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In tanti anni, preparando queste pagine natalizie, abbiamo vissuto momenti difficili per le tante tensioni, guerre, tragedie, che colpiscono il mondo.
Quest'anno abbiamo (noi della pagina Scriveregiocando e, di conseguenza, anche chi ci legge da tanti anni) vissuto un evento tragico che ci ha colpito da vicino: la morte del nostro caro Amico e sostenitore, creatore dei bellissimi Magazine (in questa pagina li potete visionare tutti) che ci hanno seguito dal 2010, Arthur.

La sua morte, e parlare di morte in una pagina dedicata al Natale è ancora più difficile, ci ha addolorato, e mi ha fatto pensare che non avrei preparato la pagina. Ma un attimo dopo, ho pensato che, invece, l'avrei preparata e dedicata proprio a lui, al grande Amico di Scriveregiocando e amico di tutti noi.
Questa pagina è dedicata ad Arthur e alla sua generosità, al suo modo di esserci quando avevi bisogno, alla sua partecipazione, al suo talento, alla sua ironia e alla sua allegria. Chiudo con l'augurio che lui avrebbe fatto a tutti noi

Buon Natale e Buon 2018 a tutti


Morena Fanti

 


 


 
 
 
 

 
 
 






È Natale, ricordi?



Toc toc...
Shhhhhhhh...
È Natale, ricordi?
Stanotte,
il vento bussa
alla finestra
e sa di essere
un regalo dissimile
perché diverso
è il bisogno
di ogni essere umano. 
Toc toc...
Shhhhhhhh...
Per tutte le Mamme del mondo
in pensiero
è la voce incerta
del figlio lontano;
per il bimbo
che sogna
solo il filo
dell'aquilone
che di giorno ha colorato.
Toc toc...
Shhhhhhhh...
È Natale, ricordi?
Per il gatto
ora attento
è un topo
da mettere nel sacco;
per me
è sete d'un verso
cui non sfugge
ciò che sono
e sento.


Carlo Bramanti
 
 
 
 

 
 
 




Un pomeriggio sulla panchina


Giacomo camminava strattonato dalla mano del nonno, le cui falcate erano ben più lunghe delle sue. Quanta fretta. A ogni vetrina riusciva a gettare uno sguardo al volo e subito era già oltre.
«Non dovevamo andare a scegliere il mio regalo di Natale?».
«Dopo, dopo».
La risposta non gli piaceva per nulla. Dopo, poteva significare tra un'ora o al ritorno, meglio di forse, non era mai.
La striscia di piastrelle del porticato stava finendo, la direzione era quella del mare dove, al limite, avrebbe trovato un'edicola e un bar. Sì, sarebbe stato dopo. Lì niente giochi.
«Facciamo una passeggiata, nonno?».
«Devo incontrare una persona, Giacomo. Riuscirai a concedermi un po' di tregua?».
Per quello correva. Era come quando per scendere a giocare con Paolo faceva tutto di fretta.
Decise di restare in silenzio nella speranza di non innervosirlo più, così al ritorno, di buon umore, avrebbero scelto il suo regalo.
Arrivarono a una panchina vuota e si sedettero in attesa dell'appuntamento. Il nonno sembrava lui quando gli scappava la pipì, non riusciva a stare fermo.
La bicicletta forse sarebbe stato puntare troppo in alto per le tasche di Babbo Natale, ma provarci non costava nulla. Altrimenti la nuova torre dei Lego. Anche il drone, però mica male... Il filo dei pensieri gli si interruppe quando, inaspettato, lo schiocco di due baci sulle guance salutò il nonno. Chi era quella? Cosa voleva? Aveva le labbra del colore delle caramelle alla fragola e gli occhi impiastricciati di blu. Un clown femmina! Non fece in tempo a chiedere nulla ad alta voce che Liliana si presentò con un sorriso tirarughe esagerato. E poi, una lunga lista di parole lo sommerse, facendogli perdere la cognizione del tempo. Dopo, si allungò sempre di più, trasformando il pomeriggio in sera. Il cielo sempre meno azzurro e il gelato divorato a merenda ormai scomparso nell'appetito di cena. Dopo, rischiava di diventare domani. Che fregatura!
Che noiosi, quei due, a raccontarsi tutte le briciole che avevano mangiato. Ora sapeva tutto di orari, abitudini e gusti. Come quando la maestra elencava alla mamma le cose fatte a scuola.
Sbatteva le scarpe una contro l'altra sperando di interrompere la conversazione a due. I negozi avrebbero chiuso e non sarebbe riuscito a mostrare al nonno la sua richiesta per Natale: quella bici rossa era proprio fissa nei suoi pensieri.
«Il bambino si sta annoiando. Non ci siamo resi conto del tempo che passava. E' stato anche troppo bravo».
Fortuna che Liliana se ne era accorta. Allora non era diventato trasparente nell'attesa. Le sorrise continuando a dondolare le gambe, caso mai avesse frainteso.
«È stato così piacevole questo pomeriggio, che è volato. Domani ripetiamo?». Al nonno non pareva importare di lui, invece.
«Volentieri. Però povero piccolo portagli la bicicletta, così mentre noi chiacchieriamo, lui fa un po' di moto».
«Certo la bicicletta. Mentre torniamo a casa, ne compriamo una subito, se l'è proprio meritata.».
Liliana diventò a Giacomo di colpo simpaticissima, tanto da ricambiare entusiasta il bacio alla fragola. Avrebbe chiesto la torre dei Lego per Natale e la bici sarebbe arrivata con un mese di anticipo. Incredibile!
Alla fine quel pomeriggio, un attimo prima senza speranza, era stato produttivo.

Nadia Banaudi




 
 
 

 
 
 

Perché ogni giorno è Natale

Taci anima mia
Anche se l’estate è finita
Lascia che la nostalgia
Si accartocci nei giorni
Di foglie e di grigio.

Coi primi freddi
Già l’aria s’illumina a festa
E mentre cinguetta migrando,
Profuma di panettone.

Fra poco è Natale!
Avvolto nel fiato umano
Nasce il Bambinello,
Il gelo si scioglie
E ti scalda il cuore.

E se il futil pensiero va,
Ai tortellini da preparare,
O ai regali da comprare,
O agli auguri connessi al mondo,
Non ti scordare di quella piccola felicità
Che c’è ora,
Perché ogni giorno è Natale.

Maddalena Colucci








 
 
 
 

 
 
 




Una scottante carezza


L'intricato tessuto legnoso aveva mantenuto acceso il grosso ceppo della notte di Natale e nella taverna dei fratelli Enrico e Dario, alle otto di sera, il tepore delle fiamme crepitanti aveva creato l'atmosfera giusta per la festa. Erano quasi arrivati tutti i ragazzi e le ragazze della compagnia, mancavano solo Paolo e Sara.
Il giovane carabiniere in licenza da cinque giorni, era passato alla casa della quindicenne entrata a far parte della compagnia da pochi mesi, per darle un passaggio.
I genitori della ragazza gli avevano raccomandato di riportarla a casa entro la mezzanotte.
Il poncho coloratissimo fuori moda donava un aspetto romantico a Sara, un tipino acqua e sapone che appena salita in macchina senza neanche presentarsi sbottò:
«Uff mi trattano ancora come se fossi una bambina. Dopo la curva ferma la macchina e accosta».
 Sul ciglio della strada, Paolo, con le mani sul volante della sua Citroen 4 CV, rimase a guardare ammutolito la metamorfosi.
Abbassato lo specchietto, Sara si passò il rossetto sulle labbra, truccò gli occhi, e, sollevando il poncho si sistemò la minigonna vertiginosa mettendo in mostra le belle gambe.
Da bambina a bomba sexy in poco più di cinque minuti. Il cambiamento scombussolò Paolo, aveva avuto l'impressione di vedere una farfalla impaziente che per la fretta di uscire dal bozzolo si lacera le ali.
Un paio di chilometri in silenzio prima di arrivare alla destinazione.
Li accolse il colore e la luce del focolare. C'erano tutti: i due fratelli con le inseparabili chitarre, Alessio, Angelo, Carlo, Dana, Laura, Luisa, e qualche faccia sconosciuta a completare il resto della compagnia.
Sul tavolo addossato alla parete, c'era ogni ben di dio: panini imbottiti di prosciutto cotto e salame, panettone, pandoro, frutta secca, datteri, mandarini, bibite, spumante, cioccolatini e una scatola di marron glacé.
Nel semicerchio che si era formato davanti al camino, i due fratelli stavano suonando il primo giro di accordi su una canzone di Bennato. Enrico alzando lo sguardo verso Paolo gli fece un cenno col capo che voleva dire - attacca la prima strofa che poi ti vengono dietro tutti gli altri -.
«Un giorno credi di essere giusto e di essere un grande uomo in un altro ti svegli e devi cominciare da zero...».
Canzoni, chiacchiere, confidenze, risate. Tutti erano coinvolti, una normalità per un gruppo che si conosce da lunga data.
Sara invece non sembrava interessata alla festa, se ne stava in disparte con Luisa, l'amica di qualche anno più grande; ogni tanto si alzava per andare alla finestra, accostava le tende e rimaneva ferma a guardare nel buio.
Un colpo di clacson prolungato. Sara scattò in piedi dal divano, raccolse il poncho, raggiunse la porta e, rivolgendosi all'amica a voce alta per farsi sentire anche da qualcun altro, disse:
«Ciao. Io vado, mi porta a casa lui».
Non era ancora arrivata al cancello che Paolo era già alle sue spalle.
In strada c'era la nuova e fiammante GT Spider di Stefano che spalancata la portiera disse alla ragazza:
«Dai monta!».
Paolo lo conosceva bene, avevano giocato al pallone nella stessa squadra. Ma non erano mai stati amici. Troppo sbruffone. Era uno sul quale non c'era da fare affidamento. Come fidarsi di uno che per le ragazze aveva il motto - usa e getta - .
Scostando la ragazza afferrò la portiera e sbattendola violentemente la rinchiuse dicendo:
«Tu non vai da nessuna parte. Ho promesso ai tuoi che ti avrei riaccompagnato a casa, perciò entra subito » e rivolgendosi al guidatore: « Non ti vergogni di rimorchiare una quindicenne?».
Sara gli puntò in faccia tutta la sua rabbia, i suoi occhi scagliavano scintille di fuoco. Gli mise le mani sul petto per scansarlo urlandogli in faccia:
«Cosa vuoi, torna dentro con i tuoi amici dell'oratorio e lasciami perdere. Non sei il mio tutore. Io vado dove e con chi voglio. Non sarai certo tu a fermarmi. Carabiniere!».


La reazione di Paolo fu immediata. Con la mano sinistra le abbassò e mani e con la destra le mollò una sberla che la fece barcollare.
«Entra subito in casa e non fiatare. E tu sgomma subito o ti spacco il muso».
Luisa alle loro spalle aveva assistito alla scena, e approfittando del momento saltò in macchina. Sara non se ne accorse.
Stefano ingranò la marcia e facendo stridere le ruote sull'asfalto partì di corsa. Il suo vaff...  si perse nell'aria gelida della notte.
A Paolo scottava la mano, si rendeva conto di aver alzato le mani su una donna ma ricordò una frase: chi agisce per un buon fine non fallisce mai. Tentò di giustificare il suo gesto: «Sara...».
Lei non lo lasciò continuare:
«Sei invidioso perché lui ha una bella macchina e non un catorcio come il tuo. Portami a casa».
«Al volo» rispose lui, sapeva che in quel momento sarebbe stato inutile qualsiasi chiarimento.
Nessuna parola per tutto il tragitto. La lasciò sul cancello di casa. Lei non rispose al suo saluto.
Agli amici, Paolo disse che la ragazza non stava bene e che l'aveva accompagnata a casa. La festa finì a mezzanotte, lui non cantò più quella sera. La mano bruciava.
Il giorno seguente la telefonata di Enrico: « Paolo hai sentito cosa è successo? La Spider di Stefano si è schiantata contro un albero. Lui è morto».
«E la ragazza che c'era con lui?».
«Quale ragazza? Non c'era nessuna ragazza».
«Luisa ».
« Ma non le hai portate a casa tu, lei e Sara?».
Paolo fece finta di niente e si scusò: «Hai ragione. Le ho portate a casa tutte e due io».
 
Al funerale, Sara seguiva il feretro in fondo al corteo, le lacrime avevano intriso il fazzoletto che teneva tra le mani. Luisa le si accostò, la prese sottobraccio e le disse:
«Felicità e vetro quanto facilmente possono essere spezzati. Alla nostra età non si pensa alla morte, la immaginiamo lontana, non ha nulla a che vedere con le nostre giornate, invece si presenta in un giorno qualsiasi per strapparci da un'esistenza che ha tanti progetti da compiere».
«Sarebbe potuto diventare una bella storia e invece...».
«E invece ti è andata bene ».
«Cosa stai dicendo sei impazzita!».
«No, l'altra sera quando ho preso il tuo posto sulla sua macchina, Stefano dopo un chilometro ha deviato in una stradina di campagna. Si è fermato, ha spento il motore, ha cominciato a baciarmi, capivo che non si sarebbe limitato a quello, era eccitato, mentre abbassava i ribaltabili capii che sarebbe finita male. Con la scusa di togliermi il cappotto sono scesa dalla macchina e sono scappata nel campo. Lui mi chiamò dicendo di non fare la bambina, ha insistito, poi ha cominciato a urlare che se non l'avessi raggiunto immediatamente mi avrebbe lasciato là a gelare dal freddo, ma avevo paura e mi inoltravo sempre più nel campo perché temevo che venisse a prendermi. Invece, e per fortuna, non ha perso tempo, mi ha chiamata ancora una volta ed è ripartito a tutta velocità bestemmiando. Sono tornata a casa a piedi. Non ho detto niente a nessuno. Capisci, mi avrebbe violentata. Poteva succedere a te.
A volte senza riflettere ci si butta a capofitto in situazioni pericolose, con superficialità.  L'avventatezza rivela la nostra immaturità, l'irresponsabilità e l'incoscienza».
Sara rimase in silenzio ad ascoltare e riflettere.

Dopo il congedo Paolo aveva trovato lavoro come rappresentante in una ditta di Import Export, spesso era in trasferta, aveva così perso il contatto con gli amici.
Passano gli anni, le strade si dividono, ognuno percorre la propria.        
Cinque anni dopo, la vigilia di Natale, Paolo si fermò davanti alla vetrina di una pelletteria: aveva bisogno di un paio di guanti. Entrò.
La commessa stava servendo una signora che voleva una borsa, ogni tanto lanciava uno sguardo su di lui. Quando l'anziana cliente fu servita la ragazza rivolgendosi a lui lo sorprese: «Ciao Paolo».
Lui sorpreso rispose: «Ci conosciamo?».
Lei fece cenno di sì.
Mentre la guardava cercando di ricordare Paolo chiese: «Vorrei un paio di guanti. Quali mi consiglia ».
«Dammi del tu, sono passati cinque anni ma non sono così vecchia».
Le parole della commessa uscirono dalle labbra con discrezione e pudore, centellinate e avvolte nella pellicola del silenzio ovattato come l'interno dei guanti di pelle che gli stava facendo provare.
«È passato molto tempo, e ogni giorno è stato un giorno in cui mi sono sentita sempre più intraprendente, sicura, forte, tenace, ma non ho mai scordato quella sera, quel momento durato solo un attimo. Come quando dalla finestra entra il vento violento e sconquassa tutto ma passando sulle cose lascia il suo profumo, tu mi hai fatto capire che l'esperienza rivela il sapore acido di un frutto non maturo che presenta all'esterno una buccia dorata e invitante».
Paolo stupito ascoltava ammirando la bellezza di un candore ritrovato, la guardava con gli stessi occhi di un bambino che sta col naso incollato al vetro della finestra per vedere il cielo sbriciolarsi in fiocchi di neve.
La ragazza allungò una mano verso di lui: «Fammi vedere le mani».
«Eccole. Perché dovrei riconoscerti, chi sei?  Non riesco a trovarti nei miei ricordi».
Lei prese la sua mano destra, la rivoltò, passò le dita affusolate sulle linee del palmo, e sollevandola la appoggiò sulla propria guancia. Una scottante carezza.
«Ti ricorda qualcosa?».
«Sara!».
«Sì. Sono io».
«Non mi sono più scusato per quel gesto di Natale».
«È stato il più bel regalo che potessi ricevere».


Fausto Marchetti




 
 
 


 
 
 











Ridatemi il Natale


Ridatemi il Natale,
di lampadari a gocce lustrate ad una ad una,
del piccolo presepe sulle scale
col muschio fresco
raccolto il giorno prima nel bosco
ai bordi del ruscello dietro casa.
Toglietemi le tavole imbandite.
Voglio una zuppa fatta con il pane,
cotta nel forno soltanto un’ora prima,
tonno e cipolle appena un po’condite.
Ridatemi il Bambino da baciare,
tutto il paese in fila al tocco di campane,
ruvide mani strette negli auguri
e noi bambini in coro per cantare
“Tu scendi dalle stelle o re del cielo”.
Toglietemi la folla dei negozi,
Jingle Bell Rock che mi martella in testa,
gli sguardi persi dentro ai cellulari,
gli emoticon al posto dei sorrisi 
Ridatemi lo spirito profondo
perduto negli affanni quotidiani
tra le rovine di questo triste mondo.

Sara Ferraglia


 
 
 
 


 
 
 



Una questione di piruli e mutande


Non riesco a ricordare né quando, né come, scoprii che le femmine erano sprovviste del pirulo, quel cosino carnoso tra le gambe che ci permetteva di fare la pipì in piedi, a patto di orientarlo verso il giusto bersaglio senza bagnarci scarpe, mutande e pantaloncini. Per questo ai primi tempi sicuramente la mamma era d’aiuto. All’asilo forse anche la maestra, ma non me lo ricordo proprio.

Cosa ci fosse al suo posto per me restava comunque un mistero. Forse nulla, un ventre piatto sino al sedere, probabile sede anche di orifizi destinati a diversi incarichi, almeno uno dei quali ben noto anche a me, che sul vaso in quella posizione seduta passavo anche una decina di minuti o più, finché qualcuno da me chiamato al termine dell’operazione  venisse a constatare la qualità del prodotto e a ripulirmi, per  poi ricompormi correttamente: canottiera che finisse dentro all’elastico delle “braghette” (così in casa erano chiamate le mutande) per assicurare la buona copertura dal freddo di fascia renale e pancia, poi i pantaloncini con la loro complicata patta coi bottoni, e quindi una finale sistemata anche agli indumenti sovrastanti. Del resto anche le galline (erano pur sempre femmine anche quelle) non espellevano tutto, uova comprese (erano pure roba commestibile), dal medesimo buco?


Non mi aiutavano a svelarlo neanche le mie incuriosite e imbarazzate sbirciate a statue di nudi muliebri, o di dipinti e figure sui libri che mi poteva capitare di osservare; soprattutto a casa dei nonni, in possesso di edizioni antiche e gigantesche della Bibbia e della Commedia dantesca illustrate dal Dorè. Quei libri, più tardi, sarebbero stati la mia fonte principale di consumo di pornografia e relativi turbamenti (sapevo a quell’epoca di commettere un grave peccato e che quello stesso inferno che scrutavo sarebbe probabilmente stato la mia destinazione finale).
“Guarda com’è bravo il nostro Checco” era invece il commento ingenuo di mia nonna scovandomi spesso, allora, in contemplazione delle figure a corredo del Sacro Libro e del Poema. Ovunque i nudi umani, da quelli di Adamo ed Eva a quelli delle anime dannate, ostentavano i piruli pendenti tra le gambe muscolose dei maschi, e mai cosa fosse in fondo nascosto fra le morbide cosce delle donne.

Anche all’asilo la mia curiosità si era diretta verso ciò che le bambine potevano nascondere sotto la loro sottanella, ma che custodivano in segreto all’interno di braghette, sempre bianche e di cotone a costine come le nostre, ma spesso adornate lungo la sgambatura da un lieve accenno di pizzo o di merletto. 
Presi il vizio di sbirciare in alto, lungo le scale che dal piano seminterrato dell’edificio, dove erano ubicate le nostre classi d’asilo, portavano i bambini e le bambine al piano superiore, leggermente sopraelevato rispetto alla strada, dove era l’ingresso della scuola (la “Armando Diaz” di Via Cesare Battisti, che sarebbe diventata tristemente famosa molti anni dopo per le scellerate azioni di Polizia).
Naturalmente sbirciavo per cercare di intravedere sotto le gonnelle e i grembiulini sovrastanti almeno quella macchia bianca di mutandina merlata che poteva apparire anche per un solo attimo, un breve istante di felicità regalato da un’inconscia bambina alla mia intrepida vista. Ma di rado ciò accadeva, e in tale caso lo assaporavo come una conquista, una vittoria da gustare in segreto, un segnale sulla via dello svelamento del mistero.

Strano mondo quello che ci divideva in maschi e femmine, all’asilo già piuttosto marcato: se il grembiulino era bianco per tutti noi bambini, il fiocco sotto il mento doveva essere a quadratini bianchi e rosa per le bambine e bianchi e azzurri quelli di noi maschietti. Anche il colletto poteva avere quel bordino merlato che adornava già le mutandine per le bambine, assolutamente inconcepibile per noialtri. 
Si giocava tutti insieme, ma c’erano momenti in cui i maschi dovevano stare compatti da una parte e le femmine da un’altra, come nel salire le scale verso l’uscita in gruppi differenziati, in fila ordinata e per due, tenendoci per mano (Io avrei voluto tanto stringere quella di Chiara O., quella bambina con gli occhi azzurri e le treccine bionde, ma sapevo che mi era impossibile).  

E anche nei giochi ce n’erano alcuni che le bambine riservavano per sé, facendo comunella tra loro. Pure fuori della scuola, per strada, o nei cortili, o ai “giardinetti” dove venivamo portati nelle belle giornate, le differenziazioni si facevano sempre più nette. Quelli più sfrenati, con ricorso spesso ad armi giocattolo, a rincorse non di rado corredate da cadute con sbucciature e sanguinamenti di ginocchia o gomiti, venivano generalmente disdegnati dalle femmine, che si riservavano di portarsi dietro bamboline e bambolotti invece delle pistole, o tutt’al più salterellavano sulle tracce di gesso numerate nel gioco della “campana” (che non ho mai nemmeno ben capito). 
Anche l’accettazione di un essere di sesso opposto all’interno del proprio gruppo di gioco stava diventando una rara eccezione, spesso una concessione del tutto speciale per esprimere un momento di grande magnanimità.   

Tra noi maschi cominciò a prendere piede quel senso di superiorità che in qualche modo “sentivamo” crescere in noi, e che i modelli del mondo adulto ci andavano confermando.
Una delle minacce che più temevo da parte di mia madre, come punizione per i miei capricci, cominciò a essere “guarda che da domani ti metto le braghette coi pizzi”, proprio l’ oggetto della  mia più insana ma vitale curiosità che diveniva ora il simbolo della più pura identità sessuale. Magari avvolto in esse, avrei potuto perdere il pirulo, che mi sarebbe caduto relegandomi in quell’altra metà del mondo e confermandomi che la vera differenza in fondo stava nell’averlo o non averlo.
Quella minaccia mutandesca divenne il mio più grande terrore.

Stava arrivando Natale, uno dei primi che io ricordi. Mi fu chiesto di scrivere la mia letterina a Babbo Natale. Non dovevo mostrarmi egoista, chiedendo solo giocattoli per me e decisi di chiuderla con un pensiero anche per i miei cari. E fu così che dettai a mio fratello più grande (che la scriveva materialmente per me):
“… e porta anche un ben pirulo alla mia mamma, che non ce l’ha.” E poi aggiunsi: “E magari uno anche alla nonna”.  

Carlo Sirotti (carloesse)



 
 
 

 
 
 




Il Natale è in ognuno di noi


Non so se ho voglia di Natale, quest’anno.
Tanto è sempre la stessa storia: luci, alberi, palline, presepi, regali e cibo. Ti senti buono per qualche giorno e, dopo l’Epifania, è già tutto bello e passato.
No no no, così non va bene. Se devo parlare del Natale, la parola d’ordine è positività, altrimenti otterrò la stessa reazione di un bambino al quale viene detto che Babbo Natale non esiste.
COME, NON ESISTE?
Oddio, non è vero, non glielo dite. Perché avrò fatto questo esempio, poi…
Babbo Natale esiste, sono anni che racconto le sue avventure. Tra l’altro quest’anno è andato tutto liscio, per la gioia di Green - il capo elfo.
Babbo e Mamma Natale si sono presi la prima vera vacanza da quando stanno insieme, una specie di secondo viaggio di nozze. Il ritorno è previsto per il 5 gennaio, vedi mai che Befana abbia bisogno di aiuto. È già successo qualche tempo fa.
Ecco, sarà che mi sento un po’ sola - nemmeno la Fatina dei Denti si è fatta vedere (e forse alla mia età è meglio così) - senza tutti gli amici magici a farmi compagnia, e mi sono lasciata prendere dalla malinconia.
Ma se è vero che il Natale si ripete ogni anno, con le stesse decorazioni, le stesse corse all’ultimo momento alla ricerca dei regali e le tavole imbandite, è anche vero che il Natale è una nascita. E come Gesù Bambino nasce ogni anno, così dobbiamo fare anche noi, cercando di ricominciare al meglio. Anche dopo l’Epifania.
Facile a parole, direte voi. E avete ragione.
Ma l’ingrediente segreto, che poi tanto segreto non è, per rendere migliore la nostra vita e quella degli altri è il più natalizio di tutti: l’Amore.
Una gran bella scoperta, nevvero? Quasi come quella dell’acqua calda.
Beh, ora smettiamola di scherzare e pensiamo alle cose serie: panettone o pandoro?
E buon Natale a tutti!

Daniela Giorgini






 
 
 


 
 
 







Il presepe capovolto


Il mio presepe avrà stelle sul prato
Stelle cadute ma brillanti ancora
Calde come una lacrima che implora
Pace per un bambino appena nato.

Il mio presepe avrà cielo di dune
Un uomo nudo all'ombra del palmizio
Sarà com'era il mondo dall'inizio
Quando guidavan tutto soli e lune.

Porterà doni in mano chi avrà tolto
Al sud del mondo stanco e depredato
I più umiliati avranno voce e fiato
Il mio sarà un presepe capovolto.

Sara Ferraglia












 
 
 
 
 
 
 




La Storia


E’ una storia che ogni anno ritorna, che sembra sempre uguale; eppure io sento che cambia – che “mi cambia” – e si modifica, e si fa nuova ad ogni ritorno.
Come le foglie che sull’albero ritornano, e paiono sempre uguali, ma non son mica più quelle dell’anno prima! O l’acqua dentro un fiume, che sembra stare lì da sempre a compiere gli stessi ghirigori; ed invece si divide e frammenta e scorre e muta proprio sotto il nostro naso. Cose, insomma, delle quali neppure ci accorgiamo.
E così io penso al Natale. In sé non è altro che la ricorrenza di un compleanno, un tradizionale appuntamento che sta a ricordare la nascita di un uomo in un luogo sperduto dell’immenso impero romano. Credere che vi sia un di più, il ‘sentire’ cosa vi sia da festeggiare; ognuno di noi lo può percepire dentro di sé, in base a proprie convinzioni, se lo desidera.
Credo però che si possa affermare che il Natale rimane una festa che permea di magia l’atmosfera di quei giorni, anche di chi ‘non crede’, di chi si ritiene troppo adulto, o troppo al di sopra di certe baggianate; eppure, in un modo o nell’altro, ne rimane affascinato, forse contagiato da quel certo non so che.
Tempo fa, il Natale manteneva più un significato tutto religioso. Tanto è vero che, la notte della vigilia, si aspettava Gesù Bambino più che il Babbo Natale moderno; e i doni li portava invece la Befana, oggi quasi del tutto sparita. Poi arrivò il consumismo, la pubblicità, il progresso… e oggi il Natale è ridotto ad una corsa affannosa verso l’acquisto di regali spesso inutili che giaceranno alfin dimenticati.
Oggi, specialmente oggi, chi come me ha passato il mezzo secolo di vita percepisce una stonatura, come se qualcosa ci fosse stato tolto; oggi, dove tutto viene consumato e divorato in brevissimo tempo, dove non esiste più il gusto dell’attesa, dove persino la pazienza viene vista come una noiosa perdita di tempo, in questi giorni frenetici del tutto e subito, viene da chiedersi: cosa rimane una volta spente le luci, tolti gli addobbi, digeriti i pranzi e i panettoni, spese le tredicesime? Cosa può significare realmente, oltre la banalità di una frase fatta, l’augurio che frettolosamente ci si scambia?
Domando a me stesso: può un ‘buon natale’ restare dentro di noi per tutto l’anno, accompagnarci nei gesti e nelle parole di ogni giorno, migliorando il rapporto tra noi stessi e gli altri?
E’ forse soltanto una storia, certo.
Ma io credo, io lo sento, che è la Storia: e anche se ogni anno, quando ritorna, sembra sempre uguale, sempre la stessa vecchia storia, io penso che invece non sia mai simile agli anni precedenti.
Natale si modifica perché siamo noi che ci modifichiamo, disponendoci ad accoglierlo o rifiutarlo a seconda dei nostri mutati umori, stati d’animo, situazioni familiari, stili di vita.
E mi piace pensare che per qualche giorno, per qualche ora, anche per un solo istante, un poco riesce a migliorarmi.
Buon Natale!

Roberto Barbato





 
 
 


 
 
 












Viva la vida!



Eccezionale racconto della vita di una donna.
Un essere speciale in tutte le sue forme e dimensioni.
Corpo: martoriato da un incidente che sa dell'incredibile.
Anima: leggera, dalla voglia di vivere incommensurabile.
Mente: elastica e voluminosa con la voglia di esprimere e scoprire.
E' lei, Frida, donna dalle mille sfaccettature pronta a esplodere e volare verso l'infinito.
Se volete conoscere la storia della sua vita, allora questo non è il libro giusto.
Qui troverete esclusivamente i suoi pensieri, i suoi desideri più profondi, trascinati da una nube di tormenti e delusioni.
Un amore che ha rovinato per sempre attese e speranze.
Un matrimonio voluto fortemente nonostante le incomprensioni e i contrasti.
E infine, il Messico, una terra selvaggia dai colori forti e dalle idee attente e rivoluzionarie.
Personaggi che hanno fatto la storia, l'hanno conosciuta e amata.
Uomini e donne hanno assaporato la sua linfa viva e brillante.
Frida si perde tra le pagine di una realtà dai mille volti e sfaccettature.
Amanti e amici.
Sguardi e parole. Tutto parla di lei.
Cuore pulsante di vita, della voglia di non mollare.
Morte e rinascita, lunghe attese di felicità e incanto.
Ebbrezza che scorre lenta tra arte e profondità.
E se la vita è breve, l'illusione lo è ancor di più.
Rimane solo il ricordo di aver amato, un tempo.
Mentre le viscere chiedono la pace e i pensieri solo il perdono.
Pietà, per non aver mollato mai e così fortemente sofferto.
Comprensione, per un corpo trafitto dal pianto e uno sguardo perduto nel tempo.

Luna

*Al mio amico Arthur. Un mio personale pensiero a chi ha dato tanto nell'invisibilità dell'etere e ha creato un mondo fatto di legami veri e di immagini che non si perderanno nel tempo. Luna


 
 
 
 

 
 
 






La magia del Natale






Da un po’ di tempo il nonno di Matteo non era più come quello dei suoi amici: quei nonni sempre attivi, che facevano ginnastica, ballavano, ridevano, ed erano sempre in forma, in giro coi nipoti a mangiare gelato e a giocare. Del tutto identici a quelli che vedeva in televisione.
Se ne stava a letto da mesi, senza scendere mai. Viveva al primo piano di una casa dalle pareti un po’ panciute in una contrada di Stella. Dal piccolo ingresso, la stanza si raggiungeva salendo una ripida scala senza corrimano e poi, come se gli scalini irregolari non fossero stati abbastanza, ce n’era ancora uno prima di entrare. Lui se ne stava là, immobile, senza parlare; così immaginava Matteo.
Nel fine settimana suo padre e sua madre lo portavano dal nonno; ma gli proibivano di salire per vederlo.
Nei campi l’erba era cresciuta, e nessuno l’aveva tagliava. L’uva era appassita sulle viti, lo stesso per le olive e le albicocche. Il cane, un pastore tedesco di quattro anni ce l’aveva uno zio, adesso. Le stie dei conigli erano vuote da un paio di mesi, e Matteo si chiedeva dove fossero finiti; pure la mucca Bellona era sparita. Un giorno era arrivato e aveva visto la porta della stalla spalancata. Lui aveva chiesto dove fosse finita. Il padre gli aveva spiegato che l’aveva presa un vicino, ma un vicino che abitava lontano, per curarla, perché il nonno stava poco bene e aveva bisogno di tanto riposo. Una volta che si fosse rimesso, sarebbe tornata.
Anche quella volta Matteo aveva domandato cosa avesse il nonno. Il padre aveva borbottato qualcosa come: “Non ci pensare”; come se fosse stato semplice. Non era per nulla facile. Era dura non pensare a una persona con la quale Matteo aveva trascorso i fine settimana di tutta la sua vita. Una vita di tutto rispetto: sette anni. Che quando ci si soffermava, un po’ gli venivano le vertigini, come affacciarsi dal balcone di casa sua, al secondo piano. E la vertigine aumentava ancora di più quando pensava che il nonno di anni ne aveva settantadue.
La nonna era morta tre anni prima; adesso in casa del nonno c’era una signora. Robusta, nera di capelli, si chiamava Patrizia, sempre indaffarata e con una faccia sempre seria. Matteo pensava che avesse qualcosa ai denti, forse le mancavano; non sorrideva mai.
Da quando il nonno aveva iniziato a star male era lei che si occupava di lui e della casa. Poi Matteo aveva iniziato a sentire degli strani discorsi, di roba che spariva, e sia mamma che papà, e pure gli zii e le zie, dicevano che quella era furba, e che bisognava fare qualcosa. Chi fosse quella, Matteo lo sospettava ma i sospetti erano roba sporca da evitare con cura. Lui, in fondo, voleva vedere il nonno. Il resto non lo riguardava.
Coi suoi cuginetti, Matilde e Leon, avevano fatto un gioco, qualche settimana prima. Che non era proprio un gioco. Erano nella sala da pranzo della casa del nonno, di domenica pomeriggio. I genitori erano in cucina a parlare piano. Loro sentivano piovere dal soffitto il rumore dei tacchi della signora che nella stanza del nonno, camminava avanti e indietro.
Il gioco era immaginare il proprio lavoro, che cosa si sarebbe fatto da grandi, qualche anno dopo. E Matteo aveva risposto: “contadino”, come diceva il nonno. Al che Matilde era scoppiata a ridere, rovesciando la testa all’indietro. Ed era successo qualcosa di imprevedibile. D’un tratto, una mano si era abbattuta sulla sua testa, e la madre di Matilde aveva detto: «Cosa ridi, cretina».
A Matteo non piaceva la madre di Matilde.
Adesso che il Natale stava per arrivare, con tutta la sua magia, quella che dicevano tutti, alla televisione e un po’ ovunque, gli sarebbe piaciuto che cambiasse un po’.
Soprattutto che il nonno guarisse. Si chiese quel giorno, e anche nei successivi, se ci fosse un modo per aiutare la magia a far star bene (guarire)il nonno. Ci pensò a lungo; non appena aveva un minuto libero si metteva un attimo in disparte, e cercava di trovarlo. Ma per quanto pensasse e pensasse, non sapeva come fare. Ne aveva parlato a sua madre, e lei lo aveva rassicurato che doveva solo sperare nella magia del Natale. Doveva crederci; ci credeva?
Lui rispose di sì, e non ne parlarono più.
Però Matteo, continuò a pensarci, a pensarci; e alla fine giunse a una conclusione, come dicevano a volte i grandi per darsi tono e contegno. E questa diceva che gli adulti si buttavano sulla magia per evitare di fare il loro lavoro: mostrare il nonno malato a un nipote.


Marco Freccero




 
 
 

 
 
 



Lo spirito del Natale


Ero bimba fino a questa primavera, e giocosa guardavo farfalle e fiori e mi beavo allo scoppiettare della legna nel caminetto. Ammiravo, fino allo scorso anno, lo scintillio delle luci sull’albero di Natale, la neve cadere, le vie della città con le sue luminarie e avevo un’idea di vita lunga chilometri da percorrere, costellata di gioie, avventure e Natali da trascorrere con te.
Poi, di colpo sono cresciuta. E’ bastato un mese per trasformare i sogni in coriandoli volteggianti nel vento.
Di colpo, i chilometri sono diventati piccoli passi quotidiani, un po’ incerti. Di colpo, la spensieratezza della bimba che ero, ha lasciato il posto a momenti di sconforto. Ho passato anche attimi di angoscia.
Ma tu hai continuato a tenermi la mano; la tua, così rassicurante. Non fosse stato che so leggerti negli occhi e ho visto anche la tua paura. Anche tu sei cresciuto, ma ti ostini a non darlo a vedere. Leggo le nostre ombre nello sguardo, esattamente come te. Esattamente come ci leggo l’amore. Il nostro essere comunque, nonostante…
Sai, forse dovevo crescere di botto per penetrare e com-prendere il vero “Spirito del Natale”.

Claudia Giacopelli






 
 
 

 
 
 
 





Un altro racconto di Natale



Ne han raccontate tante
di storie del Natale
mica una sola, a palate
ma di questa meno male,
manco una parola, ascoltate

prosa semplice e qualche verso
per l’umana fiaba, mai banale
di chi si immaginava diverso
per scoprirsi infine, uguale

Erano rimasti due uomini all’interno dell’osteria “I briganti”, la sera della vigilia di Natale. Uno stava dietro al banco e ed era Giovanni Pignasecca, l'irascibile e corpulento proprietario del locale chiamato dai clienti più assidui “Esentasse” perché nessuno l'aveva mai visto fare uno scontrino, e l'altro era suo cognato, Franco Dalsenno chiamato “il Verza” perché oltre essere vegetariano si dilettava con la letteratura, con la poesia, e spesso improvvisava versi durante le chiacchierate. I due erano alle prese con la regina delle discussioni, da bar e non solo, di questi ultimi anni, quella che non manca mai, sia che si parlasse di politica o di qualunque altra cosa, ed era la questione “migranti” Naturalmente i due affrontavano l’argomento senza tralasciare né i ma né i se; d’altra parte in qualità di tuttologi, titolo onorario oramai condiviso equamente fra i  frequentatori di bar e quelli della rete, era loro consentito, senza alcun timore, di liberare parole senza l’incomodo di una eccessiva riflessione.
“Ma proprio qua, dovevano venire?”
“A casa loro li dobbiamo aiutare, tutta l’Africa in Italia non ci sta, lo vuoi capire o no?!”
“Il lavoro qua non c’è. Prima gli italiani, poi i nero-fumo”.
“Mica han voglia di faticare, questi qua”.
“Arrivano con le pezze al culo e subito pretendono”.
Il corpacciuto Esentasse elencava questo insieme di luoghi comuni con una tale veemenza che i pochi capelli del Verza si muovevano come fili d’erba fustigati dal vento. Il suo volto era così rosso da far pensare che di lì a poco avrebbe preso fuoco.
“Ma scappano dalla miseria, dalla guerra…”, provava timidamente a reagire suo cognato. “Per una promessa di terra…”
Poi prendendo coraggio:
“attraversano il mare,
Rischiano la vita
Per un boccone da mangiare
Per una via d'uscita
”.
Ma i suoi toccanti versi non facevano effetto sul sempre più isterico locandiere.

“Non sono affari miei,
e non darmi del razzista
ho pure un amico gay
sei il solito buonista!”
Non si può negare che non gli rispondesse per le rime. E aggiunse senza quasi respirare: “Tutta un’altra cultura dai, guarda come trattano le donne!”.

Ma Franco non era certo un tipo arrendevole:

“Parli proprio tu, santo cielo
Guarda come tratti mia sorella, tua moglie
Certo non la costringi al velo
Ma lasciamo perdere che è meglio”.

E dopo l’assonanza continuò ma ora solo malinconica prosa:
“I popoli ricchi li sfruttano da anni con la complicità dei loro governanti avidi e compiacenti offrendo loro solo povertà e ora che vorrebbero anch’essi la loro piccola parte, quel pizzico di benessere spettante a ogni essere umano, un tozzo di pane, noi li respingiamo verso le braccia dei loro aguzzini, verso un destino infame…”.

“E basta! Lo interruppe nuovamente Giovanni con le vene della fronte rigonfie.
“Ti ripeto che IO non mi sento in colpa, questo è il nostro paese e facciamo entrare solo quelli che ci pare, mica tutti i delinquenti e i vagabondi del pianeta, questi sono islamici, questi buttano le bombe, questi ci tagliano la gola nel sonno... Svegliati!”.
“Sì, sì, continua pure a mettere tutti nello stesso calderone”, pensò Franco. Però sul fatto che si dovesse svegliare in fondo quel “basico” di suo cognato non aveva tutti i  torti; doveva smetterla di cercare di usare la ragione con chi preferiva dare sfogo ai propri istinti elementari. Si sentiva svuotato ma anche arrabbiato con se stesso. Perché si era fatto trascinare ancora una volta in questa ennesima e inutile discussione?
Sì allontanò dal banco e si diresse mestamente verso la porta; afferrò la maniglia e prima di uscire si girò verso l’incandescente cognato, disse:
“Ciao Giovanni, ci vediamo più tardi al Cenone”.

L’altro con le mani immerse in un catino d’acqua bofonchiò fra i denti che dopo aver chiuso il locale sarebbe prima andato alla messa delle 23 e 15 e poi li avrebbe raggiunti.

“Già, la messa, vai a confessarti che è meglio”.
“Cosa?”.
“Niente, niente, a dopo” e uscì dalla locanda.

Giovanni, rimasto solo, terminò di sistemare alcune cose e poi tirò fuori l’incasso del giorno disponendolo in piccoli mucchietti sul bancone del bar. Prese un grande astuccio nel cassetto e si chinò per prendere lo zaino che teneva nello sportello sotto alla cassa. Proprio in quel mentre la porta d’ingresso si aprì.
“Cavolo, non ho chiuso” disse a voce alta mentre si rialzava.
Appena vide l’uomo entrare sentì un’ondata di calore in viso. La carnagione dell’ospite inatteso non lasciava dubbi sulla sua provenienza e per il pregiudizio di Giovanni, neppure sulle sue intenzioni.
“Dove credi di andare, non vedi che ore sono? È chiuso!”. Il tono era tutt’altro che amichevole.
L’uomo intanto si era avvicinato e sorridendo disse mettendo una mano nella tasca: “Mi scusi, volevo chiederle se poteva…”.
Ma Giovanni, che ora era uscito da dietro il bancone, non lo fece finire e gli si parò davanti con quel suo torace a due ante. “Ti ho detto che è chiuso…non fare un altro passo altrim…”.
La parola gli rimase per metà in bocca e con una smorfia di dolore si portò una mano al petto e si accasciò a terra come un burattino cui abbiano reciso i fili.

Quando riaprì gli occhi, la luce della stanza, nonostante fosse fioca, gli ferì gli occhi e solo dopo qualche istante riuscì a guardarsi attorno. Era steso in un letto e le ossa gli dolevano in un modo mai provato prima. Le pigre gocce che scivolavano in un tubicino trasparente fino a penetrare nel suo braccio sinistro non lasciavano dubbi sul luogo in cui si trovava ma ulteriore conferma fu l’uomo con il camice bianco che parlava a bassa voce con Franco suo cognato e sua moglie Chiara, vicino alla finestra della stanza.
Era in ospedale, d’accordo, ma perché, cosa gli era accaduto?
Nella sua mente la nebbia si diradò e gli ultimi ricordi si riaffacciarono sufficientemente vividi per scuoterlo dal suo torpore.
“I soldi sul bancone, quel negro, mi ha derubato”.
Quelle parole uscirono dalle sue labbra in modo completamente incomprensibile, un leggero gorgoglio, sufficiente però a destare l’attenzione delle tre persone.
Chiara fu la prima ad avvicinarsi. “Ci hai fatto prendere un bello spavento, questa volta”. Gli appoggiò una mano sula fronte come a saggiarne la temperatura.
Giovanni riprovò a formulare qualche parola ma lo sforzo fu inutile.
“Calma, non ti devi agitare” disse la donna accarezzandogli il viso.
Nel frattempo anche il medico si era avvicinato al capezzale e con un sorriso professionale tastò il polso del paziente. “Signor Pignasecca, il peggio è passato. E’ stato un vero miracolo ma…”.
Giovanni gli prese a sua volta la mano e con un residuo di forze gliela strinse e lo guardò negli occhi con lo sguardo implorante.
“Già, immagino che lei non sappia per quale motivo si trovi sdraiato in un letto d’ospedale” disse il dottore. “Vede ieri sera, verso le 23 lei è stato colto da un infarto del miocardio e …”.
La porta si aprì lentamente e nella stanza si affacciò un uomo; nelle mani una bottiglia d’acqua.
Giovanni lo vide e sgranò gli occhi indicandolo.
“Ecco il suo salvatore” riprese il medico “se non fosse stato per lui, difficilmente staremmo qua a parlare lei ed io; come dicevo poc’anzi, un vero miracolo!” Poi aggiunse sorridendo: “Tra l’altro siamo in tema mi pare, e la sua si può definire a tutti gli effetti una vera e propria rinascita”.
“Pensi” continuò il primario “il caso ha voluto che lei si sentisse male proprio nell’istante in cui il signor John Okore è entrato nel suo bar per chiederle dove si trovasse la Chiesa di S. Francesco avendo l’intenzione di assistere alla funzione della Vigilia ma non conoscendone l’esatto indirizzo. Ma la sua fortuna non è finita lì, il signore essendo pratico di primo soccorso avendo esercitato per tanti anni presso una nota ong si è attivato per farle prontamente un massaggio cardiaco così da tenerla in vita fino all’arrivo del 118 munito di defibrillatore. Ora noi le abbiamo disostruite le arterie e applicato uno stent”. S’interruppe un istante vedendo una specie di smorfia sul viso del paziente pensando che fosse dovuta all’apprensione. ”Non si deve preoccupare, caro Giovanni, l’intervento è perfettamente riuscito; Lei ora deve solo riposare per recuperare le forze; L’importante è che, per almeno ventiquattrore, lei stia il più  possibile  immobile perché siamo dovuti passare dall’arteria fem…” 
Il medico continuava ma Giovanni non lo ascoltava più; mille pensieri come coriandoli impazziti volteggiavano nella sua mente confusa. Guardò l’uomo a cui doveva la vita avvicinarsi sorridendo a sua moglie Chiara e porgerle la bottiglia d’acqua. Anche suo cognato si era accostato al letto e in mano teneva uno zaino, quello stesso zaino dove lui solitamente riponeva l’incasso del giorno. “ Non ti preoccupare per i soldi Giovanni” disse Franco, il signor Okore ha pensato di raccoglierli dal bancone dove li avevi lasciati e ce li ha consegnati appena ci siamo incontrati. Non era il caso di lasciarli lì, in bella vista, no?”.
Giovanni non disse niente. Davvero difficile trovare parole opportune in simili situazioni. Si limitò a fare un segno di assenso con la testa e dal suo volto stanco ma sereno spuntò un abbozzo di sorriso; con gli occhi lucidi cercò quelli dello sconosciuto dalla pelle scura e quando li incontrò finalmente lo riconobbe.


Stefano Mina





 
 
 
 
  

  
 
 
 

Un altro Natale


Tocco il manto di neve
che ricopre il tuo ieri.
Si trasforma in mille gocce d’acqua
sulla mia mano:
anche le tue sembianze
sono mutate.
Ogni goccia di neve
si mescola alle lacrime
    che non so fermare.
Gli ultimi tempi
soffrivi la solitudine delle feste
e Natale non faceva eccezione.
In quell’altrove che ti ha accolto,
finalmente
avrai da festeggiare.

Claudia Giacopelli



 
 
 
 

 
 
 






ATMOSFERA


Aveva nevicato tutto il giorno e un bianco e soffice manto aveva ricoperto tutto, zittendo ogni rumore. Era rimasto solo il vociare gioioso dei bambini che, protetti da colorate sciarpe, soffici berretti e caldi guanti, avevano realizzato pupazzi di neve a guardia del giardino e costruito fortini da cui avevano improvvisato battaglie con palle di neve. Il silenzio si era fatto totale al primo imbrunire, quando, stanchi e bagnati, erano rientrati in casa. Dopo un bel bagno caldo e ristoratore avevano indossato il pigiama e si erano seduti sul tappeto ai piedi della nonna che, tranquillamente accomodata nella sua sedia a dondolo, con la coperta sulle ginocchia, aveva letto loro un bel racconto di Natale.
L’albero addobbato con maestria con palle di stoffa e stelline ricavate da bucce d’arancia essiccate era acceso e diffondeva una luce avvolgente che si mescolava a quella del fuoco scoppiettante dentro il camino. Il profumo di arance si mescolava a quello dei biscotti allo zenzero che la mamma aveva appena sfornato e offerti al termine del racconto.
Che bontà!
Dolci e speziati: il gusto inconfondibile dei biscotti di Natale!
In sottofondo melodie natalizie giungevano dallo studio, dove il nonno si esercitava al pianoforte, mentre fuori aveva nel frattempo smesso di nevicare e il cielo si era riempito di una luminosa coperta di fulgide stelle. La grossa e tonda luna rifletteva la sua luce sul manto nevoso, permettendo di vedere il magico panorama: le bianche montagne svettanti verso il cielo e gli abeti innevati; le case illuminate dall’interno e il fumo dei camini accessi…

Chiudo il libro con un sospiro.
Faccio fatica a ritornare alla realtà.
Il mio sguardo si perde nel mio piccolo appartamento. Sento freddo, anche se il riscaldamento è accesso e in casa ci sono venticinque gradi. Scosto la coperta e mi alzo dal divano, dove mi ero rannicchiata con il gatto. Do una rapida occhiata alla finestra ma davanti al grigiore del cielo che si confonde a quello della città, distolgo subito lo sguardo. Il mio costosissimo albero di plastica, addobbato secondo la moda con palle blu e argento, così realistico da sembrare vero, fino a questa mattina mi riempiva d’orgoglio, mentre ora mi sembra quasi grottesco nella sua falsità.
Decido: mentre aspetto che Filippo rientri dal lavoro gli preparerò un po’ di biscotti alla cannella, quelli della ricetta di nonna. Sono anni che non li faccio, ma spero di esserne ancora capace. Non sarà la stessa cosa, ma almeno il profumo inonderà l’appartamento e riporterà un po’ di atmosfera natalizia per quando rientrerà stanco stasera.

Angélique Gagliolo




 
 
 


 
 
 










Lasciami



per poco
protetto
da muri senza voce
senza potermi
guarire

lentamente
mi ricordi.

Con te passa
il vento
dei sentieri
murati
dal Sole Indaco

Parola.

Di anni il passo
misurato
non è fragore

ma luce
dentro i
risvegli

Saturi come ferite
senza sangue.

Marco Guerrina


 
 
 
 


 
 
 











 
 
 

 
 
 







Di nuovo Natale

 
 
 
Ogni lunedì
tutto quel futuro
scende dalla corriera
nella folla del giorno,
si mischiano al mattino
qualcuno si tiene per mano
due si spingono
altri ridono
ma tutti nel folto dei visi
presto saranno di nuovo Natale.


Vincenzo Celli






 
 
 
 

 
 
 


Christmas overpass

Era inverno, era freddo ed era la vigilia di Natale. Il dottor Barzetti spedì la sua ultima mail, arrestò il computer, chiuse le finestre e girò il termostato dell’ufficio. A testa bassa percorse il corridoio, con brevi cenni e saluti smorzati augurò buone feste agli ultimi rimasti: il suo capo, un sistemista, un responsabile informatico.
“Ti va di bere qualcosa con noi?” gli parve di sentire.
Non rispose, aprì la porta ed uscì.
Sopra l’auto c’era una coltre di neve alta almeno dieci centimetri. La spazzò via con le mani e usando la borsa di pelle come fosse una paletta.
“Tanto… che me ne frega se si rovina?” borbottò.
Quando riuscì a salire in macchina era accaldato, i vetri s’appannarono in fretta e per proseguire il viaggio abbassò i finestrini, fino a giungere sul viadotto, dove in genere la gente si fermava per ammirare il panorama. Una volta un tizio si era buttato appeso a degli elastici ed era rimbalzato su e giù come uno yo-yo per almeno quattro volte. Ma di solito la gente aveva l’abitudine di buttarsi da lì senza niente, piombava giù e basta, senza rimbalzare.
Spense la macchina, si avvicinò al cornicione e ripensò all’ultima mail che aveva spedito. Era indirizzata a suo figlio che non vedeva da anni, da quando lei lo aveva preso, se l’era portato via e, con delle scuse ben fabricate, aveva fatto in modo di erigere un muro legale. E poi, al riparo di quel muro, aveva raccontato al figlio la sua verità. E con lui non ci furono più natali da festeggiare.
“Forse dovevo scrivere qualche riga in più” sbiascicò alzando una gamba per superare la ringhiera del ponte. “Forse dovevo spiegargli meglio che io l’ho sempre cercato ma lei…”.
“Forse dovevi scrivere l’indirizzo corretto” sentì dire alle sue spalle. Non fece in tempo a voltarsi, due braccia lo afferrarono e lo portarono via.
“Che volevi fare, eh?”
Si sentì trascinare da due, quattro, sei braccia, che lo depositarono senza riguardi nel sedile posteriore di un’auto.
“Ma che fate? Lasciatemi stare! Che volete?”
“Siamo noi, stronzo!” disse il suo collega d’ufficio dopo aver acceso la luce della plafoniera.
“Quando spedisci le mail cerca di scrivere l’indirizzo corretto, altrimenti le intercetto tutte io” precisò il sistemista.
“E quindi…”.
“E quindi sì, ho letto la tua lettera d’addio, e come vedi ti abbiamo raggiunto appena in tempo”.
Il suo capo guidava con attenzione ma gli scappò un rimprovero: “Sei uno stronzo… proprio la vigilia di Natale! Potevi almeno chiedermi delle ferie”.
Anche il responsabile informatico disse la sua, allargando le braccia e strabuzzando gli occhi: “Insomma, dai…tutta questa scena per un computer difettoso! Ti ho detto che lo avrei cambiato il prossimo anno! ”.
Il sistemista, che era un suo vero amico, non aveva tanta voglia di scherzare.
“Non ci badare. Loro sanno essere stronzi anche a Natale. Ma tu non ci riprovare”.
Gli puntò l'indice sul petto, tanto forte fino quasi a trapassare le costole. Poi lo abbracciò.


Paolo Perlini





 
 
 


 
 
 



   

Questione di doni


   “Uff. Ogni anno il solito problema.”
   “Quale?”
   “Quale... I doni, cara Befy, i doni. A chi portiamo i regali?”
   “Oh, che domanda. A coloro che durante l’anno sono stati buoni. E ai cattivi, cenere e carbone.”
   “Già, sembra facile. Ma io ogni anno non riesco a capire con sicurezza chi siano i buoni e chi i cattivi.”
   La Befana non rispose. Chinò la testa, e il naso, adunco e rinsecchito, sembrò finirle in bocca. La vecchia strega portò poi le lunghe mani sul volto e rimase in silenzio, pensierosa. Anche Babbo Natale non parlò più. Affondava le dita nella barba candida, quasi a cercare lì dentro la risposta al dilemma.
   “Ti ricordi quel vecchietto strambo?” mormorò finalmente la Befana.
   “Chi?”
   “Quel tipo buffo che abitava tanto tempo fa ad Atene.”
   “Ah, sì”, rispose Babbo Natale. “Hai una bella memoria, Befy. Ne è passato di tempo. Secoli e millenni. Ti ricordi la sbornia che ci siamo presi insieme a lui con quel vino resinoso? Mah... che brutto regalo gli hanno fatto alla fine i suoi concittadini...”
   “Già.”
   “Fu una magnifica serata. Avevamo bevuto davvero tanto!”
   “Proprio di quella serata volevo parlarti. Ti ricordi? All’ennesimo bicchiere, quel caro vecchietto se ne uscì con una delle sue frasi filosofiche. Lo capii appena, perchè la bevuta gli aveva provocato un interminabile singhiozzo. Disse che il male è generato dall’ignoranza del bene, dall’inconsapevolezza. Ti ricordi? Tu dalle risate stavi quasi per cadere dalla sedia...”
   “Oh, sì. Mi ricordo eccome!” esclamò Babbo Natale, e per non smentirsi esplose in una risata talmente fragorosa da far tremare l’enorme stanzone, pieno zeppo di regali, in cui lui e la Befana stavano confabulando.
   “Bene!” urlò la strega per sovrastare la risata. “Ho un’idea.”
   “Ehm...” fece Babbo Natale, ricomponendosi. “Quale?”
   “La frase dell’amico ateniese mi ha fatto pensare a un regalo uguale per tutti.”
   “Per tutti?”
   “Sì, per tutti. Un dono preziosissimo. Per almeno un attimo, con questo regalo, tutti saranno buoni. E così non faremo nemmeno errori di scelta.”
   “Uhm... Che roba sarebbe questo regalo uguale per tutti?”
   “Dammi solo qualche minuto. Devo prepararlo. E devo vedere prima se va bene per me. Se il regalo funziona con me, di sicuro andrà bene per tutti.”
   “Ti aspetto”, disse quieto Babbo Natale, e accese la sua grande pipa di radica.
   La Befana sparì in un’altra stanza, minuscola e segreta, da dove per un’ora o forse più provennero borbottii di alambicchi e rumori simili agli scoppi di piccoli petardi.
   Finalmente la strega riapparve nello stanzone. Babbo Natale, immerso nel fumo azzurro della sua pipa, riuscì soltanto a emettere un sonoro “ooh...”.
   La Befana aveva sul volto un sorriso meraviglioso. Come rinata, si avvicinò a Babbo Natale, e in un sussurro, porgendogli un piccolo involto, gli disse:
   “Questo è il regalo che daremo a tutti. Aprilo.”
   Babbo Natale sciolse i fiocchi dei nastrini che stringevano ai due capi il dono. Poi delicatamente aprì la carta blu dell’involto. Dentro c’era un astuccio con sopra la scritta stellina della consapevolezza. E il disegno di una freccia che indicava un tappo e le parole aprire e prendere la stellina. Mugugnando qualcosa di incomprensibile, il vecchietto estrasse il tappo dall’imboccatura.
   Una stellina luminosissima uscì dall’astuccio e si librò volteggiando davanti al grosso naso e agli occhi spalancati di Babbo Natale.
   “Prendila, senza stringere”, bisbigliò la Befana.
   Babbo Natale mosse lentamente la mano nell’aria e acciuffò, con la delicatezza di chi afferra una lucciola, la minuscola stellina.
   E allora, il caro vecchietto venne illuminato da una perfetta consapevolezza. I suoi occhi si inumidirono, una lacrima brillante tremolò in equilibrio, poi rotolò sul viso e scomparve nel barbone bianco.
     

  Subhaga Gaetano Failla




 
 
 

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L'immagine della testata è gentilmente fornita da Giovanni Venturi che ringrazio. La grafica presente in questa pagina l'ho recuperata da vari siti. Purtroppo, avendo io ormai 99 anni, o 103, dipende da quale biografia consultiamo, ho perso la memoria  e non ricordo più dove ho prelevato sfondi e immagini. Chi riconosce i propri lavori è pregato di dirmelo e inserirò i crediti. Grazie. Morena