I RACCONTI DI MORENA FANTI


Frammenti di vita

Piero

 

La voce roca e strascicata, lo colse intanto che era concentrato sulla fiamma dell'accendino: "Ne hai una anche per me?"

Alzò il viso per guardare la voce e incontrò gli occhi più verdi e sfrontati che avrebbe mai potuto conoscere.

L'amicizia con Alex iniziò così: fumando insieme una sigaretta seduti sul muretto fuori dalla scuola.

Per Piero, che aveva sempre condotto un'esistenza quasi solitaria e perennemente a disagio, Alex significò salire su una giostra che lo trascinava con la sua forza e il suo vorticare, dandogli emozioni e tenendolo sempre carico e su di giri.

Passavano le sere in giro per i pub e le discoteche, poi a girare una città che Piero non aveva mai visto, viva e pulsante a tutte le ore. Alex era inesauribile, sempre pieno di risorse e di vita. E cercava sempre Piero. Uscivano sempre solo in due; stavano bene e non sentivano la mancanza di altra compagnia. La trovavano poi, nei locali dove andavano. Insieme a birra, confusione e qualche pasticca. Le pilloline, diceva Alex.

Finché iniziarono a frequentare qualche locale particolare, qualche pub frequentato da gay. Andavano lì e si limitavano a bere, e a qualche pillolina, qualche volta anche uno spino. Niente di più. Ma fu abbastanza per svelare a Piero delle sensazioni che erano sempre state dentro di lui, ma che non aveva mai capito, perché non si era mai soffermato a valutarle.

Si era sempre sentito diverso. Un sottile sensazione di non essere al posto giusto, di non capire mai bene chi si è. Un senso di inadeguatezza, ma non proprio, solo una non conoscenza di una parte di sé stesso. Le ragazze non gli piacevano; le trovava banali, tutte troppo uguali, come dovessero rispettare un modello prestabilito. Nessuna era in grado di risvegliare un suo interesse, nessuna sapeva dire qualcosa alla sua anima. Neanche fisicamente gli dicevano granché, nessuna era capace di stimolare in lui una attrazione sessuale di qualsiasi tipo. Lo annoiavano, ecco.

Questi pensieri lo avevano sempre fatto sentire male, come che fossero brutti pensieri, da non approfondire con nessuno, neanche con sé stesso. E infatti non si era mai soffermato a scrutare fino in fondo l'inquietudine di vivere che aveva sempre dentro di sé; la tollerava e basta. Sapeva che era parte di lui e ormai si era abituato a conviverci.

Durante una di queste serate al pub, Alex, che aveva bevuto e preso troppe pilloline ed era molto su di giri, rideva parlando a ruota libera, e iniziò a raccontargli dei suoi amori, del suo interesse per gli altri ragazzi. Piero capì solo in quel momento che l'aveva sempre saputo, pur senza interrogarsi sull'argomento. In tutti quei mesi non erano mai usciti con delle ragazze e nessuno dei due aveva mai parlato di questo. Non se ne accorgevano e basta.

Un giorno Alex gli propose di andare nella sua casa al mare: " Non c'è nessuno, in questo periodo, staremo benissimo..."

Fu così che si trovarono nel silenzio di un mare fuori stagione, a camminare sulla sabbia umida e sporca di tutti i residui di un'estate. I silenzi tra loro non erano rumorosi, sentivano i loro respiri in armonia con le onde, in un ritmo quasi ossessivo. L'aria era fresca e leggera e Piero respirava per la prima volta la consapevolezza di sapere chi era. Per la prima volta si sentiva in pace ed era una sensazione molto piacevole.

Fu una bella vacanza. Alla sera stavano in casa a parlare e, solo qualche volta, quando sentivano bisogno di confusione, si recavano in discoteca, per riempirsi di rumori e suoni, fino quasi a stordirsi. Di ritorno, da una di queste serate, Alex, che aveva bevuto qualche birra di troppo, era fortemente eccitato e parlava troppo forte, ridendo delle sue stesse parole. Toccò a Piero svestirlo e metterlo a letto, poi crollò al suo fianco, sfinito dalla confusione e dall'alcol. Durante la notte, Piero si svegliò sentendo Alex muoversi nel letto e poi, così delicatamente da sembrargli un sogno, sentì Alex toccarlo.

Fecero l'amore, così, con calma e senza troppa convinzione, come fosse un dovere. Dopo crollarono tutti e due addormentati.

Quando Piero aprì gli occhi, Alex non c'era. Andò a cercarlo e lo vide, dalla finestra, che camminava sulla spiaggia. Quando Alex rientrò disse che aveva ricevuto una telefonata da casa e doveva rientrare. Non parlarono di quello che era successo. Caricarono la macchina e partirono. Il viaggio fu quasi sempre silenzioso.

Arrivati a casa, Alex lo salutò, promettendo una telefonata, appena si fosse sistemato. Piero non lo sentì più. L'estate, ormai finita come la loro amicizia, se ne stava andando. A Piero rimase solo il ricordo di Alex, insieme a quello che lui gli aveva regalato: la consapevolezza e l'accettazione della sua intima essenza. 

Morena Fanti (luglio 2003)

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Frammenti di vita

Marco

 

Il piccolo cactus mostrava evidenti segni di sofferenza. Piccole macchie brunastre alla sommità e una forte inclinazione alla base, che gli davano un'aria buffa e lo facevano assomigliare a un ubriaco malfermo sulle gambe, indicavano che stava marcendo. Non poteva essere altrimenti, visto le frequenti annaffiature a cui lo costringeva Marco, ormai da due mesi. Tutti i pomeriggi verso le due, Marco si avvicinava alla finestra del laboratorio analisi che divideva con altri colleghi, con il piccolo ma micidiale annaffiatoio, e bagnava l'innocente piantina, a piccole dosi, per almeno un quarto d'ora. Marco non aveva mai avuto un particolare amore per le piante; la sua passione era nata per zittire i mormorii dei colleghi, ai quali non era sfuggito il suo improvviso interesse per il panorama. Aveva allora acquistato quel piccolo alibi, dal fiorista davanti all'ospedale e aveva iniziato quella lenta, ma continua tortura. In quel momento tutti i colleghi lo guardavano e commentavano sottovoce. Anche Marina, la bella e giovane dottoressa che divideva con lui il tavolo, e avrebbe diviso volentieri anche il cuore, seguiva i suoi movimenti con apprensione. Si domandava, anche se credeva di saperlo molto bene, cosa guardasse Marco con così grande interesse.

Intanto l'oggetto di tanta curiosità, aveva occhi solo per la bellissima ragazza che avanzava lungo il viale, con aria svagata e sognante. I lunghi capelli neri e il viso levato a sfidare il mondo, il passo elastico di chi si aspetta ancora tutto dalla vita; tutto in lei ispirava piacere e allegria. Come tutti i giorni, la ragazza sedette sulla panchina davanti alla finestra e, dopo una rapida occhiata alle persone che passeggiavano, aprì il libro che aveva con sé e si immerse nella lettura per un quarto d'ora. Poi, un rapido sguardo all'orologio e si alzò per andarsene, scomparendo così dalla vista di Marco, ma non dai suoi pensieri.

Con un sospiro, l'aspirante omicida di cactus, richiuse la finestra e rimise a posto l'arma del delitto: il piccolo innaffiatoio che teneva dentro al suo armadietto. Poi, tra gli sguardi curiosi di tutti, si sedette al tavolo dove Marina fingeva di lavorare. A quel punto la bella e dolce dottoressa non si trattenne più e, ostentando una curiosità casuale, chiese:

"Cosa ci sarà, da guardare così tutti i giorni? ...forse...  una ragazza?" sperava che il tono sembrasse di genuina sorpresa, ma non si doveva preoccupare: Marco pensava solo al suo sogno.

"Oh... sì! Se tu la vedessi! E' una ragazza meravigliosa, bellissima e dolce come nessun altra..."

"Ma se non la conosci nemmeno! Non credi che dovresti cercare di conoscere meglio le persone che conosci? Anche qui, fra i nostri colleghi... Magari fra loro c'è una persona che ti potrebbe piacere anche di più... se solo ti sforzassi di guardare..."

Con un'espressione di grande sorpresa, Marco sollevò gli occhi e diede un'occhiata distratta in giro per il laboratorio. Poi, scuotendo il capo, si rimise al lavoro.

Marina si ripromise, il giorno seguente, di andare alla finestra e vedere l'oggetto di tanto interesse. A questo punto voleva vedere con i suoi occhi questa meraviglia e capire con chi aveva a che fare.

*************

... sono quasi le due... fra poco prenderà l'annaffiatoio e si avvicinerà alla finestra. Devo vederla... Marina non perdeva di vista Marco ed era pronta per la sua incursione. Infatti, dopo pochi istanti, Marco si alzò e con il suo annaffiatoio pieno d'acqua, si avvicinò alla finestra. Marina lo seguì e da dietro le sue spalle, si allungò per vedere la ragazza."... accidenti! Si è di nuovo messa il mio vestito! ... e le avevo detto di non prenderlo, quello! Stasera la sistemo, io!"

Marco si girò, sorpreso da tanta furia: "... Cosa è successo? Con chi ce l'hai?"

"Ma non vedi? Quella è mia sorella! Anzi, è la mia gemella. E si mette sempre i miei vestiti! soprattutto quelli più nuovi e più belli!"

"... tua sorella? ... ma è impossibile! Non ti assomiglia neanche!... e poi lei è una ragazza dolcissima e romantica... come l'abito che indossa... guarda com'è bella..."

"Ma se siamo identiche! E ti ho detto che quell'abito è il mio! Lo indossavo anche ieri..."

Lo sguardo stupefatto con cui Marco la guardò, svelò molte cose a Marina e le fece prendere una decisione tanto immediata quanto saggia. Da due settimane un medico di un altro reparto le chiedeva di uscire a cena e Marina sentì che era arrivato il momento giusto per accettare.

Ritornò al lavoro, decisa a sbrigarsi per uscire presto. Poco dopo anche Marco chiuse la finestra e si diresse verso l'armadietto per rimettere a posto l'arma del delitto.

Il piccolo cactus scelse proprio quel momento per uscire di scena, afflosciandosi sul bordo del vaso, con un sospiro leggero, per non turbare il mondo fantastico in cui Marco viveva.

Morena Fanti ( agosto 2003)

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IL GELATO

Il primo della stagione aveva sempre un sapore speciale.

Dolce, fresco e morbido come non ricordava. Mara si era seduta davanti alla gelateria e leccava il gelato, quasi con indolenza, per farlo durare più a lungo. Sentiva il fresco scenderle in gola e andare giù fino allo stomaco e lo gustava con gli occhi socchiusi, per filtrare il paesaggio circostante e concentrarsi meglio sul gusto.

Aveva allungato le lunghe gambe davanti a sé e si era rilassata. Si sentiva benissimo, anche se prima era stata molto indecisa se fermarsi o meno, per prendere un gelato. Si sentiva un po in colpa, perché sapeva che a casa laspettavano e voleva rientrare presto. Ma era molto tentata dal chiosco colorato e dai tavolini con le sedie rosse. Laria faceva sventolare lorlo degli ombrelloni gialli, con le lunghe frange, e il richiamo dei cartelli multicolori con i nomi dei nuovi gusti di gelato era irresistibile.

Un cartello rosso con scritto Delirium laveva incuriosita e, infine, aveva ceduto: "Delirium, cassata e cioccolata." aveva detto decisa, al ragazzo che serviva i gelati. Il gelataio, che si chiamava Matteo, come diceva chiaramente la scritta sul chiosco: "Da Matteo, il miglior gelato artigianale", le aveva riempito il cono in modo esagerato e glielo aveva presentato con un sorriso. Era un bel ragazzo, molto alto, capelli scuri, e con un fisico asciutto. Da palestra, aveva pensato Mara, intanto che si cercava una sedia da cui poter seguire i movimenti del ragazzo.

Dietro agli occhiali da sole, poteva guardare senza farsi troppo notare, e ne stava approfittando. Anche lui, comunque, fra un cliente e un frappè, non perdeva occasione per guardare Mara. Lei se ne era accorta subito e ne era molto compiaciuta. Lui era molto carino e lei era di ottimo umore: la maglia azzurra che indossava le stava benissimo e Mara lo sapeva. Tutti questi pensieri, contribuivano ad aumentare il piacere che provava, leccando il gelato e gustandolo fino in fondo, poco per volta, per dilatare il tempo e non arrivare alla fine troppo presto. Era quasi una sensazione voluttuosa, un piacere sottile e raffinato, da godere con tutti e cinque i sensi.

Cerano molti clienti, invogliati dalla bella giornata e dalla temperatura calda. Il ragazzo della gelateria aveva appena servito un gruppo di cinque bambini e adesso si stava preparando una coppa di fragole con il gelato. Mise delle grosse fragole, tagliate a metà, in una coppa di vetro azzurro. Le condì con una spolverata di zucchero e del succo di limone, che versò da un piccolo bricco che teneva nel ripiano dietro le sue spalle. Girò accuratamente con un cucchiaio e poi mise due palline di gelato: limone e pistacchio, pensò Mara.

Si appoggiò al banco e, guardando il passaggio di gente nella strada, prendeva le cucchiaiate di fragole e gelato, con aria assorta, come fosse un cliente esigente, che cercava di valutarne la qualità e la freschezza. Mara non lo perdeva docchio e guardò tutti i movimenti che lui faceva. Forse lui sentì quello sguardo su di sé perché si girò improvvisamente e, pur non potendo vederle gli occhi, per via degli occhiali da sole, capì che Mara lo stava guardando e, sorridendo, le strizzò un occhio.

Lei non poté evitare di esserne compiaciuta e rispose con un aperto sorriso. Un rumore improvviso, forse un colpo di tosse un po brusco, la fece guardare di sottecchi le donne sedute al tavolino di fianco al suo: tre  signore molto compunte sui settanta anni, che la stavano guardando con disapprovazione, da dietro i loro occhiali cerchiati doro. 

"Oh, cavolo! Se non approvano, peggio per loro!" pensò Mara, indirizzando un sorriso al bel ragazzo alto. Era molto compiaciuta; perché non avrebbe dovuto? Il ragazzo era chiaramente molto giovane, dimostra ventisette o vent'otto anni, pensò Mara e lei ne aveva quarantasei, di anni. "Portati molto bene, però!" si disse, lanciando una veloce occhiata alle vicine di tavolo.

Finì di leccare il suo gelato: il delirium era proprio buono. Doveva ricordarsi di fargli i complimenti, per i gelati e per come curava la clientela e il chiosco. Intanto Matteo, aveva terminato le sue fragole con il gelato e si mise a riordinare e pulire; si capiva che gli piaceva tenere in ordine la gelateria e amava il suo lavoro. Finito la pulizia uscì, dalla porta sul retro e, con un vassoio in mano, si mise a riordinare i tavolini. Mara lo seguì con lo sguardo: le piaceva molto quello che vedeva e non lo nascondeva.

Erano rimaste solo le signore di fianco, a occupare il tavolino e a tenere docchio quello che succedeva. Infine Matteo, dopo aver portato dentro il vassoio, uscì di nuovo e si diresse proprio verso il tavolino di Mara. Fece un mezzo inchino e disse:

"Mi posso sedere qui, a fare due chiacchiere?"

"Prego!" rispose Mara, con voce quasi troppo alta.

A questo punto, il tavolo di fianco si animò ancora di più; era evidente che le signore pensavano che una donna della sua età, dovesse essere un po più riservata e non flirtare apertamente con un ragazzo così più giovane. Mara si girò con un sorriso e, guardandole dritto negli occhi, disse:

"Che bel ragazzo, eh? E poi, così bravo nel suo lavoro. Non trovate anche voi?"

La signora con labito blu, chiaramente la più autorevole del gruppo, fece un brontolio di disapprovazione e portò alle labbra il suo bicchiere di the freddo, facendole capire che non desiderava proseguire la conversazione con una donna come lei. 

Mara, si rigirò verso Matteo e, cercando di non farsi vedere dalle signore, gli strizzò locchio. Poi avvicinò la sua sedia a quella del ragazzo e cominciarono a parlare sottovoce, come per non farsi sentire dalle vicine, le quali si risentirono ancora di più e confabularono tra loro animatamente. Quando, poi, videro Mara prendere unagenda dalla borsa e segnarsi qualcosa, forse un numero di telefono, si alzarono in piedi per andarsene, guidate dalla signora con labito blu e i capelli della stessa sfumatura di colore del vestito.

Matteo si alzò in piedi e fece loro un inchino, salutandole:

"Arrivederci, signore, e tornate a trovarmi, mi raccomando! Buona serata."

Non ricevette nessuna risposta, perché il gruppetto si era avviato così velocemente, che sembrava inseguito dalla polizia. Mara ora rideva apertamente, come una ragazzina che ha appena combinato una marachella:

"Oh, accidenti, Matteo! Dovevi sentire quello che hanno detto prima! Mi sa che quelle clienti, non le vedrai più!"

"Non mi sembra il caso di ridere, zia! In fin dei conti la proprietaria sei sempre tu! Sei tu che devi fare i conti alla fine del mese. Io la gestisco solo, la gelateria."

"Oh, sì, infatti! E ti voglio proprio fare i complimenti per come lavori. Quel gusto nuovo che hai fatto, il delirium, è veramente sublime! Morbido e dolce, con un gusto leggermente esotico, senza essere stucchevole: de-li-zio-so! Bravo! E la gelateria è in ordine e pulita, come non è mai stata prima. Sono proprio soddisfatta di averti dato la gestione della gelateria di famiglia."

"Però, zia, quando verrai la prossima volta, ti prego, non farmi più scappare le clienti." e Matteo concluse la frase con una strizzata docchi; la voglia di scherzare era una dote di famiglia e veniva tramandata di generazione in generazione, insieme al chiosco dei gelati.

Morena Fanti (21/05/2003)

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Fotografie

A Carlo

Di ogni luogo, amava soprattutto le persone.

Quel muro di pietra grigia, il piccolo balcone, grigio anchesso, delimitato da una ringhiera di ferro battuto, il tutto confortato dal colore rosso di un geranio, vivo come sembrava impossibile in quellambiente, tutto ciò non sarebbe stato lo stesso senza quelle rughe sul viso scarno, riscaldate dagli occhi, che un tempo erano stati azzurri come un cielo destate e adesso erano velati dal passare degli eventi. Quella mano scarna e ruvida, appoggiata sul bastone a sostenere anche tutta la persona, i vestiti troppo larghi in ricordo della forza che aveva posseduto luomo in gioventù, tutto ciò rappresentava, per lei, questo piccolo paese della Croazia, allora Jugoslavia, dove aveva passato qualche giorno tanti anni prima.

Rivide sé stessa, a passeggio per quelle stradine strette, pietra grigia ovunque, in lontananza lazzurro del mare. La lunga gonna a fiori le dondolava attorno alle gambe nude, in un modo così gradevole, da sembrarle quasi una danza, e la maglia di un rosa abbagliante la fasciava piacevolmente, facendola sentire molto provocante e invincibile. Si sentiva benissimo; giovane e piena di illusioni, credeva ancora che la vita le avrebbe riservato solo cose piacevoli.

Guardando la fotografia e quelle vecchie rughe, rivede tutto questo; le sembra persino di possedere ancora quello sguardo, di poter guardare il mondo attraverso gli occhi che aveva allora. Ma sa che non è così.

Quando pensa a quel paese e a quel viaggio, pensa subito anche a quel vecchio solitario, seduto in quel terrazzino di pietra grigia. Era serio e sembrava indifferente a tutto, ma la guardava passare con la macchina fotografica a tracolla, gli occhiali da sole e quel passo elastico, proprio dei ventanni. Appena lei gli chiese, a gesti, di poterlo fotografare, lui annuì compiaciuto e un guizzo degli occhi azzurri le fece intravedere il ragazzo robusto e allegro che aveva indossato quegli abiti, adesso troppo larghi.

Ah, ecco, queste erano le foto scattate durante la gita in montagna, a Chiusa! Stupende, come le ricordava. Era rimasta affascinata da quel luogo, da quelle stradine in salita, convergenti in una piccola piazza circondata dalle case, ognuna con un dipinto sulla facciata, di solito una scena tipica della montagna. Non aveva mai dimenticato quel giorno; passeggiando senza meta, erano arrivati a Chiusa, piccolo paese al limite della Val Gardena ed era proprio il giorno del mercato!

Adorava i mercati, con il chiasso, i colori, la gente! Quello, poi, era un mercato particolare, come non se ne vedevano in città. Oltre le solite bancarelle, cera anche chi vendeva polli e altri piccoli animali da cortile. Dentro una rudimentale gabbia cera persino un maialino, delizioso e timido, con il suo codino attorcigliato.

Poi, artigiani del luogo, il fabbro, artisti del legno, persino una bancarella con un assortimento completo di campanacci per le mucche, in tutte le misure. Lei girava da una bancarella allaltra, come ubriaca, guardava tutto, si sorprendeva di tutto! Quante foto aveva scattato! Aveva fotografato tutto, gli animali, gli oggetti strani, quelli che in città di solito non si vedevano.

E le persone.

Tutto laffascinava, di tutto notava i particolari. Credeva di avere già fotografato tutti, in tutte le pose possibili, quando vide qualcosa in fondo alla marea di gente curiosa, per la maggior parte turisti come loro. Un guizzo di un abito, un copricapo strano, lattirò immediatamente. Si fece largo tra la gente e arrivò davanti a una bancarella che prima non aveva visto.

Sul banco, oggetti in legno intagliato a mano con grande abilità, molte immagini sacre, ma anche tanti oggetti tipici della vita contadina: attrezzi da usare in campagna e in casa. Il legno era molto scuro, ricco di venature, sfruttate sapientemente dallartista per dare anima alle sue creazioni. Rimase tanto incantata dagli oggetti, che allinizio non vide chi li vendeva. Poi, alzò lo sguardo e lo vide.

Dietro il banco, un omone grande e grosso, in abito tirolese, probabilmente antico. Ne aveva visto uno simile alla festa di un paese poco lontano, una ricostruzione storica di una antica cerimonia. Dal cappello, di panno verde, uscivano i capelli, completamente bianchi, un po lunghi e mossi. In perfetto contrasto, gli enormi baffi, da vero austriaco, erano ancora scuri. Il viso era grosso, dalla carnagione chiara, con le guance solcate da un fitto reticolo di venuzze rosse, come chi fa spesso bevute in compagnia. Gli occhi ridevano, ma non come chi è allegro e vuol dividere la sua allegria con gli amici, bensì come uno che pensi di saperla più lunga degli altri. "Uno sguardo beffardo", aveva pensato! "Questuomo mi guarda, sa cosa penso di lui e mi prende in giro! Capisce benissimo di sapere più cose di tutti gli altri e ci guarda dallalto, si fa gioco di noi!"

Nonostante questo non ne fu contrariata, sentiva che era giusto così, ne comprendeva la verità e laccettava. Chiese alluomo il permesso di fotografarlo e lui acconsentì con grazia, ma mantenendo quellaria di superiorità, anche se non offensiva. Gli occhi delluomo, chiari e profondi come i laghetti alpini, la scrutavano e quasi la misero in imbarazzo. Lei indossava una corta gonna nera, arricciata, e un top bianco con strette bretelle di pizzo, ovviamente senza reggiseno. Allepoca, trentenne con la presunzione di poter conquistare il mondo, non ne possedeva neanche uno. Unabitudine che aveva da prima che le femministe li bruciassero in piazza, in quelle manifestazioni in cui rivendicavano dei diritti che, dopo qualche anno, avrebbero voluto rendere.

Le sembrò che luomo le guardasse proprio il seno, ma senza malizia, come un turista guarda il paesaggio; interessato perché è una cosa bella da ammirare. Comunque, lei cercò di non dargli troppa importanza e si concentrò sullinquadratura, cercando di rendere giustizia al personaggio. Era riuscita a catturare in pieno quello sguardo beffardo e, fissando adesso quegli occhi, come aveva fatto quel giorno, pensò che, se si fossero incontrati oggi, lui non avrebbe più avuto quellaria canzonatoria, come nella foto.

Lei, dopo quel giorno era diventata più cosciente di chi era e di cosa poteva fare nella vita. Forse, proprio quello sguardo mai dimenticato, le aveva fatto da pungolo per farla arrivare dove desiderava, le aveva impedito di arrendersi di fronte agli ostacoli.

E questa, fatta dalla strada panoramica sopra Talamone? Il mare di un blu intenso, a perdita docchio e il muretto basso su cui si sedevano tutti i turisti che osavano quella passeggiata. Ovunque terra secca e polvere di un colore indefinito, tanto era il calore che si sprigionava dal sole di quel caldo agosto di tanti anni prima.

In primo piano, però, la signora con il vestito nero, nonostante il caldo feroce che le seccava la gola e le inumidiva le braccia, e gli occhi del colore del vestito, sorrideva. Il viso rotondo e raggiante, le guance rosse per lo sforzo della salita, il seno grande e rassicurante delle donne di una volta, tutto in lei raccontava di una vita vissuta con grande forza e dignità. Le mani, che avevano lavato tanta biancheria e pulito tanti pavimenti, reggevano un piatto, coperto da un tovagliolo, che si intuiva contenere una torta. E lei rideva soddisfatta.

La richiesta di poterla fotografare laveva colta già di ottimo umore: stava andando alla festa di compleanno di una nipotina. Ecco il perché della torta. Forse, proprio questo laveva colpita della donna: il fatto che sembrasse così di buonumore, così fondamentalmente allegra. Nonostante la vita che aveva condotto o, forse, proprio per quello. Il sorriso le arrivava fino agli occhi, contornati da tante rughette, come chi è abituato a ridere spesso, e tutto il corpo rivelava nei movimenti una risolutezza inconsueta. Laveva affascinata immediatamente e, quando acconsentì alla sua richiesta, sistemandosi i capelli grigi, che le sfuggivano dalla crocchia fissata saldamente alla testa, non ne fu sorpresa. Anzi, la donna disse che ne avrebbe approfittato per tirare un po il fiato e si sistemò appoggiata al muretto, con un sospiro.

Anche lei sentiva di avere il fiatone, per la lunga salita e per il peso della macchina che portava sempre con sé, ovunque andasse. Si passò le mani sul vestito, un semplicissimo prendisole dalla fantasia azzurra e gialla come la giornata, e si appoggiò i gomiti ai fianchi per scegliere la giusta inquadratura e, fissando gli occhi della donna attraverso lobiettivo della macchina, pensò: " Chissà se anche questa donna, a quaranta anni ha creduto di essere arrivata, di avere realizzato tutto quello che si era prefissata? "

Guardando il suo sorriso, chiunque avrebbe detto di sì, e anche lei lo pensò, mentre scattava la foto che adesso era tra le sue mani. Dopo, la donna, sempre sorridendo, le aveva chiesto se voleva andare con lei, in casa del figlio per festeggiare tutti insieme. La prospettiva di una limonata ghiacciata, la fece acconsentire con entusiasmo e si trovò subito coinvolta nella più chiassosa, divertente e allegra festa a cui avesse mai partecipato.

Aveva guardato tutti quei volti, quelle persone e aveva cercato di carpire il loro segreto; tutti erano vestiti semplicemente, la casa era modesta e i rinfreschi erano casalinghi, niente di preparato dal pasticcere, ma latmosfera, era di grande serenità. Laria che si respirava era, nonostante il caldo afoso, fresca e leggera. Lei si sentiva leggera come laria e senza nessun problema al mondo. E forse era proprio così! Forse, pensò, nessun problema merita che noi ci roviniamo la vita per risolverlo! Quel giorno imparò qualcosa di molto importante, anche se non ne fu cosciente da subito.

Quella vacanza a Talamone rimarrà sempre legata al sorriso di quella donna e allallegria che sapeva infondere negli altri. Lei la interpretò come una specie di filosofia casalinga: prendiamo tutto il buono che ci viene offerto, anche se inatteso, godiamone finché è possibile!

Dopo tanti anni, con la foto tra le mani, fissando gli occhi della donna, come li aveva fissati quel giorno, sentì di capire veramente cosa ciò significasse.

Finalmente, aveva trovato le foto scattate lanno prima! Erano anni che desiderava andare in Sicilia e loccasione si era presentata a febbraio dellanno precedente. Avevano visto tante cose, prima di arrivare ad Augusta: città, teatri antichi, rovine di epoca greco-romana, architettura barocca, mare, sole, fiori, colori vivaci e profumi forti.

E persone. Quante persone! Una in particolare, aveva attirato il suo sguardo.

La scusa per iniziare il discorso era stato il cane: uguale al suo, stessa razza e stesso mantello nero focato. Si sa che i proprietari dei cani sviluppano una particolare sensibilità verso chi ama gli animali, che crea fin da subito, un legame di simpatia.

Così avevano iniziato a parlare e lui, un ragazzo molto giovane dai lineamenti marcati, da vero siciliano, sapeva parlare molto bene, ma era parco, quasi tirchio, con le parole. Unabitudine che, forse, gli veniva proprio da quel suo essere così profondamente siciliano, così profondamente ancorato alla sua amata terra.

Parlando, però, si era rilassato e aveva iniziato a raccontare di sé: aveva la passione della poesia, di scrivere versi. Parlando di questo argomento, si era animato e gli occhi avevano cambiato espressione, illuminandosi di una luce interna, profonda. Lei aveva intuito la forza di quella luce interiore e aveva percepito il potere che poteva avere. Capì che lui avrebbe realizzato qualcosa di veramente importante, se avesse mantenuto accesa quella potente fiamma che riscaldava la sua anima.

Fu a questo punto, che a lei venne il desiderio di fotografarlo. Allimprovviso sentì che doveva catturare quellespressione, conservare per sempre quella luce. Doveva farla sua, appropriarsene. Se avesse scoperto il segreto di quella luce, avrebbe avuto ancora il potere di realizzare i suoi sogni? Avrebbe avuto ancora, dei sogni?

Aveva ormai cinquanta anni e, certi giorni, le sembrava di non dover più attendere niente, di avere già vissuto tutto. Certi giorni era stanca, tanto stanca da non poter neanche pensare ad un futuro. Non pensava neanche di averlo, un futuro.

Così si preparò ad inquadrarlo e a scattare la fotografia. Anche il cane si mise in posa e lei pensò: "Perché no? Il cane è lo specchio del padrone, è giusto che li riprenda insieme".

Si massaggiò leggermente la spalla; gli anni passati in giro con la macchina fotografica si facevano sentire. Era tanto che voleva passare a una di quelle macchinette piccole, compatte, ma non se la sentiva di abbandonare la vecchia Nikon, con tutti i suoi pesantissimi, ma insuperabili obiettivi.

Adesso, indossava quasi sempre pantaloni, che quel giorno erano jeans sbiaditi, e camicie colorate. Il reggiseno lo portava sempre, ora, e comunque non avrebbe avuto importanza, quel giorno.

Il ragazzo e il cane si misero su una panchina, con lo sfondo dei mandorli in fiore, spettacolo unico per lei che veniva da una città fredda. Lei si sistemò ben ferma per mettere a fuoco e scegliere linquadratura perfetta e scattò. Non aveva più visto né il ragazzo, né il cane.

Si alzò e andò vicino alla finestra, con la foto in mano, e la guardò con grande attenzione. Notò solo in quellistante che lui aveva socchiuso gli occhi, proprio nellattimo in cui lei aveva scattato. Nonostante questo, lei si meravigliò della forza e della speranza che trapelava da quegli occhi socchiusi, la poteva sentire come laveva intuita quel giorno e ne era riscaldata profondamente, come allora.

Durante lultimo anno si era sentita meglio, più forte e decisa, più proiettata verso il futuro. Piuttosto, sentiva di averlo, un futuro.

Comprendeva in quel momento quanto, tutte le persone di quelle foto, fossero importanti. I luoghi erano belli, si poteva sempre imparare qualcosa viaggiando e conoscendo paesi nuovi. Ma quello che veramente faceva la differenza, quello che faceva vivere tutti i luoghi, erano le persone.

Ecco perché, di ogni luogo, amava soprattutto le persone.

Morena Fanti ( 13/03/2003)

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LA SCATOLA MAGICA

A Stefania

Ne era sempre stata affascinata. Laveva sempre considerato un oggetto molto interessante, con la sua aria di antichità e quellodore che aveva, proprio delle cose che hanno tanto vissuto, che hanno visto tanti avvenimenti. Chissà perché, pensò, le cose nuove, per quanto belle e costose, non hanno mai quellodore!

Allungò timorosa la mano, voleva tanto toccarla! Sentire quella superficie così liscia, sotto le sue dita morbide di dodicenne, vedere da vicino quei colori, così brillanti, vivaci, così allegri! La scatola verde laveva sempre affascinata: era lucidissima, quasi fosse ricoperta da un vetro e aveva delle decorazioni di zucche, in tutte le sfumature di verde, giallo e arancio. Era deliziosa!

La storia, poi, di quella scatola, la rendeva ancora più interessante. La conosceva a memoria, tante erano le volte in cui se lera fatta raccontare: sembra che, tanti anni prima, una "signora" che nessuno di loro conosceva, la avesse mandata in dono a Nonna Stefania, la mamma di sua mamma. Ormai era anche un po sciupata, ai bordi si intravedeva un colore più chiaro ed era meno lucida di un tempo, ma era ancora molto bella. Doveva essere antica: ricordava di averla sempre vista nella casa della nonna, fin da quando era piccola. La nonna, negli ultimi tempi, la teneva su un tavolino del salotto, anche se in passato la scatola era stata per lunghi periodi in cucina e, anche, in camera da letto. Probabilmente con il passare del tempo, la nonna ne aveva fatto un uso sempre diverso.

La mamma le aveva raccontato che allinizio ci aveva conservato i biglietti che le scriveva il nonno e anche qualche piccola foto; allepoca la scatolina alloggiava sul comodino di nonna Stefania. Poi, per tanti anni, la scatola aveva sostato sul mobile di cucina: allinterno la nonna Stefania metteva le bustine del the e delle tisane che si preparava in continuazione. Quando andava a trovarla, Chiara si faceva sempre preparare una deliziosa tisana allaroma di mango e vaniglia, profumatissima e così esotica! Nei lunghi pomeriggi invernali, quando non si poteva giocare a lungo in giardino, per via del freddo, Chiara si faceva raccontare la storia della scatola verde, anche se ormai la sapeva già a memoria. "Nonna, raccontami di quella " signora". Chi era? Cosa faceva? Dove lavevi conosciuta?" E Nonna Stefania ripeteva per la centesima volta, tutto il racconto: lei e la "signora" non si erano mai conosciute, si scrivevano solo delle lettere e si scambiavano dei piccoli regali per il Natale e per il compleanno. La loro era una conoscenza epistolare ma, forse proprio per questo, quasi più intima di tante altre conoscenze.

Tutto questo era così affascinante! pensava Chiara intanto che allungava finalmente la mano e prendeva la scatola. Adesso la mamma, che aveva ricevuto in regalo la scatola verde proprio il mese scorso, per il suo compleanno, ci teneva dentro i suoi orecchini, tutti quei gingilli che papà le regalava tutte le volte che andava fuori città per lavoro. La mamma era molto gelosa della scatola verde, la conservava con cura e non voleva che Chiara la toccasse. Ma ora mamma era al telefono, nellaltra stanza e parlava con unamica. Chiara sapeva che ne avrebbe avuto ancora per un bel po: di solito le telefonate di mamma erano molto lunghe. Quello che veramente stuzzicava la sua fantasia, era un discorso che aveva sentito fare una volta: la mamma, parlando con unamica, aveva detto che la scatola era magica. MAGICA!

Chiara ne era sicurissima, aveva sentito bene. Quello che non capiva era in che modo una scatola potesse eseguire una magia. La prese in mano, si sedette sul letto e la guardò bene, poi la rovesciò per esaminarne il fondo. Non vide niente di strano: era una normalissima scatola, concluse persino un po delusa. In quellistante una fitta di dolore, dietro la testa e nel collo, le fece mancare il fiato, la costrinse ad appoggiare la scatola sul letto e a stringersi la testa con le mani; da qualche giorno quelle fitte la tormentavano e non osava dirlo a nessuno, perché ne aveva timore ed era preoccupata. Pensò di stendersi e, prendendo di nuovo la scatola, si allungò per posarla sul comodino, quando le parve di sentire uno strano calore salire dalla mano per tutto il braccio ed ebbe come una visione: vide un gruppo di amiche, intorno ad un tavolo che chiacchieravano, bevevano the da graziose tazze decorate con tralci di rose e mangiavano dei piccoli biscotti alla cioccolata. La scatola era in mano ad una di loro; la riconobbe subito dal colore verde e dalla forma. Però non sembrava proprio uguale, cosa aveva di diverso?

Chiara si allungò in avanti, quasi potesse arrivare a sedersi attorno a quel tavolo, guardò meglio e capì: la scatola era tutta verde, non aveva ancora i decori di zucche! Le persone sedute intorno al tavolo erano allegre, Chiara lo sentiva, percepiva la loro allegria e le sembrò di poter ascoltare le loro chiacchiere disinvolte. In quellattimo limmagine svanì. Chiara ne fu fortemente delusa, si rigirò la scatola fra le mani e fece per posarla, con una smorfia: Magica! La scatola verde non aveva niente di magico; era uninvenzione di mamma per farsi bella con le amiche! Poi ci ripensò, la prese con tutte e due le mani e si stese sul letto, sistemandosi come per dormire: improvvisamente si sentiva molto stanca: "Chiuderò gli occhi solo un attimo, intanto che mamma finisce la telefonata! Poi andrò a fare i compiti..."

Vedeva ancora il tavolo di prima: adesso, però, cera più silenzio. Vide chiaramente una mano che teneva la scatola verde (ora aveva le zucche, esattamente come era adesso) e, con un pennello sottile, dipingeva la superficie. Una voce di donna disse: "Ancora 5 o 6 mani di vernice e poi sarà perfetta! Mi sembra che venga proprio bene!" Qualcuno, che Chiara non vide, rispose: "A me sembra già perfetta! Come le altre cose che hai fatto!" Chiara vide il sorriso che colorò la labbra e il viso della persona che dipingeva; non distingueva i lineamenti, ma il sorriso, quello sì, lo distingueva benissimo! Sentiva che quel sorriso indicava amore, affetto e calore, se ne sentì riscaldata fino al cuore. Sentiva una grande pace scendere dentro di lei; improvvisamente percepiva che non le poteva accadere niente di male, finché fosse stata circondata dallaffetto dei suoi genitori e della sua famiglia.

Poi la scena cambiò: adesso cera una ragazza seduta che rideva e la voce della donna, che prima dipingeva  che fosse quella, la signora?  leggeva un racconto ad alta voce, trattenendo lei stessa le risate. Chiara non sentiva le parole, ma era sicurissima che fossero divertenti! Finito il racconto, si misero tutte e due a guardare la scatola verde da ogni angolazione, per vedere se era abbastanza lucida. La signora sembrava soddisfatta e anche la ragazza commentò che, sì, era venuta proprio bene! E poi disse: " E' bella come quella che hai fatto per me a Natale! La terrò sempre fra le mie cose più care!" e, così dicendo, allungò la mano e prese quella dell'amica, stringendola.  Chiara sentì distintamente l'affetto che le univa e il suo cuore si scaldò con quella sensazione.

La scena sfumò e si dissolse come attraverso una nebbia densa e fumosa; adesso cera una ragazza con i capelli neri e molto lunghi che guardava un grande libro, al suo fianco sempre la stessa donna. Tenevano le sedie così vicine che le loro spalle si toccavano e leggevano tutte e due lo stesso libro, sfogliando le pagine quasi con reverenza. " Adesso che hai finalmente finito, ti puoi dedicare ad altre cose. Non è una bella sensazione?" "Hai ragione. E meraviglioso sentirsi liberi, dopo tanto tempo!" poi, cambiando improvvisamente discorso, la ragazza dai lunghi capelli neri chiese: "Allora, quando la spedisci, la scatola? E finita, no?" "Sì, è pronta. La spedirò domani. Non vedo lora di sentire cosa ne pensa Stefania"

Stefania! Doveva trattarsi proprio della nonna! Chiara sorrise nel sonno. Ecco, aveva visto la vita della scatola. Anche gli oggetti hanno una storia e una vita, lo aveva letto qualche mese prima in un libro. Allora le era sembrata unaffermazione strana, ma oggi non le sembrava più così. 

Un rumore improvviso le fece aprire gli occhi; allinizio non capì perché era sdraiata sul letto della mamma, poi vide la scatola e ricordò tutto, anche le fitte alla testa. Con sollievo si accorse di sentirsi benissimo, non aveva più alcun dolore e si sentiva anche più tranquilla.

Con la scatola ancora in mano corse nellaltra camera: "Mamma, avevi ragione! La scatola è davvero magica!" La mamma, ancora distratta dalla telefonata e dalle chiacchiere dellamica, le rispose: "Ma no, Chiara, quella storia della scatola, che è magica, non è vera! E solo uninvenzione di nonna Stefania! Lo sai, che è una romanticona! Vieni in cucina, piuttosto, che ti preparo un bicchiere di latte, per la merenda. E rimetti a posto la scatola verde, per favore!"

Latte?  pensò Chiara storcendo il naso e andando verso la camera da letto, per riporre la scatola  ma il latte è da bambini! La tisana, sì, che è una cosa da grandi! E poi è così romantica!

Morena Fanti (16 febbraio 2003)

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Il bikini

Lo sguardo sognante e latteggiamento rilassato di Luca, indicavano chiaramente che seguiva pensieri lievi e, comunque, estranei al contenuto del grosso libro che fingeva di studiare e che gli era servito per evitare una gita in compagnia dei genitori e del marito di Marisa. "Gli esami innanzi tutto!" era il motto preferito di suo padre, imprenditore emiliano dalle sane tradizioni di onesto lavoro abbinato al sudore della fronte, che faceva pressione affinché Luca terminasse luniversità e prendesse finalmente quella benedetta laurea, in modo da potere poi lavorare nellazienda di famiglia.

Così Luca, venticinquenne in perenne ritardo con gli esami, ma non con le ragazze e con gli amici, quella mattina aveva ostentato il grosso libro di Psicologia dello Sviluppo, servendosene come un paravento dietro cui nascondere il proprio desiderio di restare a casa solo con Marisa. La sera prima laveva sentita dire a Sergio, suo marito, un cinquantenne con un inizio di pancetta e i capelli che sembravano scivolare da una testa troppo grossa, che non desiderava partecipare a quella gita e perciò sarebbe rimasta in giardino a prendere il sole. Aveva subito deciso che avrebbe fatto la stessa cosa, per stare solo con Marisa.

Adesso che tutti erano finalmente usciti, infatti, Marisa si stava preparando per la mattinata rilassante che aveva programmato. Sistemò il lettino in modo che fosse in pieno sole e preparò di fianco un tavolino con tutto loccorrente per un tranquillo relax: crema abbronzante, libro, giornali, occhiali, acqua. Poi si tolse la lunga camicia di lino che aveva indossato quella mattina a colazione e si stirò come dopo una lunga dormita e, finalmente Luca vide ciò che aspettava con ansia.

Il bikini non era tanto ridotto, come quelli a cui lavevano abituato le sue amiche, ragazze poco più che ventenni dal fisico tanto asciutto da sembrare anoressico e dalle curve così piatte da ricordargli lautostrada che porta al mare  tanto diritta da far venire sonno, amava dire suo padre. Il bikini di Marisa era un modello più classico, certi dicono "da signora", richiamando alla mente un tipo di donna seria e che non dà eccessiva confidenza, oppure una donna con un fisico un po appesantito dalletà e che, perciò, non lo vuole scoprire eccessivamente. Marisa non apparteneva a nessuna di queste categorie; era amica dei genitori di Luca da sempre, perché suo marito Sergio era stato a scuola assieme a loro. Poi, da adolescenti, Marisa si era unita al gruppo e avevano formato un quartetto molto unito, facevano insieme tutte le vacanze da quando Luca poteva ricordare.

Era una donna molto brillante, allegra, che parlava con facilità e sapeva rendere vivace la conversazione. Aveva dei bellissimi capelli scuri, di media lunghezza, occhi castani con pagliuzze dorate e un viso dai lineamenti regolari. In quanto al fisico, Luca stava valutando, era molto interessante: non grasso, ma con sufficienti curve da assomigliare a una strada di montagna, tanto per stare in tema e, guardando bene, il cosiddetto bikini da signora, era di un tessuto molto lucido e sexy, morbido come la seta e si appoggiava al corpo, seguendone tutte le forme. Luca era molto interessato alla vista di Marisa che si muoveva con noncuranza in giardino, allapparenza ignara del suo interesse.

Non ricordava che Marisa fosse così attraente! Ripensò alle vacanze passate, quando le trascorreva assieme ai genitori. Quanto tempo era passato dallultima volta? Adesso Luca aveva venticinque anni e erano almeno ... sì, almeno cinque anni che non andava più in vacanza con il "gruppo dei vecchi", come lo chiamava lui. Solo che aveva appena litigato con Valentina, la sua ultima fiamma, e gli era sfumata la vacanza in Spagna che aveva programmato. Così, allultimo momento, aveva deciso di raggiungere i suoi nella casa di Riccione: sempre meglio che passare tutto agosto in città da solo! Aveva previsto noia e tranquillità, ma si sentiva improvvisamente allegro e ottimista, riguardo gli sviluppi di quella imprevista vacanza.

Adesso, sdraiato dietro il libro e con i nuovi occhiali di Armani  quelli a mascherina intercambiabile, che in questo momento era nera  fingeva di leggere e intanto non perdeva niente di quello che accadeva intorno. Si sistemò meglio sul lettino e seguì con gli occhi tutti i movimenti di Marisa che, improvvisamente, si voltò verso di lui, come per dirgli qualcosa, ma rimase un attimo indecisa, poi si girò di nuovo e, finalmente, si sdraiò, fornendogli unulteriore piacevole vista. Luca non la ricordava così Marisa, non gli era mai sembrata così ... interessante come ora. Comunque, ragionò, lultima volta che era stato in vacanza con i suoi aveva ventanni e non dedicava più di unocchiata a chi non gli era coetaneo! Ecco perché non ricordava che Marisa avesse quel fisico! Quanti anni poteva avere? Luca sapeva che aveva qualche anno meno di sua mamma, quindi poteva avere quaranta o quarantadue anni. Pensò che non li dimostrava affatto!

Intanto che faceva tutti questi pensieri, Luca appoggiò il libro, perché lo sentiva improvvisamente troppo pesante. Tanto gli occhiali scuri lo coprivano e impedivano di notare dove guardava! Fingeva di dormire e intanto controllava Marisa che, sdraiata sul lettino, aveva preso un giornale e lo sfogliava pigramente. Improvvisamente lo mise sul tavolino, sbirciò Luca attentamente e, dopo qualche minuto in cui non lo mollò con gli occhi neanche per un secondo, si sollevò sulle braccia e si slacciò il reggiseno. A Luca per poco non venne un colpo, ma rimase ugualmente immobile fingendo di dormire; Marisa lo controllò ancora poi, soddisfatta, sfilò il reggiseno, rimase sollevata un attimo, sufficiente perché Luca apprezzasse la vista di quel seno abbondante e, soprattutto, vero e poi si sdraiò con un espressione soddisfatta.

Dallabbronzatura uniforme su tutto il corpo, Luca capì che era solita abbronzarsi in topless. Capirai, il bikini "da signora"!, pensò Luca. Meno male, che sembrava così castigato! A questo punto era dobbligo continuare a fingere il sonno, se non voleva mettere in imbarazzo Marisa. Sarebbe stato divertente, alzarsi allimprovviso e chiamarla, giusto per vedere la sua espressione di sorpresa e disagio.

Però, tutto sommato, rifletté Luca, era meglio continuare a godersi quello spettacolo. Anzi, Luca pensò che fingendo di dormire, poteva mettere in mostra i muscoli che aveva coltivato durante tutto linverno, sudando in palestra. Non si sa mai, pensò, magari poteva far colpo su Marisa! Contrasse gli addominali, in quella che sperava fosse una posa affascinante e sbirciò leffetto che faceva su Marisa.

Lei continuava a leggere il giornale e non sembrava aver notato niente di quello che accadeva. Luca, un po risentito, pensò di avvicinarsi a Marisa, per portarle qualcosa da bere. In quel momento lei posò il giornale, si tolse gli occhiali, lo guardò e ... gli strizzò un occhio! Luca pensò di non aver visto bene e rimase completamente immobile, fingendo ancora di dormire. Non osava neanche respirare per paura di tradirsi e fare capire a Marisa che era sveglio. Dopo qualche attimo in cui Marisa continuava a fissarlo, per cercare una sua reazione, gli strizzò nuovamente locchio, ammiccando con complicità. Luca era turbato e quasi impaurito da questo comportamento; adesso cosa si aspettava da lui? Cosa voleva provocare Marisa con quel suo ammiccare verso di lui? Era chiaro che non credeva affatto al suo sonno, sembrava convinta che lui fosse sveglio.

Improvvisamente la vide sollevarsi sulle braccia, prendere il reggiseno e metterselo. Peccato,  pensò Luca  lo spettacolo era finito! Allibito vide poi Marisa che si alzava e veniva verso di lui; allora chiuse velocemente gli occhi, da vicino si potevano vedere molto bene anche dietro quelle lenti così scure, e rimase immobile.

Marisa si appoggiò al lettino e, avvicinando il suo viso a quello di Luca, lo baciò leggermente sulle labbra. La sensazione fu meravigliosa, Luca era deliziato. Fece attenzione a che Marisa non si accorgesse che era sveglio, per il timore che smettesse di baciarlo. Ma lei non sembrava affatto averne voglia, anzi si appoggiò ancora di più e cominciò ad accarezzarlo sul viso e sulle spalle; vedendo la sua mancanza di reazione, iniziò a sussurrare il suo nome: "Luca, svegliati! Luca!"

Gli sembrò che la voce, da carezzevole e dolce, come era pochi istanti prima, diventasse improvvisamente più brusca e anche più alta: sembrava quasi che qualcuno urlasse il suo nome!

A fatica aprì gli occhi e, finalmente, capì da dove provenivano quei richiami! I suoi genitori erano già arrivati e sua mamma lo stava chiamando per aiutare a scaricare la macchina!

... di Marisa nessuna traccia! Il giornale era buttato per terra e le altre cose non erano state toccate ...

Allora aveva sognato tutto! Stordito e confuso, come dopo un viaggio con passaggio di tre fusi orari, Luca non sapeva che cosa pensare. Si sollevò per rispondere a sua madre, che stava arrivando e continuava a chiamarlo a gran voce. Nellalzarsi lorologio si agganciò al telo di spugna che aveva steso sul lettino e lo fece cadere. Luca si chinò per prenderlo e vide cadere un pezzo di stoffa, forse un fazzoletto? Ma cosera?

Un reggiseno di un tessuto lucido, morbido come la seta ...

Morena (14 settembre 2002)

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Filomena Falsaperla 

Milano, stanza di Anna

La busta era color crema, di carta ruvida e dallapparenza costosa, molto fine. Anna chiuse la porta e, portando la busta al naso, la odorò soddisfatta. Era proprio di zia Filomena, laveva riconosciuta subito, un leggero sentore di lavanda glielo confermò.

Sedette sul letto, - appena rifatto, santo cielo! avrebbe esclamato zia Filomena -, con la soddisfazione di trasgredire agli insegnamenti di una vita. La mamma di Anna, sorella della zia, le aveva insegnato tutto quello che poteva sulleducazione che le avevano impartito i nonni e Anna aveva imparato molto bene, però certe volte era così divertente non sottostare sempre alle regole!

Si sistemò meglio, appoggiandosi al cuscino e aprì la busta, pregustandosi la lettura. Aprendo la lettera vide qualcosa cadere in terra: erano due biglietti da cinquanta Euro! Zia Filomena era sempre generosa e le mandava spesso dei regalini, certe volte anche dei soldi. Li appoggiò sul comodino e si accinse a leggere; la scrittura era molto ordinata, con qualche svolazzo qua e là, a conferma dellesuberanza della zia. Il foglio era pieno, con le righe molto fitte e terminava con una firma grande e con le lettere importanti, persino chiassose nella loro imponenza.

Cara Anna,

leggo sempre con enorme piacere le tue lettere. Mi tengono in contatto con tutti voi. Purtroppo abitiamo tanto distanti e il viaggio è così faticoso per me, che vi posso vedere così di rado. Lo sai che ti pagherei volentieri il viaggio, se tu potessi venire a trovarmi, perché capisco che per voi sarebbe una spesa troppo grossa. Ma so anche che non puoi abbandonare i tuoi studi, proprio ora che stai per laurearti.

Potrei venire, forse, per la tua festa di Laurea, sarebbe molto bello passare qualche giorno tutti insieme! La mia cara sorella, Maria, come sta? Sarà piena di orgoglio per questa sua figlia che ha tanto successo con gli studi!

Dimmi di tua sorella Gabriella, mi hai scritto che è fuori città per seguire un corso di perfezionamento, per il suo lavoro. Dille che ho molto apprezzato il disegno che mi ha fatto e che tu mi hai spedito. Ha dei colori stupendi e unaria così allegra! E sempre stata molto dotata per il disegno, come tu per le poesie. Quella che mi hai mandato con lultima lettera è così ricca di sensazioni, di piccole impressioni! Ed è così dolce, proprio come te!

Anna appoggiò la lettera, un sorrisetto furbo le rendeva gli occhi ancora più brillanti del solito. Gabriella non scriveva a nessuno da anni, figuriamoci disegnare! Per lei erano tutte cose superflue, prive di importanza. La sua esuberanza le impediva di stare seduta per più di cinque minuti di seguito e per lei scrivere, leggere o disegnare erano attività insipide, come diceva scrollando le spalle, quando qualcuno della famiglia la invitava a stare un po in casa. Quando Anna scriveva alla zia e, regolarmente, le chiedeva se voleva aggiungere qualcosa scritto da lei, Gabriella, sventolando una mano intanto che prendeva la borsa, urlava: "Dille che la saluto!" e intanto era già fuori dalla porta.

Non era cattiva, Gabriella, solo che non dava importanza a tutte quelle piccole cose che possono fare felici gli altri, non ci pensava, ecco! Però Anna sapeva che la zia era molto affezionata ad entrambe e perciò aveva iniziato a mandare qualche piccolo disegno, dicendo che laveva fatto Gabriella apposta per zia Filomena. Non le sembrava di mentire, lo faceva solo per fare sentire la zia amata, coccolata e, forse, un po meno sola. Infatti funzionava benissimo, perché dalla Sicilia arrivavano regolarmente lettere, ringraziamenti e, spesso, anche soldi.

Certe volte Anna si sentiva un po in colpa per questo, ma poi si tranquillizzava pensando a quanto era solitaria la vita della zia e come questi piccoli pensieri la rendessero più piacevole e facessero sentire la zia amata da loro. Tranquillizzata, si rimise a leggere:

Siete due ragazze meravigliose, ricordo ancora quando siete nate, Maria era così preoccupata! Due gemelle! Aveva paura di non farcela e, invece, che due figlie meravigliose ha saputo allevare!

Fin da piccole eravate, se pur uguali nellaspetto, profondamente diverse nel carattere e mia sorella si è sempre preoccupata di educarvi nel migliore dei modi, incoraggiando le vostre passioni e i vostri interessi. Infatti Gabriella ha sempre disegnato molto bene e tu, fin da piccola, hai sempre avuto la passione per scrivere. Sono contenta di vedere che riuscite a seguire le vostre inclinazioni, anche se avete poco tempo. E positiva questa voglia di esprimervi che avete e sono sicura che vi darà grandi soddisfazioni.

Ti prego, dai a tua sorella cinquanta Euro (gli altri sono per te!) e abbracciala da parte mia. Saluta mia sorella Maria e dille che presto scriverò una lettera solo per lei. Ti abbraccio con affetto

Zia Filomena

Anna, felice di quanto la zia aveva scritto, si stese sul letto e ripensò soddisfatta al suo piccolo "inganno". Si complimentò con sé stessa per la sua abilità, la zia non si era accorta di niente!

 

Ragusa, casa di zia Filomena

Passando davanti allo specchio del corridoio, si fermò un attimo a sistemarsi i capelli, grigi e perfettamente acconciati. Stirò una piega invisibile sullabito color malva, uno dei suoi preferiti, e, finalmente soddisfatta, si diresse verso il piccolo salottino dove era solita ricevere le visite. Dopo pranzo le piaceva molto sedersi a leggere un libro, approfittando della tranquillità che regnava nelle case vicine. Oggi però, era in vena di ricordi e, dopo essersi seduta nella sua poltrona preferita, Filomena Falsaperla, signorina di buona famiglia mai maritata perché nessuno era alla sua altezza, diceva suo padre, o meglio perché nessuno gliel'aveva chiesto, si diceva Filomena quando era sicura di essere completamente sola, aprì il cassetto del piccolo tavolino antico. Il pacchetto delle lettere era lì. Ordinato, legato con un nastro di colore azzurro, il colore preferito di Anna, se non ricordava male.

Prese la prima lettera in cima al mucchio, quella ricevuta quindici giorni prima da Milano, l'aprì per rileggerla: amava molto le lettere che le scriveva sua nipote Anna, era una ragazza dolcissima, affettuosa e sensibile come sua mamma Maria, la sorella di Filomena.

Ah, se avessero abitato vicino! Come sarebbe stata felice di avere vicino tutte loro! Si sentiva spesso sola, Filomena, ma ormai aveva vissuto in Sicilia per tutta la vita e non se la sentiva di andare al nord e inserirsi in una città come Milano. Si accontentava così di una visita all'anno e di scambiare una fitta corrispondenza con la sorella e le nipoti.

Rilesse quello che Anna le aveva scritto:

Carissima zia,

sono molto felice! Ieri ho presentato la domanda di laurea e, se tutto va bene, entro due mesi discuterò la mia tesi. Mi auguro tanto che tu riesca a venire per l'occasione e magari trattenerti per qualche giorno a casa nostra. Mamma è già eccitata all'idea e anche noi non vediamo l'ora. Sai che Gabriella ed io ti vogliamo molto bene e siamo sempre felici di stare in tua compagnia! Abbiamo tante cose da raccontarti, sono tanti mesi che non ci vediamo!

Adesso Gabriella è fuori città per fare un corso di aggiornamento, che le servirà poi per il suo lavoro, ma mi ha detto di mandarti i suoi saluti. Ti ha fatto anche il disegno che ti mando con la lettera, vedi quanto ti pensa e quanto ti vuole bene!

Ti ho scritto una breve poesia, spero che ti piaccia. Quando verrai da noi, ne ho altre da farti leggere. Mi piace ancora scrivere, come quando ero piccola e tu mi raccontavi tutte quelle storie. Ti ricordi, il primo racconto che scrissi? Era praticamente un riassunto di quella buffa avventura che il nonno aveva avuto con il suo cane, quell'estate di tanti anni fa. La storia me l'avevi raccontata tu, nel pomeriggio per tenerci impegnate durante quell'estate solitaria che trascorremmo con te, perché mamma si era ammalata. Eravamo molto tristi, perché non capivamo cosa stava succedendo a mamma e tu cercavi in tutti i modi di distrarci, raccontandoci le storie di quando eravate bambine.

Quella sera ti stupii, perché mi presentai, all'ora di cena, con un quadernino e un sorriso raggiante. Ti feci leggere il racconto e dopo tu ridevi tanto forte, che non la smettevi più. Da allora ho saputo cosa volevo fare e sei stata tu a farmelo scoprire: volevo scrivere e interessare la gente con le mie storie.

Adesso ti lascio, perché devo aiutare mamma a preparare la cena. Ti mando tanti saluti da parte di mamma e di Gabriella

Ti abbraccio con affetto

Anna

Che tesoro, Anna! Una nipote veramente speciale. Aveva un bellissimo carattere e Filomena le voleva molto bene. Era una ragazza dolce, sensibile, educata e tanto gentile. Ma non furbissima!, si disse Filomena, intanto che guardava il disegno che era in mezzo allultima lettera.

Un sorrisetto lieve le increspava le labbra e la faceva sembrare ancora la ragazza che sapeva divertire tutta la famiglia con le sue storie buffe. Il disegno, ah sì, eccolo! Tutto quellazzurro sfumato, quelle nuvole lievi come meringhe, il sole troppo vivace. Inconfondibile!

Anna era proprio una cara ragazza! Ma lei aveva visto subito che il disegno non poteva essere di Gabriella, lei odiava quei colori: troppo tranquilli per la sua sfacciataggine e la sua esuberanza. Gabriella avrebbe usato molto viola, niente sole vivace, non nuvole lievi ma nuvoloni densi come lo sciroppo di tamarindo, che tanto le piaceva da bambina.

E poi, quando Filomena era stata a Milano, il Natale scorso, in un raro momento di calma, in cui Gabriella si era seduta di fianco a lei, le aveva confidato:

"Sai zia, non mi va più di disegnare, è unoccupazione troppo statica!"

Sì, Filomena ricordava benissimo. Aveva proprio detto così: statica!

Morena ( 26 luglio 2002)

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L'ombra dell'anima

I corridoi del Vaticano erano molto silenziosi e quasi deserti. Solo una persona, in quellora di primo pomeriggio, osava turbare il sacro silenzio di quei luoghi tanto antichi quanto suggestivi, vuoti perché vietati al pubblico. Monsignor Guerzoni camminava con aria assorta e pensava, con leggera apprensione, al compito che lattendeva il giorno dopo. Finalmente, dopo tanti anni di dedizione alla Chiesa, era stato proposto per una carica che lavrebbe reso una figura ancora più importante allinterno del gruppo dei suoi colleghi. Sapeva che tutto ciò generava un po di invidia tra quelli che avrebbero voluto ricevere lo stesso onore, ma era ben deciso a non perdere la forte motivazione che lo sosteneva nel suo lavoro.

Aveva ancora qualche piccola perplessità riguardo al nuovo e prestigioso incarico, che lo avrebbe portato a lavorare a contatto diretto con lassistente di Sua Santità, e che lo avrebbe reso anche un personaggio pubblico e riconoscibile, conferendogli grande potere. Come tutti gli incarichi prestigiosi, di grossa responsabilità, comportava anche maggiori doveri e, forse, qualche piccola rinuncia a quelle che potevano essere le sue intime convinzioni. Sarebbe stato necessario, forse, qualche piccolo compromesso. Queste erano le cose che lo preoccupavano in quel momento, anche se, vedendolo, nessuno lavrebbe immaginato, perché sembrava tranquillo e controllato come il solito.

Monsignor Guerzoni aveva un fisico alto ed asciutto, un viso dai lineamenti forti e riusciva ad imporsi ovunque andasse, anche grazie al grande carisma che sapeva emanare e a quellaria di superiorità che lavvolgeva. Ripensò alla veloce carriera che aveva fatto in quegli ultimi anni e ne provò soddisfazione.

Improvvisamente ebbe voglia di affacciarsi a uno di quegli alti finestroni che si affacciavano sul giardino interno, si sentì il bisogno urgente di respirare quellaria che sapeva essere così fresca e pura, come solo nella primavera a Roma si può trovare. Si avvicinò alla finestra e si appoggiò al davanzale; lo sguardo prima accarezzò il cielo azzurro, leggermente sfumato dal bianco di qualche nuvola che osava turbare la perfezione di quel colore quasi uniforme, su cui spiccava il tenero verde delle foglie degli alberi secolari, e poi passò agli enormi vasi di azalee che formavano delle grandi macchie di colore, in mezzo al verde del prato.

La sua attenzione fu poi attirata dai turisti che, a piccoli e grandi gruppi, commentavano affascinati tutte le meraviglie che avevano appena visto, oppure consultavano la cartina per decidere la prossima tappa. Molti erano con il naso allaria, per non perdere neanche un particolare di tutte quelle meraviglie che li attorniavano. Monsignor Guerzoni era affascinato da quella enorme varietà di persone e li guardava con attenzione, lasciando, nello stesso tempo, la mente libera di perdersi in fantasie.

Improvvisamente qualcosa attirò la sua attenzione e gli fece girare il capo, verso il vialetto di sinistra, dove alcune panchine offrivano un po di sollievo alla fatica dei visitatori. Non riusciva a vedere niente di particolare, però sentiva che cera qualcosa che attirava la sua attenzione.

Scrutava attentamente ogni persona, domandandosi che cosa avesse richiamato il suo interesse. Sulla prima panchina cerano dei turisti, evidentemente tedeschi, come denunciava il loro abbigliamento, che erano concentrati nella lettura di una cartina di Roma, intanto che un altro, in piedi di fianco a loro, fotografava qualsiasi cosa gli sembrasse antica, o semplicemente vecchia e significativa. In piedi, in mezzo al viale, una scolaresca faceva confusione e i ragazzi si fotografavano a vicenda urlandosi commenti scherzosi, intanto che linsegnante cercava di recuperare un po dordine. Più in là una giovane coppia si teneva per mano, passeggiando con la tranquillità di chi è innamorato.

Poi la vide. Sulla panchina in fondo, silenziosa si toglieva un ciuffo di capelli dagli occhi e cercava di leggere un libro. Sollevò il capo a guardare la giovane coppia che passava proprio davanti a lei e Giulio Guerzoni, ora Cardinale, credette di scorgere unombra di rimpianto nei suoi occhi. La donna indossava un paio di pantaloni chiari e una camicia dalle maniche arrotolate e, da quello che Giulio poteva indovinare, sembrava che gli anni fossero stati clementi con lei. I capelli erano lunghi, quasi come allora, e gli sembrò di risentirli sotto le dita, morbidi e profumati.

Dopo tanti anni, rivedere Anna, fu per Giulio occasione di profondo turbamento. Sembrò che gli mancasse laria, come per un forte pugno allo stomaco. Non si erano più visti da quellultimo giorno dellanno, prima che lui comunicasse ad Anna la decisione definitiva di prendere i voti. Giulio ricordava bene tutto, anche lanno: era il 1980. La serata era rimasta impressa nelle sua memoria, anche se, praticamente, non ci aveva più pensato.

La ritrovò, viva come limmagine di un film appena visto, e gli sembrò di essere ancora a quei giorni; le discussioni furiose con Anna, le incertezze confidate al suo Padre Confessore e le alternanze della propria convinzione. Quella sera, dopo mesi di litigi, Anna lo aveva messo con le spalle al muro, lo aveva obbligato a decidere cosa voleva fare veramente. E lui aveva scelto la Chiesa, e non se ne era mai pentito.

La riguardò, Anna era ancora seduta ma non leggeva più, guardava le persone, che camminavano e parlavano serenamente, passare davanti a lei, senza notarla. Gli sembrò che il suo sguardo fosse triste, sentì la sua tristezza, di persona sola, non per propria scelta. Ebbe il desiderio improvviso di correre da lei e consolarla. Limpulso fu così forte che si staccò dal davanzale con uno scatto imperioso e mosse alcuni passi nel corridoio.

Si fermò di scatto, come era partito, in mezzo a quelle statue e quei dipinti che sembrarono deriderlo. Dove stava andando? Un Monsignore, nella sua posizione, prossimo a una promozione, che correva per i corridoi del Vaticano! Oppure che scendeva di corsa quellenorme scalone con la tonaca che sventolava dietro di lui! I suoi colleghi lo avrebbero deriso e lui avrebbe fatto una figura ridicola. Ma cosa gli era venuto in mente? Dopo anni di servizio nel Clero, sapeva bene cosa fosse il decoro che si addiceva a una figura come la sua.

Lo sconvolse capire fino a che punto stava per spingersi. Inaudito! Stava per rovinare tutto ciò per cui aveva lottato in quegli anni, oltre a rendersi ridicolo di fronte ai colleghi e, forse, ai suoi Superiori. Si rimproverò silenziosamente e si ripromise di imporsi più autocontrollo per il futuro.

Era ancora fermo in mezzo a quel corridoio, tanto antico da incutere timore, e si guardò attorno per vedere se ci fosse qualche testimone della sua sconsideratezza. Nessuno! Il corridoio era vuoto e il silenzio era totale. Monsignor Guerzoni era turbato da ciò che era appena accaduto. Dopo anni di autocontrollo e di compostezza, per dare di sé la giusta immagine e guadagnarsi quella rispettabilità necessaria per arrivare allattuale carica da lui rivestita, era inconcepibile che la semplice vista di Anna seduta nei giardini del Vaticano, lo rendesse così pazzo da buttare tutto allaria in una frazione di secondo.

Ripensò a quegli anni lontani, quegli anni in cui aveva creduto di essere capace di amare unaltra persona. Rivide sé stesso giovane e fiducioso andare incontro alla vita, iniziare lamore con Anna. I primi tempi tutto era perfetto, loro si amavano, erano giovani e sembrava che niente potesse ostacolarli. Poi cosa era accaduto? Come erano arrivati alla rottura? Non se lo ricordava, gli sembrava che fosse accaduto semplicemente, così per caso, forse Anna era troppo giovane e non si era sentita di impegnarsi seriamente e poi lui aveva sentito la Vocazione. Sì, doveva essere andata così. Lui comunque aveva fatto una brillante carriera, invece se avesse sposato Anna sarebbero rimasti una banale coppia di impiegati alle prese con i conti e le difficoltà quotidiane.

Ma cosa stava pensando? Lui aveva amato veramente Anna, poi aveva sentito la Vocazione ed era entrato in Seminario perché credeva ciecamente negli alti valori ispirati dalla Chiesa e nello stimolo di altruismo e amore per il prossimo, che lo aveva spinto a dedicare la sua vita alle altre persone. Sì, Monsignor Guerzoni era veramente felice della sua vita ed era convinto di tutte le scelte fatte in passato.

Capì di essere più calmo e, forte dellautocontrollo che aveva riconquistato, si sentì pronto ad affrontare Anna e il passato. Ritornò verso la finestra, ancora spalancata su quel cielo azzurro senza una nuvola che lo aveva accolto prima, e volle guardarla ancora una volta, prima di avviarsi con calma verso lo scalone e raggiungerla in giardino per salutarla come una vecchia amica.

Giulio si affacciò e la cercò con lo sguardo. Sulla panchina dove era seduta Anna, fino a qualche minuto prima, cera una anziana signora, che leggeva con grande concentrazione, qualcosa che poteva sembrare un libro di preghiere. Pensò di essersi sbagliato a individuare la panchina e le scrutò tutte, fino in fondo al viale. Non vide traccia di una giovane donna con i lunghi capelli neri, una donna che con un gesto semplice eppure così femminile, si spostava i capelli che le cadevano sugli occhi.

Rifece con lo sguardo tutto il percorso, fino allinizio del viale, cercando Anna ma non la vide. Pazienza, pensò, era già andata via. Controllò lorologio, era molto tardi, aveva ancora diverse cose da sistemare, doveva sbrigarsi. Si staccò dalla finestra, sistemò labito controllando che fosse impeccabile come il solito.

Monsignor Guerzoni si avviò con il solito passo deciso, ma calmo, verso il suo studio.

Intanto, in giardino, la signora anziana, che vestiva pantaloni chiari e una camicia con le maniche arrotolate, si alzò dalla panchina dove si era seduta unora prima e, togliendosi dagli occhi un ciuffo di capelli, mise il libro nella borsa e si avviò verso luscita.

Morena F. (26/04/2002)

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Potevano i nostri autori trascurare quel mondo che tanto amano e in cui credono come veicolo di amicizia e cultura? Edo ha dedicato questi versi agli incontri virtuali con Mailing o chat e Morena ha inventato una storia...che può anche essere realtà.

 

Negli incontri in Chat 

Si può  diventare...
Una passione digitale 
Un' affetto cellulare
Nell'abisso  morale
Una faglia nel pensare
A quel cerimoniale
Un arpeggio a suonare
Melodico e ancestrale
Un lessico di stran'amore
D'un cantico sublimale
Che fa vibrare il cuore
Anche ...solo virtuale
Si sta ad aspettare
Quel turbine futuribile 
Che andrà a completare
Un sogno discutibile
In questo mondo solitario.

   Edo e le storie Appese (2001)

 

    Alla Tastiera
 
    Quando digiti ... se tu pensi !!!
    Che stai per agitar dei sensi
    Remember di pensieri densi
    Di quando Là ... ti raggiunsi
 
    Nei momenti poi in cui piansi
    Con le lacrime Tue... dipinsi
    Un mondo che... presunsi
    Non esistere...e mi spensi
 
    Eri....quel qualcosa d'infinito
    Mi travolse...in quel bel sito
    La digitata "Ultima" di un Mito
    Così...Tu ...m'avevi tramortito
 
    Ma ora so ch'era un gioco
    Ed è durato molto poco
    Anche il sole ora è fioco
    Però m'aveva illuminato
 
    Edo e le storie Appese (2001)
 

Massimo

Beveva il caffè e intanto scaricava la posta, guardando lo schermo del computer con attenzione. Tre messaggi, bene, forse si muoveva qualcosa. Li lesse subito, con curiosità. Il primo erano le notizie del giorno, che noia, doveva ricordarsi di mandare un messaggio per annullare il servizio. Gli altri due erano di Massimo. Li aveva mandati alle due e alle tre e venti.

Molto interessanti, soprattutto il secondo, in cui Massimo sembrava più ansioso del solito e chiedeva di rispondergli subito, perché trovava le sue lettere molto divertenti e non vedeva lora di leggere la prossima. Che aspettasse pure, lei aveva altro in testa in quel momento. E poi non desiderava mostrarsi troppo sollecita nei suoi confronti, le piaceva lidea di renderlo un po ansioso.

Si mise a sbrigare laltra corrispondenza, controllò lagenda per vedere la cose più urgenti che doveva fare, preparò il piano per la settimana seguente. Intanto che lavorava non aveva smesso neanche un attimo di pensare a Massimo, desiderando accelerare le cose, anche se prima si era detta il contrario.

Forse era meglio rispondergli subito e fargli capire che anche lei provava molto interesse nei suoi confronti. Erano già tre settimane che si scrivevano e i messaggi diventavano sempre più lunghi, delle vere e proprie lettere. Massimo ora le confidava anche tanti particolari intimi, la trattava come una vecchia amica.

Era chiaro che lei gli piaceva e che si era conquistata la sua fiducia. Preparò il messaggio, lo controllò e lo spedì subito.

 

Caro Massimo,

stamattina per prima cosa ho acceso il computer per vedere se mi avevi scritto. Ero molto ansiosa di leggere la tua lettera e infatti lho trovata deliziosa, come al solito. Penso che tu sia un ragazzo molto carino e sensibile e sono molto contenta di averti mandato quel primo messaggio per farti i complimenti per il tuo sito. Da allora ci siamo scritti molto e posso dire che tu mi piaci, ti trovo molto spiritoso, intelligente e dolce. Ho visto che mi hai mandato gli ultimi messaggi questa notte, hai difficoltà a dormire? Anchio stanotte ho dormito poco, mi sono riletta tutte le lettere che mi hai scritto e ho pensato molto a te.

Ho fantasticato molto su di te. Posso solo immaginare il tuo aspetto e...lo sai, limmaginazione non ha limiti.

Purtroppo adesso ti devo salutare, perché ho tanto lavoro.

A presto, un bacio

Barbara

 

Aveva esagerato? No, era la mossa giusta per sbloccare la situazione. A questo punto Massimo doveva farsi avanti e proporle di incontrarsi. Il momento era perfetto. Barbara stava diventando impaziente, se non procedeva rischiava di perdere interesse.

Si appoggiò allo schienale della poltrona e chiuse gli occhi, riflettendo sugli ultimi sviluppi. Dopo il primo messaggio Massimo le aveva risposto subito, ringraziandola per i suoi complimenti e proponendole di scriversi per scambiarsi qualche dritta su siti nuovi scoperti da loro o sulle novità discografiche, ecc. Insomma un buon pretesto per sollecitare una sua risposta, nel caso ce ne fosse bisogno.

Barbara non si era certo fatta pregare e aveva iniziato a scrivere con varie scuse. Massimo aveva risposto con prontezza, diventando sempre più prodigo di notizie su di sé. Sembrava molto interessato, da buon trentenne single con un ottimo lavoro e tanto tempo libero per riflettere sulla solitudine della sua vita. Le aveva detto che abitava solo, amava la sua indipendenza, però aveva capito che desiderava qualcosaltro, forse una persona accanto che lo amasse. Barbara aveva risposto prestandosi al suo gioco e, con varie provocazioni aveva esasperato linteresse di Massimo verso di lei. Nella penultima lettera lui accennava al fatto che avrebbero potuto vedersi, così tanto per ridere. Lei aveva finto di non avere notato la sua frase, un metodo sempre molto efficace.

Le venne in mente che era venerdì e stava per lasciare lufficio, quindi provò a connettersi unaltra volta, erano già le sedici e fra poco avrebbe smesso di lavorare. Cera un messaggio di Massimo spedito alle 14 e venti, subito dopo che Barbara aveva inviato il suo.

 

Cara Barbara,

non posso più aspettare, devo vederti, perché tu mi interessi molto e sono ansioso di verificare di persona le mie impressioni. Le tue lettere mi attirano troppo e io non voglio più rimandare, voglio incontrarti. Credo molto nel nostro incontro e nella nostra amicizia.

Io rimarrò a Bologna per tutto il fine settimana, posso venire a prenderti dove vuoi, non mi hai detto ancora da dove scrivi, spero non da lontano.

Fammi sapere al più presto, ogni mezzora proverò a connettermi per cercare la tua risposta.

A presto, Massimo

 

Ah, Bologna! Perfetto, abbastanza vicino ma non troppo da causare guai. Stupendo, tutto filava liscio. Bene, Massimo era pronto. E lei? Sì, era ora di procedere. Digitò veloce il messaggio di risposta e lo spedì subito, meglio far capire che linteresse era reciproco, lavrebbe tenuto su di giri.

 

Massimo, anchio non vedo lora di vederti. Consulterò lorario dei treni e poi ti farò sapere lora del mio arrivo. Mi puoi venire a prendere alla stazione centrale di Bologna.

Un abbraccio da Barbara

 

Si diede subito da fare, telefonò in stazione, decise per il treno da prendere, andava benissimo quello che sarebbe arrivato a Bologna alle 11.30, avrebbero avuto abbastanza tempo da trascorrere insieme. Si augurò che tutto procedesse come desiderava.

 

Arrivo domenica alle 11,30 al binario 3. Indosserò i jeans e una camicia rossa. Ho i capelli scuri, lunghi.

Non vedo lora di vederti. Un bacio

Barbara

 

Chiuse il portatile e si preparò a uscire, portandolo con sé. Poteva averne bisogno più tardi, meglio averlo a disposizione. Appena arrivata a casa, organizzò tutto per domenica e, dopo avere mangiato qualcosa, si sedette alla scrivania con la voglia di navigare un po. Le piaceva scoprire nuovi siti nel Web e le interessava tutto ciò che era insolito, particolare. Era molto tardi quando, stanca ma soddisfatta, decise di andare a dormire.

Il sabato si trovò mille cose da fare e alla fine la domenica arrivò. Recandosi alla stazione si accorse di essere un po ansiosa. Era comprensibile, doveva incontrare una persona che non conosceva, se non per qualche messaggio di posta elettronica. Forse era stata un po avventata? Ma no, cosa poteva succederle? Massimo forse era brutto, però era simpatico, avrebbero fatto quattro risate e non sarebbe successo niente di grave. Quando il treno entrò nella stazione di Bologna, si guardò allo specchio unultima volta, okay, era pronta.

Scendendo cercò Massimo con lo sguardo, sicura di poterlo riconoscere. Infatti, incontrando lo sguardo di un ragazzo che cercava qualcuno, fu certa che fosse lui. Era più carino di quanto avesse sperato. Indossava pantaloni chiari e maglia nera. Si abbracciarono come vecchi amici. Iniziarono a camminare senza meta, parlando di continuo. Si fermarono poi a un bar per mangiare qualcosa, proseguendo la chiacchierata. Massimo non smise neanche per un attimo di parlare e fare domande. Dopo propose una passeggiata. Camminando aveva preso Barbara per mano. Intanto erano arrivati in prossimità dellappartamento di Massimo e lui suggerì di salire per stare più tranquilli, senza confusione intorno.

Si sedettero sul divano, con lultimo cd di Vasco in sottofondo. Lui le offrì una Coca e continuarono la conversazione, che si faceva sempre più intima. Barbara si trovò a confidargli che sua sorella Annalisa aveva conosciuto un ragazzo in una chat-line e, dopo un mese di chiacchiere in rete, avevano deciso di incontrarsi, trovandosi simpatici. Lui notò subito la similitudine delle loro storie e ne fu compiaciuto, disse che era di ottimo auspicio. Non chiese come era proseguita la storia, dando per scontato che i due ragazzi si vedessero ancora.

Intanto Massimo si faceva sempre più vicino e Barbara si rese conto che la musica era cambiata, era una canzone damore molto romantica. Le stava anche offrendo un bicchiere di vino bianco, proponendole di brindare al loro incontro.

All'improvviso le sembrò di soffocare, aveva caldo, le girava la testa e , quando lui si avvicinò per abbracciarla, la sua reazione fu immediata. Allungò la mano dentro alla borsa, tirò fuori il coltello e lo colpì. Massimo lanciò un grido soffocato e sbarrò gli occhi con espressione meravigliata.

Lei si sentì in dovere di spiegargli il perché. Gli disse di come Annalisa, al secondo incontro, fosse stata assalita dal ragazzo e ferita più volte con un coltello. Lavevano salvata per un pelo e adesso Annalisa era molto grave, ricoverata in un istituto psichiatrico, dove tentavano di curarla. Il ragazzo non era mai stato trovato e il caso sembrava chiuso definitivamente.

Sì, era vero, lui non centrava niente in quella storia, però lei doveva fare qualcosa per vendicare sua sorella. Massimo intanto diventava sempre più debole, respirava ancora più adagio.

Lei si alzò, accese il computer che aveva già adocchiato sulla scrivania e aprì il programma di posta elettronica. Massimo era proprio ordinato, aveva creato una cartella con il suo nome, in entrata e in uscita: da Barbara e per Barbara. Le eliminò e poi aprì la rubrica e cancellò il suo indirizzo di posta. Sempre meglio essere prudenti.

Massimo non si muoveva più. Sembrava dormisse, solo una macchia scura sulla maglia le ricordava quello che aveva fatto.

Andò in bagno, si lavò le mani intanto che lavava il coltello, si guardò allo specchio per controllare se era in ordine. Perfetto, doveva sbrigarsi se voleva prendere il treno delle 17.30. Doveva correre a casa. Venerdì sera aveva mandato una e-mail a un certo Carlo di un sito su arte e fotografia che aveva appena scovato.

Sperava proprio che Carlo le avesse già mandato una risposta.

Morena F. (26/06/2001)      

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Ultimo aggiornamento al 12 dicembre 2013


 
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