberello, ma potete anche usare un nastrino sottile.
Fate un segno con la matita nel punto in cui volete “appendere le palline” e cucite i bottoncini dei colori che preferite. Fate tre o quattro nodini in un nastrino e cucitelo nel mezzo dell'albero con qualche punto solo sui nodini, così il nastro rimarrà morbido.
Se volete aggiungere un “fiore” cucite all'alberello il nodino e poi tagliate gli avanzi di nastro ai lati.




Elle






















Luci d’inverno


con i gesti
quotidiani
si semina l’inverno
luci accese in
penombra
poche parole,
in silenzio.
Si semina neve
nelle sere
d’inverno
fra le stanze semichiuse
e le fiamme
di cera.
Era rito poi
raccogliersi presso un
ceppo
di brace
spento.
Altare pagano
per giocare a indovinare
il destino
di ognuno.



Marco Guerrina






















Presepio popolare - Massimo Carli Ballola


Il presepe di Gaspare



Incastonato nella quotidianità fitta di rumori e di voci della zona industriale, il silenzio della cascina dei Macì è un'oasi seminata nel terreno sassoso e spinoso delle fatiche, degli odi e delle bestemmie.
I tralci secchi di vite scoppiettano nel camino spandendo luce e calore nella grande cucina.
I due fratelli ottantenni sono soli. La prima domenica di aprile, dopo aver servito loro il pranzo,
la sorella Lauri ha esalato l'ultimo respiro accasciata sul piatto di polenta e coniglio arrosto.
Lo sguardo di Innocente è fisso sul duello delle lame incandescenti nel fuoco; i suoi pensieri si attorcigliano come edera intorno a braccia e gambe e affondano le radici nella mente e nel cuore.
Gli anni portano con sé la debolezza generale dell'organismo e l'appannamento mentale.
La nostra vita è un fuoco spento, c'è ancora qualche brace sotto il velo della cenere, ma non c'è più la voglia o la forza di soffiare, siamo ombre che passeggiano senza la voglia di ricominciare.
Gaspare è alla finestra. Fuori è ancora buio. In lontananza luccicano le lampadine degli alberi di Natale, stelline intermittenti come i suoi pensieri: assenti sul presente e presenti sul passato; lui
ha un'altra vita, colma di fantasticherie, chimere e miraggi, dall'alba al tramonto veleggia sulla superficie degli eventi e si astrae nel sogno.

L'uomo-vecchio prepara la colazione mentre l'uomo-bambino disegna sui vetri; con le dita
collega le goccioline di vapore condensato che lentamente scorrono verso il basso in linee verticali parallele.
Il fratello minore chiede:
«Perché ci sono tutte quelle lucine colorate là in fondo?».
Il fratello maggiore scrolla il capo al pensiero che non ricordi più nulla, gli si avvicina lo prende per mano e lo fa sedere al tavolo, batte un pugno sul pane raffermo e tostato e lo frantuma in piccoli bocconi da inzuppare nelle tazze di latte bollente e gli risponde:
«Tra una settimana nasce il Bambino Gesù, quelle sono le luci degli alberi di Natale».
«Ma allora perchè Lauri non ha ancora allestito il presepe?».
Il bolo di pane e latte diventa un groppo in gola. Dalla morte prematura dei genitori, la sorella aveva dedicato tutta la propria vita ai fratelli scapoli e ora li aveva abbandonati al loro destino di vecchi.
«Lauri non c'è, ma prima di andare via mi ha raccomandato di farlo allestire a te il presepe. Dai impegnati, sono mesi che stai lì sulla sedia senza fare niente».
La proposta entusiasma Gaspare; la sorella decideva tutto da sola, lui poteva solo aiutarla, privato dal potere di aggiungere, togliere o modificare.
«Si dai, però mi aiuti e lasci fare a me».
«Ma certo sarò il tuo piccolo servitore».

Dopo la colazione, i due indossano giacconi pesanti, cuffie e scarponi. Innocente mette alla prova la memoria del fratello:
«Per prima cosa andiamo a prendere il muschio, ti ricordi dove?».
«Certo, dietro la casa, dove c'è sempre ombra e il muschio è soffice, la terra non è ancora gelata. Strapperemo con facilità le grosse toppe verdi».
I due partono con i canestri al braccio: uno per il muschio e l'altro per radici e pezzi di corteccia.
Prima di rientrare passano nel ripostiglio, recuperano un'asse e un paio di cavalletti, li portano in casa collocandoli nel vano della finestra.
Gaspare bisbiglia soddisfatto:
«Questo è il posto giusto, nessuna carta blu, il cielo d'inverno fornirà luce diretta per il giorno e buio per la notte».
Con un pezzo di tela riveste le gambe in vista del tavolo occasionale, ricopre il piano con carta di sacco, forma montagne e grotte alternando cortecce e radici, sistema con cura il muschio, traccia una strada con la farina e colloca uno specchio per il laghetto.
Innocente controlla incuriosito il lavoro metodico del fratello e  nello stesso tempo con cura esegue il compito che gli è stato affidato: scartare le statuine conservate nella scatola di latta. Lauri le riponeva ogni anno con cura, non se n'è mai rotta una.
Il posizionamento dei personaggi è il momento che Gaspare attendeva da tutta la vita; meticolosamente colloca uno dopo l'altro il bue, l'asino, San Giuseppe, la Madonna, l'angelo, i pastori e le pecore, il fornaio, la contadinella con la brocca dell'acqua. I cammelli e i Re Magi li apposta in fila sulla credenza, orientati verso la grotta - tanto arriveranno solo all'Epifania, devono fare ancora tanta strada.
Innocente sorride nell'attesa curiosa di vedere se il fratello ricorda che manca ancora l'Incantato: il pastorello che a differenza delle altre statuine non porta doni, ma se ne sta lì, davanti alla grotta con le mani vuote, totalmente assorto nel guardare il Bambino. Sospeso in una bolla d'intimità, porta la sua meraviglia, lo stupore di un cuore aperto per ricevere e contenere una gioia inesprimibile.
L'amore di Dio fatto bambino piccolissimo incanta e ammutolisce chi ha l'animo puro e semplice.

L'Incantato è l'unico personaggio che Gaspare aveva il permesso di posizionare, l'unica mossa che la sorella gli concedeva; era tale il suo attaccamento a questa statuina che non permetteva a nessuno di toccarla.
«L'Incantato non lo metti?».
«Oh certo, passamelo».
«Qui non c'è, dove l'hai messo? Solo tu puoi saperlo».
Gaspare rimane lì a bocca aperta, ricorda l’Incantato ma non riesce a ricordare il nascondiglio.
Fin dall'infanzia, ogni anno dopo aver smontato il presepe, lo afferrava e senza farsi vedere da nessuno andava a riporlo in un posto che nessuno dei familiari riusciva a scoprire.
«Pensaci e vedrai che lo trovi».

La mattina del 25 dicembre, Nocente si sveglia alla solita ora anche se il gallo non canta più. Dopo il furto delle galline, Lauri aveva regalato il re del pollaio a una cugina, proprio per non averlo davanti agli occhi e ricordare l'orrore delle quindici teste mozzate.
Il letto accanto è vuoto. Il vecchio infila le ciabatte e passa in cucina. Il fratello minore è lì, davanti al presepe: incantato come la statuina stretta tra le sue mani, contempla il  Bambino nella culla.
Il vecchio-bambino centellina parole tra i lunghi spazi bianchi di un silenzio ovattato per formare frasi ispirate che ammettono approfondimenti e un'ulteriore vita in chi le ascolta:
«Ciao Bambino, nella mia testa non hai ancora camminato. Le tue prime parole devono ancora essere dette. Non conosco il colore dei tuoi occhi, potrebbero essere verdi o blu come il mare profondo che non ho mai visto. Avrai il meglio, te lo prometto.  Una stella nel cielo mi indicherà sempre la strada per trovarti, io la seguirò, te lo prometto. Ho bisogno di te, per averti e stringerti, per camminare con te e continuare la mia strada con te e sapere che sei benedetto. Perché giuro che sarai benedetto».


Fausto Marchetti, il Falconiere


 












Il mandorlo


Mancava un giorno,
solo un giorno,
e c'era un pacco
per me
a un passo dal camino.
Mentre decoravo il nostro albero
mi accorsi che papà
non sorrideva.
Guardava allo specchio
i pochi capelli
che gli erano rimasti.
Fuori già nevicava,
sui cancelli,
sul mandorlo vecchio,
così tanto da farlo
sembrare in fiore.
Mia madre dormiva,
dormiva sempre
da quando papà
aveva iniziato
la cura.
"Mi manca una pallina,
e ora che si fa?"
blaterai, in volto scura.
Mio padre inspirò
e mi strinse a sé:
"Tagliami sti du' capelli, va,
ti faccio io da pallina".
Così dicendo,
per finta,
si appese all'albero
aprendo
il mio sorriso
di bambina.



Carlo Bramanti





















 


La “differenziata”


Joshua ha nove anni. E’ un bimbo curioso e attento a quanto gli accade intorno.
Da diverso tempo osserva i suoi genitori fare la raccolta differenziata. È affascinato dall’idea che gli scarti possano essere riciclati in qualcosa di utile, sapere che la vita dei rifiuti non finisce nel cassonetto dell’immondizia.
Spesso fa domande del tipo: “Questa bottiglia cosa può diventare? E le lattine dell’aranciata?”
A turno sia la mamma, sia il papà, gli spiegano pazientemente come si dividono i materiali, abituandolo a fare altrettanto, e quando hanno dei dubbi fanno il gioco del “chi ci azzecca”, tirando a indovinare e andando poi a controllare sul rifiutologo dato in dotazione dalla municipalizzata.
E arriva il Natale.
Cominciano a progettare dove collocare l’albero di Natale, di quali colori e nastri addobbarlo, se fare dei dolcetti alla cannella per abbellirlo ulteriormente. Poi Joshua chiede:
“Mamma, ma finito il Natale, dove lo ricicliamo l’albero? Noi non abbiamo un giardino dove poterlo piantare!”
I genitori si scambiano uno sguardo interrogativo, subito superato dalla risposta pronta della mamma che gli risponde:
“lo portiamo all’Ikea! Ci pensano loro a riciclarlo.”
Joshua butta lì un “Ah!”, come di chi sembra soddisfatto della risposta.
In realtà resta un poco perplesso. Nella sua testolina pensa a cosa possa diventare il suo albero. Mensole? Camerette? Giochi? Li pianteranno in giardini norvegesi? Là hanno così tanti boschi…
I giorni passano, l’albero di Natale fa la sua bella figura in salotto con tutte le lucine che si accendono alla sera, ma Joshua non è sereno: spesso ha un’aria pensierosa. Non sapere bene cosa succederà al suo albero di Natale, lo tiene in ansia.
La sera della vigilia di Natale, dopo la cena, va a letto agitato. Già arriverà Babbo Natale a portare i doni e poi, ‘sta cosa del suo alberello. Dopo molto pensare, il sonno prende il sopravvento sulla sua agitazione.
E Joshua si ritrova a fluttuare nella notte, tra la terra e il cielo, dentro a una corrente d’aria piacevolmente calda. Sorvola mari e case, catene montuose e pianure e, dopo molto volare, finalmente vede una lingua di terra piena di abeti. La corrente lo porta più vicino a terra, può quasi toccare la neve sulla punta degli alberi.
In una strada che serpeggia fra i boschi, c’è un grosso articolato; sulla sua fiancata campeggia una grande scritta: IKEA. Dentro, sorretti dalle sponde, centinaia e centinaia di abeti. Il camion si ferma davanti ad una pianura estesa dove, ad attenderlo, ci sono una trentina di uomini muniti di pale. Grandi gru scaricano gli alberi e gli uomini provvedono a piantarli in buche già pronte.
Joshua resta a vedere fino a quando quasi tutti gli abeti sono stati piantati, poi, sempre fluttuando, ritorna al caldo, sotto le coperte del suo letto.
Quando, la mattina di Natale, la mamma lo sveglia, è felice e di buon umore. Racconta ai genitori del viaggio di quella notte e ora sa, con estrema certezza, che il suo albero vivrà dopo Natale, insieme a molti altri alberi di Natale e in un impeto di gioia grida:
 “Evviva la raccolta differenziata!”



Claudia Giacopelli















L'albero di Natale

A sud del golfo di Finlandia la notte
vicino al mare brumoso
l'albero di Natale scintilla
tra oscure torri gotiche
corazze di cavalieri teutoni
e ciminiere di fabbriche
l'albero di Natale
l'albero di Natale canta
sulla piazza bianca di neve
canzoni dell'Estonia
lunghissimo scintillante
pagliuzzato d'oro
l'albero di Natale

tu sei nella palla di vetro rosso
i tuoi capelli son paglia gialla le ciglia azzurre
sono io che l'ho appesa
mettendotici dentro
il tuo collo bianco è lungo e rotondo
ti ho messa nella palla di vetro rosso
con i miei dubbi
con le mie ansietà con le mie parole
le mie speranze le mie carezze
a tutti gli alberi di Natale a tutti gli alberi
a tutti i balconi le finestre i chiodi le nostalgie
ho appeso la palla di vetro rosso.

Nazim Hikmet
















Babbo Natale esiste!


Babbo Natale e Green, il capo elfo, osservavano con attenzione gli elfi insacchettatori, addetti a riempire di giocattoli l’enorme sacco già posizionato sulla slitta.
Nessuno infatti sarebbe riuscito a trasportarlo, una volta pieno fino all’orlo.
Green spuntava i nomi dei bambini il cui regalo veniva infilato nel sacco.
“Gianni, Alberto, Laura, Michele, Giorgio, Benedetta, Angela, An…”
“Green, hai dimenticato Luisa!”, lo interruppe Babbo, che aveva una memoria prodigiosa e ricordava tutti i bambini di tutti i paesi, quartiere per quartiere. “Dopo la casa di Angela e prima di quella di Andrea, ci abita Luisa.”
Green cercò di mantenere la calma. Era conosciuto per la sua precisione e di certo Babbo lo aveva messo a capo della sua fabbrica di giocattoli proprio per questo.
Non poteva essersi sbagliato, ma non voleva nemmeno mancare di rispetto a Babbo.
Così ordinò agli elfi insacchettatori di fermarsi e, insieme al suo capo, rientrò nel laboratorio, dirigendosi alla sala comandi.
“Ecco, Babbo, vedi? Non c’è nessuna luce rossa sulla casa di Luisa.”
L’enorme planisfero elettronico che dominava la parete era pieno di luci rosse, i bambini che aspettavano con ansia l’arrivo dei doni.
Al ritorno di Babbo, dopo le consegne, le luci sarebbero diventate verdi, per essere sicuri di non aver dimenticato nessuno.
Se non c’erano luci accese sulle case, le possibilità erano due: o non c’erano bambini, oppure non credevano più a Babbo Natale.
“Non è possibile! – gridò Babbo – Ha solo cinque anni!”
Green era rimasto in silenzio, mentre guardava Babbo andare su e giù per la stanza, con gli occhi colmi di tristezza. Sapeva cosa stava pensando, ma sperava non glielo chiedesse.
Invece…
“Green, controlla quando si è spenta la luce rossa di Luisa e portami le registrazioni di quel giorno nello studio.”
“Ma Babbo, non è un’emergenza, capita sempre più spesso che bambini anche piccoli non credano…”
“Lo decido io se è un’emergenza o meno, chiaro?”
“Sì, Babbo. Scusami.”
E Green fece quello che gli era stato chiesto.

Più tardi, sul televisore dello studio di Babbo Natale, scorrevano le immagini di una normale famiglia che faceva colazione: babbo, mamma e una piccola bambina bionda, piena di ricci, con un visino sorridente e due occhi luminosi.
Terminato il suo latte, mentre indossava il grembiulino dell’asilo, disse: “Mamma, quanti giorni mancano all’arrivo di Babbo Natale? Non vedo l’ora!”
“Basta con questa storia! Quante volte devo dirtelo che Babbo Natale non esiste! E’ un’invenzione, una cosa fantastica. Sei grande ormai, devi smetterla. Capito? N-O-N  E-S-I-S-T-E!”
Luisa, con gli occhi pieni di lacrime, guardò suo padre che, acceso in volto, la fissava con rabbia.
“Sì, ho capito.”
Fu in quel momento che la luce rossa si spense.
Babbo Natale fermò il nastro, lo fece riavvolgere lentamente fino ad avere sullo schermo il viso del padre di Luisa. Lo osservò attentamente.
“Ma quello è… Green, vieni subito qui!”
Green arrivò di corsa – aveva dovuto di nuovo sospendere il lavoro degli elfi insacchettatori.
A quel ritmo, non sarebbero riusciti a riempire il sacco in tempo per la notte di Natale.
“Green, fammi preparare la slitta piccola dagli elfi di stalla. E che mettano Fulmine a trainarla, è sempre la più veloce!”
“Ma Babbo, dove pensi di andare? Manca solo un giorno a Natale, c’è ancora tanto lavoro. E se dovesse accaderti qualcosa, io…”
“Green, mi fido di te. Hai sempre fatto un ottimo lavoro, altrimenti non saresti il capo elfo, lo sai. Io devo assolutamente sistemare una cosa. Starò attento, non preoccuparti.”
E appena tutto fu pronto, partì.

Era notte fonda quando Babbo si ritrovò sul tetto della casa di Luisa.
Non poteva scendere dal camino, gli elfi spazzacamini non erano ancora passati da lì a controllare e rischiava di rimanere incastrato. O ritrovarsi tutto sporco di fuliggine.
Poi chi la sentiva Mamma Natale!
Passando dalla porta, correva il rischio che qualcuno potesse vederlo, quindi fece scendere sul quartiere la magia del sonno, quella che nella notte di Natale gli permetteva di muoversi indisturbato senza svegliare nessuno.
Scivolò dal tetto e suonò due volte il campanello.
Attese un minuto, poi suonò ancora.
Una luce si accese al piano di sopra e una voce stizzita accompagnò l’accendersi di altre luci nella casa, fino a quella d’ingresso.
“Chi cavolo è che suona a quest’ora? Qui c’è gente che dorme!”
Il padre di Luisa aprì la porta, brandendo una mazza da baseball. La sorpresa gliela fece quasi scivolare di mano.
“E lei chi è? Alla sua età, le sembra l’ora di andare in giro a disturbare la gente, per di più vestito come quel pagliaccio di Babbo Natale? Se ne vada, prima che chiami la Polizia!”
“Ciao Giulio. Vedo che sei ancora immune alla magia del sonno, proprio come quando eri bambino. Passavo a casa tua alla fine del mio viaggio, sperando tu ti fossi addormentato, ma ogni volta ti ritrovavo accanto all’albero ad aspettarmi.”
“Guardi, non so proprio di cosa stia parlando. Se vuole, le chiamo un’ambulanza, così da qualsiasi istituto sia fuggito, la riporteranno a casa.”
“Ricordo quella volta in cui non hai voluto assolutamente aspettare la mattina per aprire i regali e ti ho dovuto aiutare a montare la pista per le automobiline. E volevi sempre vincere tu, naturalmente. Se non fosse stato per Fulmine, che mi richiamò all’ordine, quella notte sarebbe durata ancora ore!”
“Senta, davvero, non so chi lei sia. Forse mi ha confuso con qualcun altro. La prego, se ne vada a casa e mi lasci tornare a dormire.”
“Hai sofferto tanto, Giulio, lo so. Hai smesso di credere in me l’anno in cui hai perduto tuo padre.”
L’uomo lo fissò, prima con meraviglia, poi con rabbia, infine con disperazione.
E scoppiò in lacrime: “Non è giusto, perché mi fai questo? Avevo già sofferto tanto, è vero. Dovevo crescere, ero io l’uomo di casa, ma in cuor mio speravo tornassi, almeno un’altra volta. È stata dura cancellarti dai miei ricordi e adesso ti presenti come se niente fosse.”
“Io sono tornato, Giulio, un’ultima volta. Tu non eri accanto all’albero, ma dormivi con le tue sorelle per proteggerle dal dolore del primo Natale in una famiglia già sofferente. Ed era giusto così. Non avrei potuto alleviare le tue pene, non ho il potere di cambiare le cose. Dovevi farti forza da solo. Però non è giusto che la tua sofferenza e la tua rabbia di allora cancellino i sogni, i desideri e la fantasia di Luisa. Ha solo cinque anni e la sua luce si è già spenta. Parla con lei.”
Poi alzò gli occhi al cielo, fece un fischio e Fulmine arrivò con la slitta.
Babbo partì, mentre Giulio rientrava in casa asciugandosi le lacrime.
Salì le scale e sostò un attimo davanti alla camera di Luisa. Poi entrò, sorridendo.

Green stava perdendo la calma. E non era da lui.
Gli elfi insacchettatori avevano terminato il lavoro appena in tempo, nonostante le continue interruzioni.
Però Babbo ancora non si vedeva.
Mancava davvero poco alla partenza e, per quanto Green si sforzasse di ricordare, non era mai accaduto che Babbo partisse in ritardo.
Proprio in quel momento la piccola slitta guidata da Fulmine atterrò sul piazzale davanti alla fabbrica.
“Tutto bene, Babbo?” si preoccupò Green.
“Benissimo! Voi siete pronti?”
“Certamente! Il sacco è pieno, la slitta è perfetta, le renne scalpitano. Manchi solo tu!”
“Sbagliato. Manca ancora un regalo. Controlla in sala comandi.”
Pochi istanti dopo, Green tornò trafelato, con un pacco dalla carta rosa: “Ecco il regalo per Luisa. Ma non farmi mai più di questi scherzi. Ne va della mia autostima!”
Sorridendo, Babbo Natale entrò in casa.
Qualche ora di sonno sulla sua poltrona preferita e una cioccolata calda lo avrebbero preparato per la notte più lunga dell’anno, ancora una volta.

Daniela Giorgini




















Dietro la finestra

Volto di bimba
dietro i vetri
di una finestra.
Ha un sorriso
così dolce,
anche gli occhi
sembrano sorridere.
Forse
guarda la neve
scendere,
in questo freddo
giorno d'inverno.
Ed è contenta
nell'osservare
i fiocchi,
fermarsi,
uno sull'altro,
quasi a disegnare,
un grande
tappeto bianco.
Forse
non è andata
a scuola,
perché raffreddata.
L'importante,
è guardare
da dietro 
la finestra,
al caldo, 
uno spettacolo
straordinario,
pieno di poesia!



Isabella  Scotti
 


 





       
















Camilla




Camilla aveva sempre creduto di essere una persona giudiziosa, tutta d'un pezzo, di quelle che non si lasciano trascinare facilmente in storie che non hanno né capo né coda; invece, come spesso accade, si rese conto che non era per niente così, ma che era molto fragile e facilmente influenzabile. Forse l'essere considerata una persona forte da parte di chi la frequentava, le aveva alla fine fatto credere che fosse vero e aveva basato la sua vita su questa convinzione. Eppure qualche cosa, nel suo intimo, le diceva che non era così, quel pizzicore che sentiva e le creava un costante malessere ormai non l'abbandonava quasi più, era diventato un compagno sempre presente in ogni momento della giornata. Camilla era una giovane donna dal cuore grande, che aveva mantenuto molto del suo lato bambino, quello giocoso, quello che cerca affetto e attenzioni, e al quale piacciono molto le coccole, ma si vergognava a mostrarlo e quindi si presentava come una persona seria, molto posata, che non si lasciava andare facilmente a confidenze, mantenendo per sé quelle che lei considerava le sue debolezze e che l'avrebbero mostrata vulnerabile, anche se questo suo atteggiamento spesso l'aveva resa e continuava a renderla antipatica agli occhi di molti e quindi la condannava a essere spesso sola.

Una solitudine che a un certo punto iniziò a pesarle, anche perché aveva sempre sognato l'amore, ma non l'aveva mai vissuto veramente, solo piccole relazioni mai veramente iniziate, che le avevano lasciato l'amaro in bocca e tanta paura di lasciarsi andare completamente. Spesso Camilla si accoccolava sulla cassapanca posta sotto la grande finestra della sua camera, dalla quale poteva godere di un bellissimo panorama che dava sul parco della piccola cittadina dove abitava e dove spesso vedeva, oltre alle famigliole e ai bambini che giocavano, le giovani coppiette che amoreggiavano. Iniziava quindi a fantasticare, lei che amava tanto le lettere d'amore antiche rileggeva spesso quelle trovate nella vecchia soffitta, lettere delle quali non conosceva la provenienza e che erano state scritte parecchi anni addietro da due giovani innamorati.
E come sempre aprì lentamente il bauletto che le conteneva e iniziò a leggerne una:

“Mio dolcissimo amore, sono sola nella mia stanza e osservo il parco nel quale abbiamo così a lungo passeggiato celando al mondo intero e a noi stessi la forza del sentimento che ci accomunava e già ci legava così fortemente da non riuscire più a resistergli. Il solo pensare al dolore che ha straziato il vostro cuore quando il dubbio di avermi persa si era impossessato di Voi, fa singhiozzare il mio cuore. Avete sofferto così a lungo non sapendo invece che anche la mia anima oramai Vi apparteneva completamente, ancora prima che ci unissimo carnalmente, ancora prima che le vostre dolcissime labbra sfiorassero le mie per suggellare infine con un focoso bacio quello che sarebbe stato l'inizio di un grande amore. Oh mio adorato, quale tormento è starvi lontana anche solo per poche ore, non poter ancora godere delle Vostre carezze così delicate e nello stesso tempo così audaci da riuscire a farmi perdere completamente la testa. Sentire il calore della vostra pelle, le mani che disegnano il contorno del mio corpo come a volerne imprimere ogni centimetro nella Vostra mente, e infine cingono con forza i miei fianchi nell'attimo che precede il vostro entrare in me, facendomi gemere di piacere.
Quale visione celestiale vedere il vostro viso al culmine del godimento, nell'attimo così sublime quando siete stato completamente mio, quando tutto il mio essere vi ha accolto e nello stesso istante si è donato a Voi per sempre. Mi scopro in alcuni momenti a desiderare ardentemente di essere nuovamente tra le Vostre forti braccia e mentre la ragione mi suggerisce di essere cauta per non intaccare la mia immagine agli occhi di coloro che giudicano sì facilmente, il cuore mi spinge oltre e prorompe in un grido d'amore sì forte da scacciare ogni paura e ogni dubbio, Vi desidero Daniel, non fatemi attendere oltre in questa solitudine che procura solamente sofferenza. Venite a me con tutto il vostro amore e l'ardore che vi contraddistingue, affinché possiate giacermi accanto per amarmi nuovamente facendomi sentire completamente donna, amante e complice in questo sentimento che ci lega indissolubilmente.
                                                         Per sempre Vostra.      Rosemary


E come ogni volta che le leggeva, il cuore di Camilla prese a battere più forte dall'emozione. Un'emozione che provava anche quando incontrava Lui, l'uomo che amava da quando era ragazzina ma con il quale non c'era stato mai niente se non lo scambio di un saluto frettoloso quando al mattino si incontravano alla stessa fermata di autobus.
Camilla si rese conto che non poteva continuare a nascondersi, a mostrarsi per quello che non era veramente, a celare quello che provava. Prima o poi avrebbe dovuto trovare il coraggio di tornare a vivere veramente e chissà, forse le cose sarebbero potute cambiare anche con Lui e da un semplice saluto...

© Patrizia Mezzogori



















MALINCONICO NATALE
 
Davanti agli occhi giochi di luce e gelo
che feriscono, insolenti, il buio
sceso presto ad avvolgere il paese e il mio cuore.
Inconfondibile e inaspettatamente irritante
il luccichìo delle luminarie
che addobbano gli abeti e i presepi, i balconi e le vetrine.
Chiaroscuri si disegnano sull'anima
in un'altalena di emozioni:
quant'è difficile credere che questo dolore servirà!
E vacillo
in bilico tra passato e futuro
sfuggendo a un presente che si diverte a violentarmi.
 
Malinconia a sprazzi
imbratta le pareti dell'anima
e lascia segni indelebili.
Bruciano le lacrime che sanno di sale
unico, vero, grande dono
di quello che fatico a chiamare Natale.
Ricordi tutt'altro che confusi e vaghi
svelano l'inganno
di un tempo che non ha guarito nulla.
E resto qui
nello spazio tra un respiro e un battito
dove dirti MI MANCHI ha un sapore d'infinito.
















Crisi d’identità





Personaggi:

  • Babbo Natale
  • Un vecchio psicanalista

Durante un pomeriggio d’autunno del 1977, in un luogo imprecisato dell’Italia.
Babbo Natale, disteso sul lettino, parla di sé a un vecchio psicanalista seduto in penombra.


BABBO NATALE  Ho questo problema dottore, uno strano problema.
VECCHIO PSICANALISTA  Un strano problema?
NATALE  BABBO  Sì, uno strano problema.
VECCHIO PSICANALISTA  Uhm…
BABBO NATALE  Be’, sono qui per parlare dei miei problemi, e allora ci proverò… (si strofina la folta barba candida, si muove goffamente sul lettino come in cerca d’una posizione più comoda. Si schiarisce la gola e ricomincia a parlare) Lei avrà certamente notato il fatto che sempre più persone non credono nella mia esistenza, vero? Perfino molti bambini.
VECCHIO PSICANALISTA  Certamente… Molti bambini…
BABBO NATALE  Dicono che non esisto! Non esisto! (ride con amarezza) E quando poi talvolta mi scoprono a volare con la mia slitta in cielo o mentre scendo faticosamente da un camino, sa che fanno? Persino i bambini! Sa che fanno?!
VECCHIO PSICANALISTA  Cosa fanno?
BABBO NATALE Si guardano intorno per scovare il trucco! Ecco cosa fanno! Cercano telecamere nascoste o qualche troupe cinematografica lì vicino che stia creando gli effetti speciali! E sa cosa fanno anche certe volte, perfino i bambini più piccoli?!
VECCHIO PSICANALISTA  Cosa fanno?
BABBO NATALE (piagnucolando)  Mi tirano la barba perché sono convinti che sia finta… E mi fanno pure male…
VECCHIO PSICANALISTA  Uhm…
BABBO NATALE (tirando su col naso)  E già… È questa la storia, una triste storia. E sa cosa ho pensato in questi ultimi mesi? Ma è una cosa da pazzi… E ho proprio paura di diventare pazzo e talvolta temo di esserlo già, perciò sono venuto da lei. Sa cosa ho pensato?
VECCHIO PSICANALISTA  Cosa ha pensato?
BABBO NATALE  Ho pensato che io non esisto! Non esisto davvero, ecco. Ma lei può immaginarsi il subbuglio nella mia mente: io sono qui e dico che non esisto. Io penso di non esistere, ma chi è che pensa ciò? Qualcuno che esiste, e cioè io! Però io non esisto… Ecco in quale labirinto mi sono cacciato, dottore. Ma la colpa non è mia! La colpa è di questi tempi moderni! Sarebbero tutti contenti se mi vedessero morto, steso e stecchito da qualche parte! E sa a volte cosa ho pensato, dottore? Sa cosa ho pensato?
VECCHIO PSICANALISTA  Cosa ha pensato?
BABBO NATALE  Ho pensato di farla finita! Ma non di ammazzarmi, no no, non esageriamo. Tutti dicono che Babbo Natale non esiste? Bene! Addio allora a Babbo Natale! Mi taglio la barba, così sembrerò pure più giovane, mi tolgo questi vestiti pesantissimi e gli stivaloni, che almeno non sudo più, e lei potrà immaginare i litri di sudore che butto quando vado nei luoghi dove a Natale inizia l’estate. Niente più barba, casacca e stivaloni! A seconda dei miei spostamenti, jeans o pantaloncini a bermuda, un maglione a collo alto oppure una camicia hawaiana, volto ben rasato e mi tingo pure  i capelli d’un magnifico castano con sfumature bionde, mocassini o un bel paio di sandali, e addio Babbo Natale!
VECCHIO PSICANALISTA  Addio Babbo Natale, eh?..  E… e io?.. Se molli proprio tu, adesso,  allora io sono spacciata! (la sua voce, interrotta a tratti dai gemiti, sembra improvvisamente cambiata)
BABBO NATALE (perplesso, volge lo sguardo indietro verso il vecchio psicanalista) Eh? Spacciata?
VECCHIO PSICANALISTA (soffiandosi il grande naso adunco e prendendo un foglio in mano) Forse tu non sei venuto a conoscenza di questa grave notizia. (legge dal foglio) “Disposizioni in materia di giorni festivi: la legge civile italiana del 5 marzo 1977 ha determinato la cessazione del carattere festivo civile di alcune festività tra le quali la Solennità dell’Epifania, in data 6 gennaio.” Hanno eliminato la vacanza dell’Epifania! E con essa, temo, anche la Befana stessa rischia di sparire!
BABBO NATALE (sempre più perplesso, osservando con maggior attenzione il volto rinsecchito e  rugoso del vecchio psicanalista)  Ehm…
VECCHIO PSICANALISTA   Ancora non mi hai riconosciuta?
BABBO NATALE  Riconosciuta?
VECCHIO PSICANALISTA  Ho paura.
BABBO NATALE  Paura?
VECCHIO PSICANALISTA  Eh, sì, paura. Temo che insieme alla festa vogliono far fuori proprio la Befana, con la scopa volante e tutto il resto!
BABBO NATALE (scrutando meglio il volto del vecchio psicanalista e notando per la prima volta i suoi vestiti un po’ troppo popolari e le scarpe tutte rotte)  Ehm… Cioè?
VECCHIO PSICANALISTA (perdendo la pazienza)  Cioè cioè! Ma Babbo Natale, oltre che esaurito ti sei pure rincoglionito! Ma ancora non mi hai riconosciuta?! (Si toglie dal capo la bombetta e sotto di essa appaiono, ormai liberi, lunghi capelli bianchi, secchi come erba bruciata dal gelo) Sono la Befana! Mi sono travestita così per sfuggire a qualche emissario del governo che potrebbe volermi morta e per cercare allo stesso tempo un contatto clandestino con te! Mi era giunta voce che ti eri esaurito parecchio e immaginavo che la mia insegna all’esterno dello studio ti avrebbe attratto: “Dott.  Epy Beff, specialista in crisi favolistiche”.
BABBO NATALE  (con un urlo di gioia, balzando dal lettino con un’agilità sorprendente) Befy! Mia carissima Befy! (si abbracciano stretti stretti, barcollano, quasi cadono a terra) Che gioia Befy! Non sai quanto ti ho pensato! Eh, me l’hai fatta, vecchia stregaccia, con questo travestimento! E dire che guardandoti mi ripetevo: “Ma dove ho già visto questa persona?” Eh, ma ora che ci sei tu, altro che addio a Babbo Natale! Gliela faremo vedere! Eh, sì, gliela faremo vedere! Innanzi tutto aumentiamo, e di molto, la quantità di cenere e carbone, da distribuire specialmente a quelli del governo democristiano italiano, una quantità talmente grande che sembrerà loro di essere investiti da una specie di montagna scura! Eh, sì, si ricorderanno di noi! Sì sì! Vedranno adesso! Ah ah ah! Altro che addio a Babbo Natale e cancellazione della Befana! Ah ah ah!

(I due vecchietti improvvisano una specie di danza tenendosi per mano, roteando in girotondo con passi malfermi, lanciando a tratti urla di gioia e grandi risate. In sottofondo si sente una melodia natalizia e la filastrocca che dice: “La Befana vien di notte con le scarpe tutte rotte…”)
                                                          
                                                                     SIPARIO

Subhaga Gaetano Failla















Ma che Natale è?

Ma che Natale è
senza la neve che ricopre di pace ogni cosa,
senza doni sotto l’albero scintillante,
senza il dolce sorriso del nonno
che ti accoglie sulla porta di casa,
senza tutta la grande famiglia
riunita gioiosa per il pranzo,
senza il presepe con il muschio
raccolto in giardino
a fare da prato,
con uno specchietto a fare da laghetto,
con la farina setacciata sopra i tetti
a fare da neve?

Ma che Natale è
senza l’euforia degli acquisti
per fare regali alle persone care,
senza i tortellini in brodo
preparati dalla mamma,
senza gli zampognari arrivati  da lontano
a suonare per le vie del mercato,
senza addobbi festosi e luccicanti
da creare e da appende

Ma che Natale è
senza un bacio da dare
sotto il vischio sulla porta di casa?
Silenzio! Si alza il sipario,
si accendono le luci:
un coro di bambini emozionati
canta “bianco Natale”,
le mamme li guardano
e lasciano scendere qualche lacrima.
Applausi, auguri, allegria…
Un bambino si avvicina:
“Buon Natale maestra!
Ci rivediamo a gennaio”.
Grazie piccolo:
È per te che il Natale c’è.

Aurore 2014




































Lettera chiusa a Babbo Natale



Caro Babbo Natale,
e fin qui nulla di strano, le lettere iniziano sempre così.
Tu non mi sei particolarmente simpatico, ma questo lo sai.
Non amo particolarmente le feste, tutte.
Ma è una questione tra me e il vento, che si è aperta un bel giorno a mia insaputa e non si è più chiusa.
Da piccola ti ricorderai di quella bimbetta che il 24 dicembre stava sveglia per sentirti arrivare.
Avevo l'albero in camera, ma la mamma spengeva sempre le lucine ed io restavo al buio.
E più le dicevo che volevo restassero accese e più lei mi spiegava che Babbo Natale non lo dovevo vedere.
Così voleva Gesù bambino.
Mi arrendevo anche al sonno, non solo al volere di mamma, al tuo e a quello di Gesù bambino.
Ma per un bel po' ci ho creduto. Poi una volta son riuscita a vedere due ombre: una di babbo e una di mamma. E ho capito tutto.
Ma mica gliel’ho detto. Mi sono tenuta il segreto stretto stretto nel mio cuore.
Mi sembrava un regalo anche quello.
Ora, anche se ti scrivo come avessi 8 anni, e in realtà ne ho più di 50, è perché vorrei chiederti una cortesia. Vorrei riprovare quelle sensazioni di bimba.
Vorrei alleggerirmi per una volta di tutto quel bagaglio che ho chiuso in questa grande valigia.
La vedi quanto è grossa? Dimmi tu come faccio a portarla tutta dietro!
Magari se riuscissi a vedere quella scia luminosa che segue la tua slitta, forse mi sentirei di nuovo una combattente.
Credi che potresti farmi questa cortesia? Tutti dicono che sei un fenomeno, che ascolti tutte le preghiere, che porti carezze e doni, che sei magico, e allora magari funzioni anche con me.
Non immagini quanto sarei felice di vedere nel cielo scuro brillare la tua slitta. E potrebbe anche essere che la vedono anche tante altre persone.
Tutte quelle che, come me, hanno un peso grande da portare.
Pensa, caro Babbo Natale, faresti felici anche loro. E magari non hanno chiesto nulla, ma proprio nulla.
Caro, caro, e caro Babbo Natale ti saluto e ti aspetto col naso all'insù.
Curiosa, gioiosa e bimba di 8 anni o giù di lì.

A questo punto dovrei firmarmi.
Ti lascio il mio nome più bello.
....è solo Vento.

Semprevento

















Natale è arrivato


Mi manchi, fumo negli occhi,
nei capelli.
Mi manchi, odore di
pane bruciato.
Mi manchi, calore diffuso
a tratti soffocante.
Mi manchi, luccichio intermittente,
fastidioso, accecante.
Mi manchi, agitazione,
mi manchi, entusiasmo.
Mi manchi, folla!

Ma ho la sua fronda
che mi accarezza i capelli,
il profumo dei suoi aghi,
il bruciore del gelo,
il candore di questa neve che mi ricopre.
Ho ricevuto l'accoglienza del sottobosco
e ho i ricordi, soffocanti
seppur sempre più sbiaditi.
Ho la tranquillità della pace.

Ho passi circospetti!
Ho tremore di sega!

La mia lapide non portava il mio nome,
ma i segni del suo tempo;
non aveva fiori,
ma era sempre verde;
sulla mia lapide non c'era la mia foto,
ma scaglie, fessure, linfa;
non c'era neppure un lumino,
perché conteneva già il senso di una vita secolare.

Natale è arrivato anche quest'anno
ma per la prima volta da quando sono cenere nel bosco,
il mio Spirito non avrà il suo albero.


Elle

























Una tazza di tè


Livia è inginocchiata sulla sedia davanti alla finestra. Il visetto ovale è a pochi centimetri dal vetro appannato.
Per guardare meglio fuori, verso il portone di casa, ogni tanto passa la manina cicciotta coperta dalla manica del pigiama e pulisce il vetro. Con il suo stesso fiato la finestra diventa di nuovo lattiginosa e non vede se suo padre sta arrivando.
Lo sta aspettando da ore. È la vigilia di Natale e doveva tornare presto a casa, ma ha chiamato la mamma per dirle che avrebbe fatto tardi.
Fa freddo, ogni tanto piove. Poi smette, l'asfalto è sempre bagnato. Il caminetto è acceso e scalda la stanza, però non è sufficiente a mantenere calde le mani della bambina, che le poggia sul davanzale di marmo della finestra.
Livia prega che il padre di lì a poco apra il portone e entri in casa. Sono due giorni che non lo vede! E tra poco è Natale! Non si può festeggiare senza papà, non è giusto, pensa la bimba.
Mentre fissa il buio in fondo al giardino, lo sportello si apre. Il visetto si illumina, ma non è suo padre, sono i nonni. Sono arrivati da lontano.
Si alza per andare ad accoglierli sulla porta con la mamma e il fratellino più piccolo, Lucio. Nonno Giovanni e nonna Gilda sono carichi di pacchetti e valigie: restano a dormire qui, stanotte.
Appoggiano il bagaglio sul pavimento e le sedie dell'ingresso e il nonno apre le braccia abbassandosi per abbracciarli tutti e due. Livia annusa l'odore del dopobarba del nonno, mentre la guancia ispida del vecchio le pizzica la pelle.
Vanno tutti insieme in soggiorno. Le mani del nonno sono fredde, nonostante i guanti, le sue lunghe dita affusolate sono livide. Seduto di fronte al caminetto dove i ciocchi di cipresso bruciano con rapidità, grazie anche alla resina che essuda dalle spaccature e rende il fumo aromatico di incenso, si sfrega rapidamente le mani l'una contro l'altra per riscaldarle.
La mamma ha preparato un tè caldo aromatizzato allo zenzero per dare sollievo ai suoceri ancora infreddoliti. Livia si offre di portare la bevanda ai nonni ma non riesce a reggere il vassoio pieno, così fa due viaggi dalla cucina con una tazza calda per volta.
Aspettano, si fa sempre più tardi. Cenano senza parlare troppo, anche se la nonna cerca di distrarre i bambini con storie di bufere della sua infanzia.
La mamma accompagna i nonni nella camera che ha preparato per loro, e non ascolta le proteste di Livia, che vorrebbe aspettare il padre, e manda tutti a letto.
Nel cuore della notte la bambina si sveglia. Accende il lume che ha sul comodino, infila svelta le pantofoline e la vestaglia rosa di felpa. Attraversa silenziosa il corridoio, non occorre accendere le luci. Mentre sta per arrampicarsi sulla sedia per vedere se il padre sta arrivando, la porta di ingresso si apre. Il papà le sorride: “Cuccioletta, che ci fai alzata? Fa freddo!” e lei corre a nascondersi tra le sue braccia.  Il cappotto bagnato ha un odore strano, quasi selvatico. Anche i capelli sono bagnati, suo padre non porta mai cappello.
Tra le mani ha dei pacchetti. Gliene porge uno, e lei lo apre mentre lo segue in bagno che si asciuga i capelli frizionandoli con una salvietta di spugna.
Tolta la carta colorata, dentro una scatola c'è un servizio di tazzine di porcellana. Sei minuscole chicchere, i loro piattini, una piccola zuccheriera e una caffettiera. Le tazzine sono azzurre decorate con paperelle, ranocchie, coccinelle e farfalle.
Livia sgrana gli occhi e bacia suo padre per ringraziarlo. Non le importa che sia un regalo di Babbo Natale o del suo, di babbo. Davanti alle ultime braci del camino, mentre lui si scalda le mani tendendole verso quella lava rossastra, Livia gli porge una tazzina con il suo piattino e gli chiede, sollecita come ha visto fare alla mamma poche ore prima: “Papà, vuoi un tè, che ti scaldi meglio?” e lui con le stelle negli occhi accetta.
Trenta anni dopo, nella stessa stanza, Livia chiede a suo padre, anziano e con le stesse mani dalle dita affusolate e livide che aveva il nonno: “Papà, vuoi una tazza di tè allo zenzero, che ti scaldi più in fretta?” Al suo sì, pochi minuti dopo la piccola Emilia porta con le sue manine la tazza di tè bollente al nonno seduto davanti al camino.
Per Livia, non è davvero Natale senza suo padre e una tazza di tè.


Luciana Ortu














Lettera d'amore di altri tempi


Aria che profuma di freschezza. Nonostante l'età. Malgrado tutto.
Raccontare una vita non deve essere facile. Soprattutto per una donna che non ha molto da vivere e alla quale non resta che Aspettare.
No, lei non attende la morte, sovrana di ogni esistenza.
Lei aspetta lui. Il suo Harold.
Chi non lo conosce ancora, imparerà a capirlo attraverso le parole della sua eterna innamorata che, alla fine di ogni tempo e al termine della sua esistenza, rivive -  tramite emozioni e ricordi - una vita piena di attenzioni, paure ed eterni mutamenti.
Harold è così, regala attimi di felicità e naturalezza senza neanche accorgersene.
Perché è speciale. Semplicemente unico.
E chi incrocia il suo cammino non può fare a meno di notarlo.
Ma non voglio parlarvi di lui. E' lei la nostra guida adesso.
Queennie. Una giovane donna piena d'amore.
Un'anziana signora ricca di ricordi. E di amore.
Quello non cambia mai. E' eterno, come l'anima.
Attraverso le sue mani e i suoi occhi ci porterà a vivere profonde disattese ed umane sconfitte.
Ci condurrà per vie impervie e montagne alte fino al cielo.
E non c'è una fine. Tutto rimane sospeso.
Non sembra il secondo capitolo di una storia già scritta. In realtà è un racconto completo e intatto, in grado di camminare da sé verso un'esplosione di leggerezza.
Proprio questo ci vuole a Natale.
La vita che continua nella realizzazione di un attimo.
Perché aspettare non vuol dire necessariamente fermarsi, annullandosi.
Aspettare può portare al rinnovamento e alla scoperta.
Ma in fondo, a volte, sedersi in attesa di qualcosa può significare  tanto.
E trovarsi davanti la speranza del domani, può valere davvero la pena.
Buon Natale di cuore. Che ogni vostra attesa non sia vana.

Luna






































Chi contatta il genio??


Ho un desiderio da soddisfare...
Genio, genio delle mie brame… ah, non era questa, aspettate…
Genio della lampada, ho un desiderio per questo Natale:
vorrei poter donare una parola
 ad ogni persona sola
un attimo di compagnia 
a quelle persone che davanti hanno solo una via
un tenero abbraccio
 all'animo solitario di chi si sente uno straccio
un sereno sorriso 
a chi non ha un bel viso
un dolce sguardo
 a chi non è mai stato bugiardo
una mano sulla spalla
 a tutti quelli che continuano a stare a galla.
Perché a Natale le persone sole, lo sono ancor di più,
e in fondo 
noi,
tra luci, cene, regali e mille pensieri
di loro non ci ricordiamo più.

Erik
















Presepio popolare - Maurizio Folegatti

La nostra Africa



Il pranzo di Natale è terminato e la famiglia si sposta nel salotto per il dolce e il caffè. La mamma dà il via allo scambio dei regalini che attendono di essere donati sotto l’albero luccicante. E’ un momento di gradevolezza per tutti e poco importa se dentro quei pacchetti col fiocco rosso ci sarà un’altra sciarpa o il solito profumo. Conta il pensiero, il dono, il gesto. Conta esserci.
Federico e Laura ricevono dai genitori e dai suoceri doppi regali: manca appena un mese alla nascita del loro bambino e tutti già lo coccolano. Federico porge alla madre uno scatolino che contiene un angelo di fine porcellana: - Per la tua collezione di angeli, mamma.
Poi consegna una busta al padre. - Per te, papà. Buon Natale.
  - Cos’è? - chiede il padre, rigirando quella busta bianca con scritto  “La nostra Africa”- Un biglietto aereo? Non mi muovo da casa, sta per nascere mio nipote!
- No, è qualcosa di diverso che spero tu gradisca.
Papà Marco apre la busta e tira fuori un foglio:  -Posso leggere a voce alta o sono segreti?
- Non più segreti, leggi come preferisci, noi intanto mangiamo il dolce.
Marco inizia a leggere:
“Ciao papà,
è Natale, mille auguri! Natale significa nascere, giorno della nascita, origine. Gli auguri, pertanto, sono d’obbligo perché ogni nascita è un augurio. Sta a noi decidere cosa deve nascere e quale cammino far proseguire.
E tu, papà, 30 anni fa decidesti insieme alla mamma, dopo non poche tribolazioni, di far nascere me, di togliermi dal freddo e di inserirmi nel suo grembo caldo,  permettendomi di iniziare a vivere. Poi il nostro cammino insieme, ricco di momenti sereni e gioiosi, di affetti e sentimenti. Le preoccupazioni, le arrabbiature, le fatiche, non sono mancate, come nel cammino che ogni famiglia affronta.
Hai già capito, papà, con te i lunghi discorsi non servono, hai capito che ora so. E’ stata la mamma a spiegarmi qualche giorno fa che mio figlio difficilmente potrà avere gli occhi verdi come i tuoi. Forse sì, mi piacerebbe li avesse verdi, soprattutto mi piacerebbe che il suo sguardo  avesse la stessa intensità del tuo.  Mi piacerebbe anche che lui avesse quella macchia scura che tu hai sul petto, quella che soprannominammo “ La nostra Africa” per via della sua forma. Ahahah, quante risate io e te su quella macchia! Quante storie abbiamo inventato nelle sere estive mentre col dito percorrevo quella “voglia” cutanea e tu a dire che la nonna, mentre crescevi nel suo grembo, stava di certo a  sognare savane, deserti, elefanti,  piramidi  e ogni volta erano racconti meravigliosi e carichi di avventura! Ricordo che un Natale ti costrinsi a stare a torso nudo per  ascoltare nuove storie. Nevicava, avevo la febbre alta e tu sedesti sul mio letto mezzo nudo per accontentarmi. E raccontavi mentre io con la mano seguivo i contorni della “nostra Africa”.  Che egoista che fui! Beh, Marco non avrà quella macchiolina, ma mi impegnerò come te a creare un “gioco” tutto nostro e a stabilire con lui un contatto e un legame così forte e profondo che sarà per sempre. So come fare, ho avuto un buon maestro.
Sì, il tuo nipotino si chiamerà Marco.  E questo, insieme a tutto quello che questa lettera può contenere, è il nostro  regalo di Natale per te.
Sapere che sono nato da un doppio dono non mi ha turbato. Ringrazio quell’uomo senza volto e senza nome che volle donare una goccia di sé e soprattutto ringrazio voi che decideste  di raccogliere quella goccia per farla diventare vita. Una vita, la mia, voluta, accolta e coltivata come il fiore più prezioso, curato, protetto, difeso, amato. Sono fiero, fiero e orgoglioso dei miei genitori. Potrei riempire pagine intere se dovessi scrivere ciò che voi due avete fatto per me, dal primo bagnetto con la spugna naturale alle lacrime di gioia per il mio matrimonio. Potrei scrivere di tanti momenti insieme e dei vostri preziosi insegnamenti, ma direi ciò che molti sanno e che ogni buon genitore fa per il proprio figlio. Tu e la mamma avete, con coraggio e consapevolezza, scelto di darmi la vita in un modo speciale. E questo è il mio grazie più profondo insieme a quello di essere stati dei genitori splendidi.  
Piuttosto io, spero davvero di essere stato un buon figlio. Deludervi sarebbe per me tremendo.
Ora, caro papà, io e Laura ti chiediamo di  essere un nonno speciale per Marc junior. Lui sarà un bimbo fortunato, così come sono  stato e continuo ad esserlo io.
Felice Natale, papà. Sempre tuo,
Federico.”
Marco ripone la lettera e lentamente alza gli occhi lucidi sulla sua famiglia, quella che ardentemente desiderò insieme alla moglie, quella che ora cresce.  Poi indica il pancione della nuora:- Dai, Marco, sbrigati a nascere che il nonno è impaziente di presentarti “la nostra Africa”. Buon Natale, piccolino!”.  Dopo versa un po’ di spumante nei bicchieri e va verso suo figlio per un brindisi speciale, fatto di consapevolezze aumentate che fortificano quanto già  c’è e continuerà ad esserci.


Maria Rosaria





















Di un Natale metropolitano


Un vischio, fin dall'infanzia sospeso grappolo
di fede e di pruina sul tuo lavandino
e sullo specchio ovale ch'ora adombrano
i tuoi ricci bergére fra santini e ritratti


di ragazzi infilati un po' alla svelta
nella cornice, una caraffa vuota,
bicchierini di cenere e di bucce,
le luci di Mayfair, poi a un crocicchio
le anime, le bottiglie che non seppero aprirsi,
non più guerra né pace, il tardo frullo
di un piccione incapace di seguirti
sui gradini automatici che ti slittano in giù…


Eugenio Montale








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L'immagine della testata è gentilmente fornita da Arthur che ringrazio. La grafica presente in questa pagina l'ho recuperata da vari siti. Purtroppo, avendo io ormai 99 anni, o 103, dipende da quale biografia consultiamo, ho perso la memoria  e non ricordo più dove ho prelevato sfondi e immagini. Chi riconosce i propri lavori è pregato di dirmelo e inserirò i crediti. Grazie. Morena